Nel tratto che da Aeclanum portava a Lacedonia la via Appia, con molta probabilità, aveva una “variante” valliva. Quest’ultima, dopo aver percorso la valle dell’Ufita, per circa 20 chilometri, da Grottaminarda a Sferracavallo in territorio di Vallata, raggiungeva Bisaccia e si ricongiungeva al ramo principale che percorreva la cresta (più o meno il tracciato dell’attuale Statale 303) proveniente da Frigento). Il tracciato vallivo, ipotizzato dall’archeologo Werner Johannowsky, a seguito degli eccezionali ritrovamenti fatti negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, specialmente nella Baronia, lungo la sponda destra del fiume, ha avuto riscontro grazie all’individuazione, in località “Fontana del re”, tra Passo Eclano e Grottaminarda, di un lastricato in ciottoli che, per la tipologia e le dimensioni, ha fatto subito pensare ad un “diverticolo” della regina viarum. La valle dell’Ufita, la più ampia delle zone interne della Campania, fin dalla più remota antichità ha rappresentato una comoda via di passaggio tra il Tirreno e l’Adriatico e tra il centro Italia e lo Ionio. Attraversata da numerose strade con andamento trasversale, ma anche longitudinale, ha da sempre consentito a pastori, cacciatori, eserciti, mercanti e briganti di muoversi con facilità per insediamenti, scambi, affari, conquiste o ambascerie. È sicuramente stata questa sua posizione a favorire la frequentazione umana, già a partire dal Neolitico antico, sulle colline che la circondano (alcune tracce portano anche al Paleolitico).
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Il territorio, per la maggior parte costituito da colline, raggiunge l’altitudine massima con la montagna di Trevico (1094 metri s.l.m.). Presenta un paesaggio, per molti aspetti, ancora incontaminato dove si alternano, senza soluzione di continuità, scenari naturali di grande bellezza caratterizzati dalla asperità dei luoghi e dal loro contrasto con la valle, costruita nei millenni dai corsi d’acqua. Seppure con movimenti che fissano o spostano i punti privilegiati di dimora da un posto all’altro, favorendo ora la scomparsa ora la nascita di nuovi insediamenti, le popolazioni, che anticamente occuparono questi luoghi, hanno lasciato ampia e documentata traccia del loro passaggio. Ogni paese è ricco di storia e ogni sua località mostra i segni di una civiltà che ha radici lontane nel tempo. La sua collocazione “interna” rispetto alle fasce costiere le ha consentito di conservare, meglio che altrove, le tradizioni, i costumi e la lingua dei padri. La sua gente, dedita in parte al lavoro dei campi, porta ancora ben marcati i caratteri dell’antica ospitalità e la fierezza dei popoli che la abitarono. “La valle dell’Ufita e le colline circostanti – ha sostenuto il prof. Silvio di Nocera del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Napoli – offrirono condizioni ottimali di vita alle popolazioni che via via vi giunsero. C’erano abbondanza di sorgenti, possibilità di difesa e di controllo del territorio oltre alla facilità di movimento, favorito, a Est e a Sud dai valichi di Bisaccia e di Guardia dei Lombardi e, a Ovest, dalla valle percorsa dal fiume Ufita che poi, nei pressi di Benevento, confluisce nel Calore”.
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Gli scavi archeologici, condotti in maniera sistematica dalla Soprintendenza di Avellino, Salerno e Benevento, specialmente dopo il terremoto del 1980, hanno restituito tratturi, tronchi viari, necropoli, ponti, ville rustiche, centri di culto e insediamenti abitativi confermando che tutta l’area, a partire dal VI-V millennio avanti Cristo, è stata sempre abitata. Il più antico ritrovamento rinvenuto fino ad oggi è quello di “Aia di Cappitella” di Carife, un terrazzo fluviale nelle cui vicinanze vi è una sorgente di acqua sulfurea che potrebbe essere stata importante per la concia delle pelli. In questa località, ciò che ha attirato maggiormente l’attenzione degli studiosi, oltre ad un primitivo insediamento, è stata la presenza di alcune “strutture di combustione” vere e proprie fosse di forma ovale, di dimensioni variabili, all’interno delle quali erano evidenti le tracce del passaggio di alte temperature. Le analisi al carbonio C14, eseguite su otto campioni dal Dipartimento di Scienze della Terra (Geochimica) dell’Università La Sapienza di Roma, hanno fornito una datazione che va da 5635 a 5910 anni fa. Particolare rilevanza ha assunto la presenza copiosa di ossidiana, una sorta di vetro di lava utilizzata per ottenere attrezzi da taglio come falcetti o coltelli. L’ossidiana, essendo necessariamente legata alle isole Eolie, ha fatto subito immaginare l’esistenza di commerci e di scambi tra zone anche abbastanza lontane tra loro.
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Altra presenza del Neolitico, nella valle dell’Ufita è il villaggio affiorato in contrada “Isca del Pero” di Castelbaronia. Gli scavi, condotti dall’archeologa Giovanna Gangemi, hanno consegnato al grande mosaico della storia un tassello di eccezionale importanza. Un vero e proprio villaggio, ben attrezzato per l’epoca, sorgeva, lungo un torrente, a pochissima distanza dalla sponda destra dell’Ufita, alla fine del terzo millennio a.C. Era abitato da un gruppo che si dedicava alla pastorizia e all’agricoltura. Il recupero di parecchi scheletri, in prevalenza bambini, seppelliti in posizione rannicchiata, girati su un fianco e con gli arti inferiori fortemente ritratti, ha consentito di precisare e chiarire alcune abitudini sconosciute che caratterizzarono, in quest’area, la civiltà del secondo eneolitico e bronzo antico. Gli antropologi, passando al setaccio ogni piccolo reperto e raccogliendo il materiale scheletrico, hanno individuato le linee essenziali che segnarono il modo di vivere, il comportamento sociale e le credenze dei lontani abitatori della valle. Hanno precisato, in dettaglio, la dieta che caratterizzava quell’insediamento e il rapporto con popolazioni coeve delle aree circostanti. Il rinvenimento del villaggio di Isca del Pero e la particolare somiglianza alla facies di Laterza, attestata con maggiore frequenza nell’area appulo-materana, aprono una serie di interrogativi ai quali gli studiosi dovranno fornire risposte. Sicuramente furono gli scambi economici e culturali che avvicinarono i gruppi, all’apparenza così lontani, ma senza dubbio in rapporto tra loro attraverso le vie naturali che seguivano i percorsi fluviali e i relativi valichi. Forse fu prima il Bradano, poi l’Ofanto e poi l’Ufita la via che questa civiltà seguì, passando per la Sella di Conza “da cui – come afferma Gangemi – già in epoca preromana si dipartiva un tratturo in direzione della valle dell’Ufita, attualmente corrispondente alla Statale 91”. Poco si conosce del periodo tra la fine dell’età del bronzo e la prima età del ferro di cui pure sono state rinvenute tracce a Trevico, a San Nicola Baronia e a Carife.
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La documentazione più copiosa, raccolta nelle sepolture delle necropoli di Serra di Marco di Castelbaronia, di contrada Addolorata e Piano la Sala di Carife, riguarda i Sanniti. Gli oggetti recuperati appartengono ad oltre 200 corredi funebri. Rientrano nel periodo tra il 600 a.C. e una data che si può fissare intorno al 296 a.C., quando furono distrutti dai romani (durante la fase finale della terza guerra sannitica) gli insediamenti della zona che facevano parte dell’antico centro di Romùlea (i centri sannitici erano costituiti da insediamenti sparsi detti pagi e vici). Hanno consentito, con la loro ubicazione e, spesso, con la loro unicità, di allargare le conoscenze sui Sanniti e precisare, con maggiore attendibilità, l’evoluzione delle attività lavorative, dell’organizzazione sociale, degli scambi commerciali e dei costumi di quella popolazione che, sicuramente, ebbe rapporti con Apuli, Etruschi, Greci e Lucani.
In contrada Piano a Sala di Carife, tra le numerose sepolture ne è stata rinvenuta una a fossa di dimensioni inusitate, rivestita in legno, con letto funebre leggermente rialzato rispetto al fondo, intorno al quale erano disposti degli oggetti pregiatissimi che ne fanno un complesso finora unico in tutto il Sannio. Oltre a due grandi contenitori e ad altri vasi di officina locale, questa tomba, risalente al V secolo a.C., conteneva un cratere a figure rosse con una scena dionisiaca rappresentante una menade tra due satiri; è il primo vaso figurato trovato finora nel Sannio interno. Tra gli oggetti di bronzo, erano di fattura particolarmente pregevole due candelabri, importati dall’Etruria, gli unici trovati completi fino ad oggi. Le tombe sannitiche di contrada Addolorata, risalenti al V-III secolo avanti Cristo, autentiche testimonianze monumentali di una importante civiltà, vennero alla luce subito dopo il terremoto del 1980. Costruite con pesanti blocchi di travertino, al loro interno hanno conservato reperti di valore inestimabile. Alcune sepolture, avvenute con il rito dell’incinerazione e con la presenza costante dello “strigile” hanno confermato l’uso greco dell’ “efebia”.
Anche la colonizzazione romana, imposta con la forza, ha lasciato tracce evidentissime nella zona. Nei territori di San Sossio, Vallata, Vallesaccarda, Scampitella, Carife, Trevico, Flumeri, Castelbaronia e San Nicola sono accertate evidenti presenze abitative di quel periodo. La testimonianza più importante della romanizzazione è la città senza nome di Fioccaglie, affiorata su un pianoro alla confluenza tra l’Ufita e il suo affluente Fiumarella in territorio di Flumeri. Dagli scavi, eseguiti solo su una superficie di circa mille metri quadrati, è stato accertato che questo insediamento abitativo fu il punto d’incontro delle più importanti vie antiche che attraversarono l’Irpinia. Posto ad otto chilometri da Aeclanum fu attraversato sicuramente dal ramo della via Appia, che proseguiva lungo la sponda destra dell’Ufita e coincideva col percorso descritto dal poeta Orazio nella notissima satira V del libro I dei Sermones.
All’interno del centro abitato sono stati rilevati tre assi stradali, con andamento Est-Ovest, larghi circa 9 m. e distanti tra loro 148 m. La città di Fioccaglie fondata, con molta probabilità, all’epoca dei Gracchi, subì una distruzione violenta, dovuta ad incendio, durante la guerra sociale, allorché Silla mise a ferro e fuoco l’Irpinia. L’abitato, costituito da case modeste, da botteghe e da “domus” signorili, occupava gran parte del pianoro estendendosi per parecchi ettari. Le case signorili erano di stile tardo-ellenistico e presentavano ambienti decorati, pareti affrescate in stile pompeiano con tanto di “impluvium” e “hortus”.




