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    21/04/2026

D’Errico, dalla fede la luce del magistero e dell'ispirazione

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Giuseppe d'Errico quando era preside all'Istituto ImbrianiAVELLINO – Si è spento all’età di 82 anni, appena compiuti, il prof. Giuseppe d’Errico, già preside nelle scuole  superiori di Avellino e provincia, dopo essere stato aggredito da un male feroce, lasciando nella disperazione tutti i suoi parenti.

Genio multiforme, poeta, scrittore, giornalista dal 1953, filologo del gruppo romanzo, paroliere e compositore melodico. Enumerare le opere del Nostro è impresa ardua poiché la sua attività va dalla poesia al romanzo, dalle favole alle molteplici recensioni di scrittori, prefazioni e post-fazioni in documenti importanti, dalla critica letteraria alla filologia. Era innamoratissimo della poesia nella quale era capace di perforare ogni pragmatismo, ogni atteggiamento scettico. La sua penna, dalla voce carezzevole, traduceva gli impulsi più genuini dell’animo umano al punto da avergli meritato l’appellativo affettuoso di usignolo per la capacità di riportare le atmosfere quasi fiabesche di un mondo dimenticato. Nella sua poesia si evidenzia il gusto per le suggestioni paesaggistiche, quel mondo di affetti, della nostalgia per la terra d’origine, dell’amore disperato per la vita, della natura primigenia colta negli aspetti più autentici e veri, capace di essergli compagna fedele a cui abbandonarsi e chiedergli conforto. I versi di d’Errico sgorgano dalle profondità del quotidiano soffrire dell’uomo, dal dolore che viene spesso mitigato dal poeta da un affetto lirico che porta con sé accenti di autentica religiosità. Cattolico praticante prende l’inossidabile coraggio dalla fede tanto da essere assertore che nella “Preghiera” recita: “Or che lenta scende la sera per me brilli nel cielo una stella. Sia la stella del Tuo perdono, del Tuo cuore ch’è colmo di amore”.

La sua dipartita ha lasciato un vuoto incolmabile e oggi lo piangono, inconsolati, l’adorata moglie Rosanna, la figlia Giuseppina con Massimo, il figlio Gerardino con Simona, gli adorati nipotini Giuseppe e Chiara, luce dei suoi occhi, il fratello Italo con la moglie Gerardina e la sorella Eliana. Lo piangono le comunità parrocchiali, in primis della chiesa di S. Antonio per la sua appassionata opera di diacono, per le sue partecipazioni di catechesi nelle quali elargiva suggerimenti e aiuti ai poveri sostenendo che “gli ultimi saranno i primi per superiorità morale”. Lo piangono gli operatori della scuola, docenti e non docenti, che hanno avuto il privilegio di conoscerne la bontà dell’animo, la competenza e la trasparenza in tutti gli atti della scuola, madre di vita e di cultura. Lo piange la comunità di Gesualdo, suo paese natìo perché senza timore di smentita egli ha rappresentato uno dei suoi figli migliori, per l’immortalità delle sue opere e per la grande messe di scritti per Carlo Gesualdo, il principe dei madrigalisti. Lo piange l’Università della Terza Età avellinese con la quale da anni ha sempre assicurato la sua presenza con lezioni su vari autori della letteratura italiana, intrattenendo uomini e donne con semplicità e quel tratto signorile di conversare anche quando la voce e le forze venivano meno. Lo piange anche il sottoscritto, imparentato ed orgogliosamente amico, negli anni delle sue gravi condizioni fisiche, quando non aveva ancora l’aura del mito ma era uno di quegli uomini che emanavano luce.

 

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