Pubblichiamo, in occasione delle celebrazioni del centenario dell’Istituto tecnico “Luigi Amabile”, la seconda parte dell’intervento di Francesco Barra, ordinario di Storia moderna presso l’Università di Salerno, già apparso sul Dizionario biografico degli irpini, sulla figura e sull’opera del grande scienziato-umanista avellinese.
* * *
L’altissima, e purtroppo irrealistica, concezione del mandato parlamentare di Luigi Amabile è efficacemente rivelata da una lettera che egli inviava da Torino il 5 novembre 1864 al suo mentore politico, il venerando Lorenzo de Concilj: “Ho trovato la Camera quale l’aveva sempre immaginata: eccellente in politica, inetta in amministrazione. Più di quel che credeva ho trovata brutta quella maniera di fare che serbano moltissimi deputati ed elettori: poiché questi ultimi credono che ogni deputato sia il loro incaricato d’affari, e scrivono a diluvio, ordinano e comandano, ed il deputato sale e scende Ministeri, e perde tempo, dignità e riputazione. […] Debbo dirlo con compiacenza, e son certissimo che voi ve ne compiacerete del pari: codesto Collegio di Avellino è pure in ciò de’ pochissimi rispettabili e degni di onore; poiché fin oggi io non ho ricevuto che una sola lettera per affari privati, mentre gli altri deputati ne ricevono a centinaia. Alla quale lettera naturalmente io non ho risposto, come non risponderò mai a chiunque mi scriva di affari che non sieno di interesse pubblico. […] Meglio è tornarsene a casa, anziché sciupare sé stesso ed il paese a questo modo”.
Non meno aspri ed amari erano i suoi giudizi sui leader parlamentari della Destra, da Minghetti «tanto imprevidente» a Sella «tanto dubbio di fede». Politicamente isolato e combattuto dal governo, che gli contrappose ad Avellino lo stesso ministro della Giustizia, Luigi Cortese, Amabile non fu riconfermato alle elezioni generali del 22 ottobre 1865. Rientrò però alla Camera col ballottaggio del 17 marzo 1867, che lo vide trionfare con 456 voti contro 266 sul democratico Domenico Giella.
Intanto, il tracciato della linea ferroviaria Mercato Sanseverino-Avellino aveva fatto nascere una profonda agitazione nei comuni dei finitimi collegi di Avellino e di Atripalda. Il tracciato originario – sostenuto da Michele Capozzi – toccava Solofra, attraversava Serino e collocava la stazione in posizione baricentrica tra Avellino e Atripalda; il nuovo - propugnato da Amabile - senza ledere Solofra, toccava Forino e Contrada e avvicinava la stazione al centro di Avellino. Il contrasto tra Amabile e Capozzi, e quindi tra Avellino e Atripalda, non era politico ma squisitamente locale, vertendo esso sul tracciato della ferrovia, sulla cui controversa questione si scontravano opposte tesi tecniche e inconciliabili interessi personali e campanilistici.
Si comprende agevolmente, quindi, come scopo dichiarato di Capozzi fosse quello di dare all’Amabile, in occasione delle elezioni suppletive del 27 marzo, «una lezione quanto solenne quanto amara». A contrastare la rielezione del “moderato” Amabile fu posta la candidatura di un giovane esponente della Sinistra, l’avellinese Francesco Brescia-Morra, creatura del Nicotera ma appoggiato altresì da Capozzi, De Sanctis e Rattazzi. Le elezioni del 27 marzo diedero 418 voti ad Amabile e 303 a Bresciamorra; gli mancarono comunque 38 voti per riuscire a primo scrutinio.
Solo dieci anni più tardi, in occasione delle elezioni del 16 maggio 1880, Amabile ripropose la sua candidatura ad Avellino, in opposizione al deputato uscente Francesco Villani – il suo vecchio antagonista del 1864 – venendo di stretta misura sconfitto in ballottaggio con 597 voti contro 563. Morto però due anni dopo Villani, Amabile trionfò nelle elezioni suppletive del 21 maggio 1882, che lo videro battere con 667 voti contro 465 il candidato della Sinistra, il generale Domenico Primerano, segretario generale del ministero della Guerra, contro i cui sostenitori egli polemizzò duramente a causa dei trascorsi borbonici del loro candidato; questa volta, tuttavia, il contributo del suffragio della città di Avellino al successo di Amabile fu minore delle altre volte: 306 voti contro i 202 di Primerano.
Ritiratosi a vita privata, s’isolò appieno, rinchiudendosi nella sua solitaria villa di Posillipo, «consacrata allo studio, ed inaccessibile ai profani». Ma l’ozio non era fatto per lui. Non più deputato, non più professore, non più chirurgo degli Incurabili - essendosi dimesso sin dal 1874 al culmine di un lungo dissidio con il governatore Ciavarria, che aveva in tutti i modi cercato di ostacolarlo e di emarginarlo – egli doveva crearsi e infatti si creò un altro campo di attività. Desideroso – com’egli ebbe a dire – di respirare in ambiente più puro ed elevato, e di passare gli ultimi anni della sua vita in compagnia dei morti piuttosto che dei vivi, rivolse il suo alto intelletto agli studi storici con quella energia della volontà che gli era propria.
Egli, che da tempo aveva iniziato delle ricerche su alcuni antichi medici e naturalisti napoletani, si era imbattuto nella figura di Tommaso Campanella, interessandosene inizialmente non come filosofo e pensatore politico ma come autore di testi medici. Approfondendo la ricerca, aveva poi rinvenuto importanti documenti relativi alla biografia del domenicano calabrese e alla sua congiura, sentendosi nascere la vocazione di storico. Ad essa sacrificò tutto: la professione e il guadagno, il riposo, la stessa salute. Con una sistematicità ammirevole, sostenuta da un’adeguata disponibilità di mezzi economici, esplorò gli archivi e le biblioteche d’Italia e d’Europa, da Napoli a Venezia, da Firenze a Madrid, da Roma a Dublino, dall’Archivio Segreto Vaticano a Simancas.
Primo frutto di questo intenso lavoro fu il volume Il codice delle lettere del Campanella, pubblicato a Napoli nel 1881, al quale fecero seguito l’anno successivo i tre poderosi volumi su Fra Tommaso Campanella, la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia. Non pago di queste prime fatiche, dedicò altri cinque anni di ricerche alla vita del domenicano di Stilo e pubblicò nel 1887, sempre a Napoli, due nuovi volumi: Fra Tommaso Campanella ne’ castelli di Napoli, in Roma ed in Parigi. In margine alle ricerche campanelliane aveva intanto avuto modo di far luce su un altro oscuro episodio di storia napoletana, la congiura del domenicano Tommaso Pignatelli, condannato a morte nel 1634 per delitto di lesa maestà (Fra Tommaso Pignatelli, la sua congiura e la sua morte, Napoli 1887).
Ormai la sua fama non era legata solo al suo valore di scienziato e di chirurgo. Egli si era infatti volto agli studi storici con giovanile passione, con un’energia – come scrisse Croce – propria degli ingegni veramente e naturalmente forti. Si rivelò ricercatore infaticabile, diligentissimo raccoglitore e ordinatore di documenti, raro conoscitore degli organi di governo e del funzionamento del sistema amministrativo e giudiziario, sicuro biografo di una folla di personaggi di vario rilievo, sicché le sue opere sulla vita di Tommaso Campanella e di Tommaso Pignatelli e sull’Inquisizione – ha scritto Pasquale Villani - «sono ancora oggi non solo punto di riferimento obbligato di partenza per quanti vogliano studiare e approfondire tali argomenti, ma, più generalmente, utilissima introduzione e – per chi pazientemente ne scopra le ricchezze talora celate nelle lunghe note e nelle ampie appendici – efficace e insperato sussidio allo studio della storia napoletana durante il dominio spagnolo».
Dagli studi campanelliani nacque, come logico sviluppo e completamento, l’ultima poderosa opera, pubblicata nel settembre 1892, poche settimane prima della morte dell’autore: Il Santo Officio dell’Inquisizione in Napoli (Città di Castello, 1892, vv. 2).
Da parecchio tempo affetto da grave infermità cronica, la tubercolosi, per la prima volta manifestatasi a Simancas, Amabile andava frattanto sempre più deperendo in salute, e negli ultimi mesi il male fece rapidi progressi, con una paralisi da diabete che gli precluse l’uso degli arti inferiori. La tubercolosi, ribelle ad ogni cura, rapidamente compiva la sua spietata opera di distruzione, e il 25 novembre, alle 2 e 30 antimeridiane egli si spegneva a soli 64 anni, venendo tumulato per sua disposizione ad Avellino, mentre gli si consacrò una colonna marmorea nel recinto degli uomini illustri nel cimitero di Poggioreale.
La forte e risentita personalità intellettuale e umana dell’Amabile venne ben delineata da Vito Fornari nella lapide che nel 1893 la città di Avellino scoprì in sua memoria sulla facciata del Municipio: Scienziato, istoriografo, chirurgo, scrutò sagacemente nella natura e ne’ fatti umani; deputato al Parlamento e privato cittadino, propugnò libertà temperata; non mutò mai sentiero; non simulava né dissimulava; aborriva ogni viltà; ampliò la scienza, onorò il nome italiano.




