La bibliografia sulla vita e sulle opere di Carlo Gesualdo, il principe dei musici, si sta arricchendo sempre di più. Tra le ultime pubblicazioni in ordine cronologico, si segnala “Genio e follia – Sublimità d’arte e tragico furore nella vita di Gesualdo da Venosa”, scritto da Gerardo Pescatore con il patrocinio dell’Accademia dei Dogliosi di Avellino.
Fin dalle prime pagine l’autore sembra essere ben consapevole della difficoltà di raccontare la storia di un personaggio su cui, soprattutto nell’ultimo decennio, sono stati versati fiumi d’inchiostro, che spesso hanno alimentato leggende e pregiudizi. E, infatti, quasi inevitabilmente la storia del principe di Venosa viene racchiusa in un unico episodio, l’uxoricidio di Maria d’Avalos e l’assassinio del suo amante Fabrizio Carafa, che, sebbene clamoroso e suggestivo, testimonia solo un profilo delle mille sfaccettature che compongono la complessa personalità dell’artista. Diverso, invece, è l’obiettivo che si prefigge Gerardo Pescatore. Il suo libro è un viaggio nell’anima di Carlo Gesualdo e nei sentimenti che animarono le sue gesta, le sue scelte e la sua musica. La ricostruzione storica procede di pari passo con la ricerca di un’interpretazione attendibile e plausibile dei comportamenti del principe, figura quanto mai complessa ed enigmatica. Prendendo le mosse dal contesto storico e familiare in cui Gesualdo nacque e crebbe, Pescatore delinea i caratteri essenziali della sua psicologia, quella di “un personaggio dall’animo molto complesso e contraddittorio con un carattere introverso e melanconico per naturale disposizione, aggravato dalle tragiche vicende di cui fu protagonista”.
In questa chiave l’autore legge la vicenda dell’omicidio dei due amanti. Al di là delle ricostruzioni fantasiose e fuorvianti (di cui, comunque, dà conto), Pescatore tenta di ripercorrere il tragico viaggio interiore che condusse Gesualdo verso la tragica decisione di ordire l’assassinio della d’Avalos e di Carafa. Dalle pagine dedicate a questa triste vicenda emerge chiaramente un contesto socio-culturale che, in qualche misura e per certi versi, impone al marito tradito l’uxoricidio della moglie infedele e l’assassinio del suo amante. Ed emerge chiaramente anche la riluttanza del principe ad ammettere e riconoscere di subire il tradimento.
La sua è una lotta contro i lazzi ed i pettegolezzi di un microcosmo, quello dell’aristocrazia napoletana del XVI secolo, ripiegato completamente su sé stesso e sulle proprie vicende. E, nello stesso tempo, egli combatte contro il suo amore, quello che continua a nutrire per Maria d’Avalos, che gli impedisce di cedere alle aspettative di chi invoca l’epilogo tragico. Alla fine Carlo si piegherà ai pregiudizi ed alle convenzioni di un contesto socio-culturale, che contempla la vendetta quale unica soluzione catartica dell’onore violato. Ed il principe, quasi costretto a pianificare e commettere l’efferato delitto, sarà sconcertato dalla reazione di quella stessa comunità che, dopo averlo auspicato, di fatto lo stigmatizza, inneggiando all’amore tragicamente oltraggiato piuttosto che alla restituzione della dignità violata. Probabilmente, più dell’esigenza di sottrarsi alla giustizia (che, però, di fatto lo assolverà in temi brevissimi) e alla vendetta dei familiari delle due vittime, sarà proprio l’incapacità di comprendere questa ostilità – più o meno larvata – nei suoi confronti a spingere Carlo alla fuga, e, poi, all’autoesilio nel castello di Gesualdo.
Rispetto ad altri autori, è bene ribadirlo, Pescatore non dedica molto spazio all’assassinio dei due amanti. Tuttavia, a differenza di altri autori, egli ne sa cogliere gli effetti e la portata negli equilibri esistenziali del principe. Per il resto della sua vita Carlo resterà segnato da quella tragedia che rappresenterà per lui un irrimediabile trauma psicologico. Lo spettro di quell’evento, ancor prima ed ancor più di quello dei due amanti, lo perseguiterà, rivestendolo di un’aura maledetta che si dissolverà solo in brevi intervalli felici. Tra l’uno e l’altro, altre gravi tragedie costelleranno la sua vita e mineranno i suoi affetti. Persino gli artifizi malefici che fattucchiere e donne di malaffare di Gesualdo tenteranno di praticare ai suoi danni, sembrano derivare dalla maledizione che incombe sull’uxoricida.
E rispetto ad altri autori, invece, Pescatore dedica pagine interessantissime ad altri eventi nella vita del principe, a partire dall’unione con Eleonora d’Este. La gran parte degli studiosi del principe di Venosa non presta molta attenzione a questo rapporto che in altre opere viene liquidato come un matrimonio di convenienza tra gli infelici esponenti di due prestigiose casate: l’uno, tristemente noto nell’intera penisola per il terribile fatto di sangue di cui era stato protagonista; l’altra, ormai avviata ad un ineluttabile nubilato. Due personalità tristi, insomma, e rese ancora più infelici dalla improvvisa morte del figlio Alfonsino. Pescatore, invece, ricostruisce accuratamente il contesto in cui l’unione nasce le dinamiche che ne segneranno l’evoluzione. Dalle pagine di “Genio e follia” emerge il ritratto di una donna, Eleonora d’Este, che, se pure non follemente innamorata di Carlo, si propone di renderlo felice. Emerge il quadro di una corte, quella estense, che presenta caratteristiche accattivanti per la personalità di Carlo che, alla corte degli estensi, noti per il loro mecenatismo, si ritroverà artista tra altri famosi artisti dell’epoca. Quella stessa corte, però, al di là dell’ossequio formale prestato al principe di Venosa (e signore di innumerevoli feudi sparsi tra l’Irpinia e la Lucania), gli riserverà l’epiteto di “terrone”, tristemente sopravvissuto ai secoli e dedicato a tutti i “napoletani”.
L’autore si sofferma anche sugli ultimi anni di vita del principe, condizionato da umori sempre più tetri e da una crescente propensione per l’isolamento. Eventi tragici continueranno ad abbattersi sulla casata. Dopo la prematura scomparsa di Alfonsino, anche l’altro figlio maschio, Emanuele, avuto da Maria d’Avalos, gli premorirà, lasciandolo in uno sconforto talmente cupo da condurlo alla sua stessa morte pochi giorni dopo. Ed anche le sue ultime volontà saranno foriere di travagli e lotte familiari. Nel testamento compaiono un figlio illegittimo ed una serie di codicilli particolarmente complessi che daranno luogo a vivaci contrasti che produrranno strascichi anche per gli ultimi esponenti della sua casata. La nipote Isabella (figlia di Emanuele), sua unica erede, che avrebbe dovuto andare in sposa ad un discendente di un altro ramo della famiglia Gesualdo, si unirà in matrimonio con Niccolò Ludovisi, appartenente, a sua volta, ad una delle famiglie più potenti della penisola. Ma la tragedia non avrà fine: Isabella, sposa bambina, morirà non ancora ventenne, e lascerà una figlia, Lavinia, che, affetta da cecità, morirà anch’ella in tenerissima età. La casata di Carlo, quindi, si estinguerà entro vent’anni dalla sua morte, quasi che l’assassinio di Maria d’Avalos e di Fabrizio Carafa ne abbia decretato la fine anzitempo.
Pescatore, infine, ha il merito di soffermarsi a lungo anche sul profilo più significativo della complessa personalità di Carlo Gesualdo, e, cioè, sulle sue qualità di musicista. Precursore dei tempi e delle tecniche di composizione che si sarebbero affermate nei secoli successivi, in Europa il principe di Venosa è conosciuto e ricordato, più che come l’assassino della moglie e del suo amante, come sublime musicista. E, tuttavia, nella gran parte dei saggi che gli sono stati dedicati in Italia la sua produzione artistica lascia spazio alle sue vicende personali. In “Genio e follia”, invece, la musica di Gesualdo diventa finalmente protagonista della memoria di un personalità di gigantesca levatura artistica che troppo spesso viene schiacciata dal peso del ricordo di una terribile tragedia.




