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    21/04/2026

Elisa

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b_300_220_15593462_0___images_stories_immagini_articoli_elisa.jpgAVELLINO – Guardare il male e sopravvivere. Questa potrebbe essere una chiave di lettura del bellissimo film, presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, del regista, già documentarista, Leonardo Di Costanzo, di cui ricordiamo un’altra straordinaria pellicola di ambientazione carceraria, Ariaferma (2021), vincitrice di numerosi premi. Ciò che accomuna i due film sta nello sguardo rivolto non solo al carcere come luogo di afflizione, degrado residenziale e violenza esplicita o trattenuta, ma soprattutto a coloro che lo abitano, per breve o lungo tempo, e a chi di quella costrizione si deve fare guardiano e responsabile.

Benché del tutto diversi, i due istituti penitenziari (quello del primo film decadente e tradizionale, il secondo ammirevole per l’estrema liberalità delle condizioni detentive, in uno splendido paesaggio montano della Svizzera francese) accolgono anime divise in due. Quelle mantenute in continue attività lavorative e ricreative, fra boschi di conifere, casette di legno e neve candida, apparentemente in via di guarigione, in realtà conservano dentro di sé fantasmi e demoni con cui solo un’amnesia, reale o creduta tale, può permettere di convivere.

Elisa, figlia di un’agiata famiglia del cantone italiano, deve scontare una pena di vent’anni, per l’atroce assassinio della sorella maggiore e per il tentato omicidio della madre, delitti a cui lei si riferisce sempre come al “fatto”. La faccia d’angelo di Barbara Ronchi, in una grande prova d’attrice, nega con la sua apparente mitezza la sconvolgente ferocia che la abita, la consapevolezza della propria inadeguatezza rispetto ai ruoli che la famiglia (anche con le migliori intenzioni) le ha sempre imposto, la goffa vendetta nei confronti dei suoi familiari che non può che farla scoprire come autrice dei delitti, la chiusura in un arido isolamento silenzioso, da cui esce solo per le visite che il padre continua a farle.

L’incontro con un criminologo che cerca materiale per le sue ricerche la conduce, un po’ alla volta, a ricordare, o forse solo a dare voce e a mettere per iscritto, quello che ha sempre saputo.

La finezza della sceneggiatura (dello stesso regista insieme a Bruno Oliviero e Valia Santella) e della fotografia (affidata al grande Luca Bigazzi) disegna, senza sbavature e senza retorica, non solo il percorso di riconoscimento di sé della protagonista, ma le contraddizioni insite anche nei migliori propositi di chi i criminali, sia pure con attenzione affettuosa, li sceglie come oggetto dei propri libri e argomento delle lezioni universitarie.

Grazie a quest’incontro e a quello che ha in una breve ma intensa scena con la madre (Valeria Golino) di un ragazzo ucciso senza un perché da una banda di giovani, il professore riesce finalmente a dare una risposta alla domanda che Elisa gli aveva rivolto sulle motivazioni del suo interrogare gli autori dei crimini, una risposta per lei (in una lettera che le scrive dopo alcuni anni, quando è in semilibertà) e per sé stesso.

Il male è intorno a noi e dentro di noi, sembra dirci il film: possiamo tentare di tenerlo a bada, di sopravvivere ai suoi danni, ma le parole per dire l’indicibile sono le stesse, sia per chi lo commette sia per chi lo subisce, svelando che forse, alla fine, nessuno è del tutto innocente.

 

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