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    17/04/2026

Antonio Ammaturo, una verità non ancora completa su un eroe civile

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Antonio AmmaturoAVELLINO – Di Antonio Ammaturo, valoroso e specchiato poliziotto di origine irpine, medaglia d'oro al valor civile e vittima del terrorismo, dirigente della squadra mobile di Napoli assassinato il 15 luglio 1982 dalle Brigate Rosse, in un vile attentato dai risvolti in parte non ancora chiariti, viene giustamente tenuta alta l’ammirata memoria e il doveroso ricordo delle istituzioni e della società civile.

Di recente ho partecipato ad un convegno meritoriamente promosso dal questore di Avellino Pasquale Picone, con la partecipazione del prefetto Carlo De Stefano e del procuratore Domenico Airoma, ed il 15 luglio scorso - nell’anniversario dell’omicidio- ho ascoltato una stimolante relazione dell'ex avvocato generale presso la Procura della Corte di Appello, Antonio Gialanella, che, da giovane magistrato in tirocinio, collaborò con il giudice istruttore di Napoli Carlo Alemi (ripresa da un’ampia intervista al Mattino del 4 agosto scorso).

Dalla ricostruzione della vicenda storica e giudiziaria di cui, ad oltre quarant’anni, ho impresso qualche ricordo di carattere familiare, emergono due aspetti salienti. Da un lato, la figura esemplare di questo funzionario coraggioso ed integerrimo, poliziotto intransigente, di forti principi e valori, in prima linea nella lotta pluridecennale alla criminalità organizzata fino all’estremo sacrificio. Dall’altro, i contorni ancora non lumeggiati di un attentato terroristico di stampo dichiaratamente e formalmente brigatista, di cui sono stati identificati e condannati i cinque esecutori materiali ma dal cui accertamento giudiziario restano ancora incerti mandanti e reali moventi, che forse si inquadrano in un più ampio e complesso contesto di intrighi e rapporti criminali nella Campania post-terremoto degli anni’80, dilaniata da una feroce guerra di camorra tra clan contrapposti.

Ammaturo, originario di Contrada, prestò servizio in varie sedi e, da giovane funzionario, anche presso la questura di Avellino, già considerato un "cavallo di razza" per talento e qualità professionali, in amichevole competizione con Antonio Barrel, altro brillante funzionario irpino, successivamente questore di Avellino, Napoli e prefetto. Poi prestò servizio in varie commissariati della città e provincia di Napoli, manifestando nei vari ruoli spiccate capacità operative ed investigative e, divenuto dirigente della squadra mobile, inflisse da ultimo duri colpi alla camorra cutoliana, tra l’altro eseguendo un blitz al castello di Ottaviano con l’arresto del figlio e della sorella del boss. In particolare, Ammaturo aveva diretto per ben otto anni il "rognoso" commissariato di Giugliano, popoloso e problematico Comune dell’area Nord di Napoli, contrastando con energia la vecchia camorra agricola del mercato ortofrutticolo ed arrestando tra gli altri il capoclan Arturo Maisto, "grande elettore" di esponenti della politica napoletana.

La prima considerazione consonante con quella del procuratore Airoma: Ammaturo era un "poliziotto scomodo", un osso “duro” nel senso buono del termine, e non certamente “carrierista”, e il suo rigore gli procurò dei costi innanzitutto sul piano professionale. Si dice che proprio la sua severa azione di contrasto alla camorra giuglianese gli avrebbe procurato - come riferitogli dal questore Zamparelli - il suo trasferimento a Reggio Calabria, alla direzione del commissariato di Gioia Tauro, dove conseguì rapidamente significativi risultati anche nella lotta alla radicata “ndrangheta” calabrese. Ciò per effetto probabilmente di una "raccomandazione negativa" di politici napoletani, di cui Maisto era un importante portatore di voti, e c'è da augurarsi che non corrisponda al vero la voce che nel trasferimento "punitivo" fosse implicata un’altissima carica istituzionale dell’epoca, già avvocato penalista di rango del foro napoletano.

La seconda considerazione nello stesso senso: il povero Ammaturo, classe 1925, al momento dell’omicidio aveva cinquantasette anni e mezzo e, ancora vicequestore primo dirigente, comandava con grande vigore la squadra mobile della questura, incarico di rilievo ma piuttosto usurante, che normalmente viene ricoperto in età ben più giovanile. Quindi si avviava alla probabile e meritata promozione alla qualifica di questore a fine anno, a coronamento di una carriera non propriamente veloce rispetto ai risultati ed alle virtù professionali sempre dimostrate sul campo, soprattutto nel settore investigativo e della polizia giudiziaria oltre che nella gestione dell’ordine pubblico.

L’omicidio di Ammaturo, in uno a quello del suo giovane autista - l’agente scelto Pasquale Paola- avvenne a sorpresa a bordo dell’auto di servizio, all’uscita dalla sua abitazione nella centrale piazza Nicola Amore (ai "Quattro Palazzi"), a metà pomeriggio di un afoso 15 luglio, ad opera di un commando di cinque terroristi (Stoccoro, Bolognesi, Manna, Scarabello e Sarnelli) della già declinante colonna napoletana delle Brigate Rosse, successivamente catturati e condannati all’ergastolo ed ora in stato di libertà.

Il duplice omicidio fu eseguito nella fase calante delle Brigate Rosse e della stessa colonna napoletana, responsabile anche di precedenti attentati - il cui ambiguo e cinico leader Giovanni Senzani era stato arrestato già da qualche mese - e si consumò con modalità abbastanza goffe ed approssimative, costellato da una serie di errori, tant'è che ben tre degli assalitori rimasero leggermente feriti, assieme ad alcuni passanti, e stavano per essere catturati nell’immediatezza dell’agguato (come era accaduto due anni prima nel maggio 1980, per l’omicidio dell’assessore regionale Pino Amato in vicolo Alabardieri). Un coraggioso vigile urbano sparò in strada al loro indirizzo, ferendone uno, e subito dopo una pattuglia di "falchi" li inseguì nel centro storico tra via Duomo, San Biagio dei Librai e San Gregorio Armeno, con un movimentato conflitto a fuoco, ferendone lievemente altri due ma sfortunatamente la caduta dalla moto costrinse i poliziotti a desistere dallo spericolato inseguimento.

Ricostruite ed accertate giudiziariamente le circostanze materiali del duplice omicidio, emersero e non sono state finora fugate una serie di zone d’ombra ed elementi oscuri, a partire dall’indubbio e non facilmente spiegabile appoggio da parte della camorra napoletana, già predisposto o occasionale, di cui beneficiarono nella disordinata fuga i brigatisti, riuscendo nell’immediatezza a sottrarsi alla cattura.

È infatti comprovato che l’approssimativo gruppo terroristico si avvalse del supporto logistico - non si sa se improvvisato o più probabilmente preordinato - della criminalità dei vicoli del centro storico di Napoli, all’epoca sotto il controllo della cd. “nuova famiglia”, che protesse e nascose i brigatisti (di cui tre feriti non gravemente) nella zona della Sanità e dei Miracoli e provvide poi alla cura del ferito, nascosto nella casa di un camorrista a Castel Volturno, anche con il sequestro di un sanitario.

L’agguato, pur rivendicato dalla colonna napoletana delle bierre, apparve subito strano ed anomalo per vari aspetti, anche perché gli attentati brigatisti erano sempre stati rivolti contro esponenti delle forze dell’ordine impegnati in servizio di antiterrorismo (vedi, tra gli altri, i funzionari Alfredo Albanese a Venezia, Antonio Esposito a Genova, Alfonso Noce, Nicola Simone o il generale Enrico Galvaligi a Roma) o verso obiettivi simbolici oppure di scorta e presidio o nell’ambito di conflitti a fuoco. Invece Ammaturo, nel corso della sua lunga ed operosa carriera, non si era mai occupato di terrorismo politico e mai- fino ad allora - il capo di una squadra mobile era stato oggetto di attentato da parte delle Brigate Rosse.

A questo punto emergevano due ipotesi, la prima e più semplice relativa ad un generico processo di avvicinamento e di saldatura - all’epoca in atto in Campania - tra l’azione dell’ormai indebolito gruppo eversivo e la radicata criminalità camorristica, accomunati da obiettivi di attacco all’ordine istituzionale con scambi di favori e collaborazioni operative, rapporto spregiudicatamente consolidato anche nell’ambito della solidarietà carceraria (c. d. "fronte delle carceri") e per lo scadimento ideologico del movimento brigatista che aveva perso la sua originaria “purezza ideologica”. La seconda ipotesi, che apre uno scenario ancora più ampio ed inquietante ma finora non provato, è che l’omicidio del vicequestore eseguito materialmente dai brigatisti sia stato commissionato dalla camorra, di matrice cutoliana o dei clan avversi, per eliminare dalla scena un poliziotto "scomodo" per la sua efficienza ed abilità investigativa.

In particolare, Ammaturo, avendo forse svolto personali e penetranti indagini sul sequestro dell’assessore Cirillo dell’anno precedente (1981) e sull’ambigua e sconcertante trattativa svoltasi nel carcere di Ascoli Piceno per la sua liberazione - con l’intervento di esponenti politici e dei servizi segreti- sarebbe stato assassinato per impedirgli di formalizzare le sue clamorose conclusioni investigative, forse assai imbarazzanti per apparati istituzionali e politici compromessi in patti scellerati. A questo proposito, si è più volte ripetuto, anche in varie ricostruzioni giornalistiche e televisive (Augias, Lucarelli), che il capo della Mobile napoletana avrebbe spedito un rapporto in doppia copia sulle indagini da lui svolte al ministero dell’Interno ed al fratello Grazio - poi perito in un incidente stradale in Tunisia - che però non sarebbe stato mai ricevuto e rinvenuto. Tuttavia, pur volendosi ritenere attendibile questa pista, la circostanza per come rappresentata appare piuttosto inverosimile, e cioè che un funzionario esperto ed accorto come Ammaturo abbia affidato il suo esplosivo dossier alla spedizione di un plico postale, genericamente indirizzato al Viminale anziché consegnarlo direttamente nelle mani dei vertici giudiziari o di polizia da lui ritenuti più affidabili.

Secondo altra autorevole tesi (intervista a Gialanella), Ammaturo sarebbe stato probabilmente vittima di un omicidio realizzato in combinato disposto tra i sicari delle Brigate Rosse e la camorra mandante della c. d. "nuova famiglia", cioè il cartello anti-cutoliano in quel momento vincente (Nuvoletta, Zaza, Alfieri, Galasso, Giuliano ed altri), che avrebbe spalleggiato gli esecutori nel territorio da essa dominato, in una fase in cui la potenza camorristica di Raffaele Cutolo - ormai da qualche mese recluso in isolamento al carcere dell’Asinara per l’energico intervento del presidente Pertini - era già nettamente declinante sul piano operativo e militarmente disgregata da defezioni, esecuzioni e tradimenti.

Si fa spesso riferimento, nella ricostruzione soprattutto del sequestro Cirillo e dell’omicidio Ammaturo, in qualche modo forse connessi, allo sconcertante contesto di opacità e collusioni che avrebbe coinvolto, in quel periodo, ambienti significativi della politica campana, con frequenti allusioni ad esponenti di rilievo nazionale titolari di incarichi istituzionali.

Appaiono però significative - forse non sufficientemente sottolineate nelle ricostruzioni - anche le debolezze e zone d’ombra gravanti in quel periodo sugli organi requirenti, come successivamente emerso, e, in particolare, sulla Procura della Repubblica di Napoli dell’epoca, che non avrebbe dato adeguato e lineare impulso investigativo alle inchieste sui casi Cirillo ed Ammaturo, rimesse invece all’incisivo impegno dell’allora giudice istruttore Carlo Alemi, autore della famosa ordinanza-sentenza sulla opaca "trattativa" per la liberazione dell’assessore (ordinanza oggetto di censura, a fine 1988, del presidente del Consiglio De Mita). È stato giudiziariamente acclarato in periodo successivo che, qualche magistrato di primissimo piano, operante in quel periodo negli uffici di Procura (A.C.L., responsabile dell’ufficio denunce), anche con ruoli nelle inchieste Cirillo ed Ammaturo, coltivasse connivenze corruttive, come emerso con sentenze di condanna nei successivi anni ‘90.

Un utilissimo tassello per la piena ricostruzione di quei gravi fatti e per la riapertura delle indagini – come in qualche modo dichiarato dai procuratori Melillo e Gialanella - potrebbe essere costituito dall’auspicabile cattura di uno dei più importanti ricercati dal ministero dell’Interno, tale Renato Cinquagranella, camorrista omicida sfuggito alla giustizia e latitante da molti anni, che assicurò da favoreggiatore la protezione e la cura dei terroristi responsabili dell’agguato ad Ammaturo ed al suo giovane autista.

Resta in ogni caso la certezza dell’onore da rendere a un memorabile e valoroso funzionario di polizia, luminosa testimonianza di adempimento del dovere, e dell’esigenza di continuare a ricercare, sia pure nella oggettiva difficoltà data dai decenni trascorsi, la più chiara e completa ricostruzione della verità storica e giudiziaria in una doverosa prospettiva di giustizia per le vittime e per la comunità, che esse hanno servito con abnegazione e sacrificio.

 

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