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    17/04/2026

Liberiamo Moro dal caso Moro. Il libro di Picariello sul grande statista italiano

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura7_moro_libro_pic.jpgAVELLINO – L’ultimo libro di Angelo Picariello, apprezzato redattore dell’Avvenire, "Liberiamo Moro dal caso Moro", con il sottotitolo "L’eredità di un grande statista" (Edizioni San  Paolo,  2025), è un pregevole saggio biografico su giurista e politico pugliese, che è stato uno dei maggiori protagonisti della storia della Prima Repubblica e del cattolicesimo democratico la cui corposa eredità culturale e morale è fonte di riflessione ed ispirazione per la nostra sofferta attualità.

La voluminosa monografia del giornalista avellinese è introdotta dalla prefazione del cardinale Matteo Zuppi che esordisce riportando le espressioni premurose di Paolo VI, con cui il Papa - rivolgendosi ai sequestratori delle Brigate rosse per invocarne la liberazione - definisce il fratello di fede Moro "buono, mite, saggio, innocente ed amico".

L’autore muove dalla nascita (1916) e dai luoghi natali di Moro in provincia di Lecce, dall’infanzia e dall’influenza dei genitori, esplora la sua formazione religiosa e politica, analizza il suo intenso impegno nel "pre-politico" dell'Azione Cattolica e poi della Fuci, ripercorre le sue prime prese di posizione, l’attività giornalistica e culturale fino alla sofferta discesa in campo - in conflittualità con la Dc locale - con l'elezione giovanissimo a deputato nell’Assemblea Costituente del 1946.

Il giovane Moro, conseguita la maturità classica a Taranto e laureatosi brillantemente nel 1937 con una tesi sulla "capacità giuridica penale", iniziò la sua trafila universitaria divenendo assistente del professore Biagio Petrocelli, importante giurista e rettore dell’Università di Bari. Parallelamente divenne presidente della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci) nel 1939, incaricato di Filosofia del diritto presso l’Università di Bari nel 1941 ed autore delle sue prime apprezzate monografie e veniva richiamato alle armi nel 1942.

Moro, come molti dei giovani cattolici formatisi nella fase  finale  del  fascismo, entrò in politica attiva non senza qualche riluttanza, sollecitato dal vescovo di Bari Mimmi, secondo la linea della gerarchia ecclesiastica fortemente orientata a consolidare la nascente Dc rispetto alla preoccupazione di un'affermazione socialcomunista ed in disarmonia con gli esponenti del vecchio gruppo popolare rappresentati a Bari dal notabile degasperiano Loiacono (sindaco della città).

Picariello si sofferma giustamente sull'essenziale esperienza di Moro, filosofo del diritto di formazione giusnaturalista, al tempo stesso conservatore e riformatore, come membro della Commissione dei 75, incaricata di predisporre il testo della Costituzione, e dell’ancora più ristretto comitato redazione incaricato di scriverla materialmente. Moro, uomo del "dialogo ad oltranza" - assieme ai colleghi di gruppo Dossetti, Fanfani e La Pira (i cosiddetti “professorini”) - lavorò fianco a fianco, nella costruzione dell’articolato costituzionale, con Palmiro Togliatti, Nilde Iotti, Lelio Basso, Meuccio Ruini, Pietro Calamandrei, Roberto Lucifero, contribuendo al progressivo superamento delle antinomie ideologiche tra culture politiche contrapposte ed alla elaborazione di un compromesso alto e virtuoso sui valori fondanti della nuova Repubblica democratica e pluralista, solidarista ed autonomista.

Nei lavori preparatori si realizzò la "felice convergenza" - come definita dallo stesso Moro - tra le principali anime politiche della Costituente, quella cattolico democratica, socialcomunista e liberale, che si confrontarono costruttivamente nella elaborazione della "magna carta", sin dalla definizione dei principi fondamentali, come l’anteriorità della persona umana - con i suoi diritti inviolabili - e della società come «prius»  rispetto allo Stato, la definizione della Repubblica fondata sul lavoro, il valore della famiglia, delle formazioni sociali e dei corpi intermedi, la valorizzazione delle autonomie e della partecipazione politica e sociale, i principi di eguaglianza sostanziale, di sovranità popolare e rappresentanza democratica.

L’altro aspetto ben ricostruito dal biografo è riferito al compiuto ed ineccepibile percorso accademico di Moro che divenne, ad appena trentacinque anni, professore ordinario di Diritto penale all’Università di Bari, trasferendosi successivamente a quella di Roma, con la strabiliante ed ineguagliata capacità di conciliare seriamente gli impegni politico-istituzionali - anche da segretario di partito, ministro e presidente del Consiglio - con quelli didattici ed universitari. Lo statista pugliese non rinunciò mai alla titolarità effettiva della cattedra di Istituzioni di Diritto e procedura penale, tenendo regolarmente i corsi e le lezioni, ed ai dialoghi e rapporti umani con i suoi studenti ed è rimasta emblematica la circostanza che al momento del rapimento portava in borsa alcune tesi di laurea che stava esaminando.

Picariello analizza, dopo la creativa e stimolante stagione costituente, le tappe principali dell’itinerario politico di Moro, articolato per circa tre decenni tra ruoli di partito e di governo con alcune brevi  ma   intense pause, coincidenti con fasi storiche della vicenda politica italiana, procedendo non con la completezza piena della biografia ma con la ricerca di testimonianze, significativi riferimenti bibliografici ed originalità di approfondimenti.

Moro consumò la sua "gavetta" maturando importanti esperienze nel pre-politico dell’associazionismo cattolico, venne eletto poi alla Assemblea Costituente divenendone uno dei protagonisti creativi, anche per lo spessore della sua preparazione etico-giuridica. Altrettanto rapido e brillante fu il suo percorso politico-governativo: sottosegretario agli Esteri nel governo De Gasperi dal 1948 al 1950, capogruppo della Dc alla Camera nel 1953, ministro della Giustizia per il biennio 1955-57 e della Pubblica istruzione dal 1957 al 1959, dicasteri molto significativi per la sua sensibilità culturale ed il suo profilo istituzionale.

Nel 1959 venne eletto segretario della Democrazia Cristiana, inizialmente individuato come per gestire una fase di transizione, poi invece, insieme all’altro “cavallo di razza” Amintore Fanfani, divenne protagonista della politica nazionale e della svolta di centrosinistra costruita laboriosamente, interlocutore privilegiato del partito socialista, in particolare del suo leader Nenni.

"Dossettiano" negli anni giovanili e componente del gruppo dei c.d. "professorini", poi componente della corrente dorotea maggioritaria di Segni, Rumor, Taviani e Colombo - sempre in posizione di   piena autonomia e con originalità di pensiero - Moro caratterizzò la propria linea indipendente, formando la piccola ma autorevole componente "morotea" (con i suoi   amici Zaccagnini, Morlino, Gui, Dell'Andro, Elia, Anselmi, Martini, Cervone, Lettieri, Rosati, Belci, Pisanu ed altri).

Moro portò a compimento il "centrosinistra organico" guidando per tre volte consecutive il governo dal 1963 al 1968, come giovane presidente del Consiglio con il leader socialista Nenni come vice presidente - tra slanci riformatori e resistenze conservative - e, dopo una breve fase di distacco ed emarginazione politica, fu richiamato prolungatamente nell’esecutivo come ministro degli  Esteri (1969-74), per poi tornare ancora due volte alla presidenza del Consiglio (1974-76) alla guida del debole bicolore Dc-Pri con Ugo La Malfa vice presidente.

Aldo Moro è stato uno dei tre presidenti del Consiglio più longevi della Prima Repubblica, a cui oggi si associa la lunga durata di Berlusconi, avendo ricoperto la carica per un periodo cumulativo di circa sette anni in una doppia tornata alla metà degli anni ‘60 e ‘70 - come De Gasperi ed Andreotti - pur nella permanente instabilità dei governi (sintetizzata proprio dal titolo di un diario di Andreotti, "Governare con la crisi ").

Forse l’esperienza più riuscita e significativa di Moro al governo, per sua attitudine diplomatico e negoziatore, fu quella di ministro degli Esteri - in cui manifestò pienamente la sua statura internazionale e la visione  multilateralista e pacifista - concorrendo, tra l’altro, ai lavori preparatori della Dichiarazione di Helsinki sui diritti dell’uomo del 1975, alla gestione della questione altoatesina ed alla  definizione  del controverso Trattato di  Osimo con la Jugoslavia, con l’impostazione di una politica estera rivolta alla costruzione euro-comunitaria non disgiunta da una speciale sensibilità "terzomondista" e con attenzione verso la questione mediorientale nella sua difficile complessità.

Anche la sua ultima stagione fu caratterizzata da uno sforzo carismatico di orientamento in una fase di grande travaglio, con la Democrazia Cristiana uscita duramente battuta dal referendum sul divorzio del 1974 e nelle Regionali del 1975, incalzata dal Pci prossimo al "sorpasso" nelle Politiche del 1976 e, soprattutto, logorata anche nell’immagine per la prolungata gestione del potere senza alternanza ed adeguato ricambio interno. Aldo Moro propiziò nel 1975 la elezione a segretario del partito di Benigno Zaccagnini, succeduto allo sconfitto Fanfani, per avviare una complicata stagione di rinnovamento e - mantenendo solo la carica, pressoché onoraria, di presidente del partito di cui di fatto rimaneva la guida politica - ispirò la delicata stagione della "solidarietà nazionale" per fronteggiare le gravi emergenze in atto dell’economia e del terrorismo, in assenza di una chiara e consolidata maggioranza politica, nella transizione verso la cosiddetta "terza fase" e la democrazia dell’alternanza.

In questo difficile contesto il presidente della Democrazia Cristiana ispirò nel 1976 il governo monocolore della "non sfiducia", guidato da Andreotti e fondato sulle astensioni, ed il successivo governo di solidarietà  nazionale - per la prima volta con l’appoggio esterno dei comunisti - la cui fiducia fu votata nella drammatica mattinata del 16 marzo 1978, qualche ora dopo il sequestro di Moro, che tuttavia senza il supporto della sua autorevolezza avrebbe avuto vita breve.

L’autore conclude il suo saggio biografico dedicando, nel decimo capitolo, solo poche pagine alla vicenda finale dell’agguato e sequestro di via Fani, con il drammatico dilemma tra la possibilità di una trattativa e la linea della  fermezza sino alla tragica  morte,  con un bel paragrafo finale  sulla esperienza della riconciliazione.

È una scelta coerente con il progetto che Picariello delinea già nel titolo, e cioè quella di rappresentarel'identità, la personalità e l'eredità dello statista, nelle sue varie e complesse sfaccettature, rispetto al peso schiacciante che invece il "caso Moro" - riferito alla trama suoi ultimi cinquantacinque giorni - ha assunto nella memoria e vulgata collettiva e su cui si è già prodotta un’infinita letteratura di saggi, documenti, ricostruzioni, teorie complottiste e non.

Il libro del giornalista avellinese contiene tra l’altro alcuni interessanti riferimenti all’Irpinia ed alle sue personalità: frammenti di dialoghi tra il giovane De Mita, segretario provinciale della Dc, e Moro, entrambi proiettati verso il centrosinistra ma il secondo con tempi e modalità ispirate a prudenza e cautela; la corrispondenza tra Moro ed il vescovo di Avellino Pedicini, attestato su posizioni conservatrici, contrario alla svolta di centrosinistra e favorevole ad eventuali aperture a destra; lo stop da parte di Moro, presidente del Consiglio, del coraggioso  progetto di riforma urbanistica presentato dal ministro dei Lavori pubblici Fiorentino Sullo, perché ritenuto troppo avanzato per quella delicata fase storica ed eccessivamente dirompente nei confronti di ceti ed interessi alleati della Dc.

Baget Bozzo parla della "pastoralità” di Moro, oltre che del suo finalismo internazionale: "Moro non è un giacobino. Preferisce la mediazione allo scontro, la composizione alla soluzione. Questo mezzo è per lui moralmente omogeneo al fine che si propone: una società di partecipazioni, senza esclusi o emarginati" (G. Baget Bozzo, “Aldo Moro, il politico nella crisi”, 1983).

Il libro di Angelo Picariello offre una lettura  piacevole, stimolante e ricca  di spunti ricostruttivi, dell’altissimo profilo etico, culturale e politico di Aldo Moro, che lascia dalla pur controversa storia della Prima Repubblica un’eredità di grande impegno e valore alla nostra cultura politica.

 

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