AVELLINO – “Federico Biondi: intellettuale, comunista libertario e meridionalista illuminato” è il tema affrontato da Luigi Anzalone nel corso della giornata dedicata dall’Istituto tecnico agrario “Francesco De Sanctis” alla figura del professore-intellettuale-politico scomparso nel maggio di quest’anno. Questo il testo del suo intervento:
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L’intelligenza e il senso umano erano ciò che immediatamente colpiva nella figura e nel portamento di Federico Biondi, al punto da fare tutt’uno. Questa impressione, nonostante la sua immediatezza, era tanto giusta quanto inevitabile per chi veniva in contatto con lui; potevano non averla solo coloro che, dice Eraclito, “hanno anime barbare”. Poi, conoscendolo e ascoltando le sue parole e i suoi discorsi, in cui l’essenzialità espressiva si legava inestricabilmente al rigore argomentativo e alla ricerca del vero, si capiva che la sua intelligenza non solo era profondamente analitica e felicemente sintetica, ma si nutriva anche di una cultura letteraria ed estetica, storica e filosofica, oltre che musicale, eccezionalmente vasta e criticamente organizzata. Si capiva altresì che il suo senso umano, da un lato, rifletteva la sua indole onesta, buona e generosa, caratterizzata da una spontanea e insieme riservata socievolezza; dall’altro lato, si poneva come coerente cifra espressiva di qualcosa di più sostanziale e importante, tale da trascendere il dato psicologico per rinviare a un universo di concetti morali e politici nobili ed esigenti, frutto di riflessione e di conoscenza e improntati a un umanesimo integrale. Se vogliamo dirla diversamente, possiamo dire che si trattava di una luminosa e intransigente eucosmia che aveva al centro l’humanum, così come Ernst Bloch lo ha definito, in quanto impegno rivolto a esprimere ciò che di meglio, positivo, utopico e accomunante alberga nell’anima di ogni uomo. A Federico, infatti, devo l’invito alla lettura di questo filosofo marxista utopico e ateisticamente religioso, di cui mi regalò, nel 1980, il libro Spirito dell’utopia. Nella dedica che accompagnava il dono, richiamò la mia attenzione su un brano della sezione Karl Marx. La morte e l’apocalisse, in cui Bloch, notando che “nella nostra esperienza vitale nulla appare che ci porti al di là della morte facendoci vibrare”, dice che è “per trovare il giusto amore del quale conviene vivere, organizzarsi e avere tempo, che noi ci apriamo di nuovo varchi metafisicamente costitutivi, invochiamo ciò che non è, costruiamo nell’azzurro che esiste ovunque ai confini del mondo, ci costruiamo nell’azzurro e cerchiamo il vero e il reale dove scompare il semplice dato”. In seguito, la collaborazione, presso la cattedra di Storia della Filosofia dell’Università di Napoli, con il professore Giuseppe Cacciatore che ne è il titolare, mi ha consentito di studiare in modo forse proficuo la filosofia di Bloch, di cui Cacciatore è tra i maggiori interpreti, mentre si segnala, nel panorama filosofico, come insigne teorico dello storicismo critico-problematico di ascendenza tedesca e vichian-marxista e dell’interculturalismo democratico e cosmopolitico, vivificato da palpito e solarità mediterranee.
È bene, stimo, precisare subito che l’utopismo di Biondi non era nient’affatto astratto o velleitario: era piuttosto il crisma dell’elevatezza del compito che aveva fatto proprio per dare autenticità, valore e incidenza al suo “mestiere di vivere”. Ecco perché, in lui, la tensione appassionata e intransigente, l’impegno lucido e costante per rendere migliori se stessi e la propria comunità procedevano di pari passo con uno spiccato senso della realtà effettuale e quindi con l’attenta ricognizione analitica dei suoi dati, del passato e del presente, per incidere su di essi e mutarli in positivo. La qualcosa, è facile intenderlo, per un verso, lo faceva rifuggire dal concretismo, sinonimo se non di cinismo almeno di rassegnazione e, per l’altro verso, lo rendeva uno storicista convinto. Infatti, come scrive in quel vero e proprio capolavoro letterario e storico-politico che sono i due volumi di Andata e ritorno. Viaggio nel Pci di un militante di provincia, la storia, in quanto passato, è “una dimensione ineliminabile dello spirito”. E, in motivata polemica con i teorici della “fine della storia”, rileva subito dopo che il suo aspetto peculiare consiste nel “continuo rigenerarsi, soggetto sempre alla spinta dell’ansia del nuovo”, che, unitamente alla “circolarità” degli eventi, fa sì che “essa non può né interrompersi, né esaurirsi, e ha sempre un futuro da programmare e un passato da raccontare, svolgendosi così eternamente, in questo nostro universo, nelle nazioni, nelle città, nei singoli luoghi, persino in una stanza”.
Lo storicismo di Biondi è, indubbiamente, di carattere marxista; si tratta però di un marxismo filtrato attraverso il pensiero di Antonio Gramsci e di Benedetto Croce. Di Gramsci, faceva suo innanzitutto il meridionalismo che sfatava, per dirla con Salvadori, “il mito del buon governo” e proponeva un nuovo blocco storico per la “rigenerazione morale e politica” del Sud e per la sua rinascita. Di Gramsci, oltre che il meridionalismo, faceva suo anche e specialmente il concetto di egemonia, intesa come direzione politico-culturale fondata sul consenso e, perciò, adatta a mandare in soffitta la concezione della dittatura del proletariato, accennata da Marx, sviluppata da Lenin, applicata rovinosamente e dittatorialmente da Stalin. Del grande Sardo, non accoglieva però il volontarismo giovanile, quello teorizzato specialmente nel celebre articolo la “Rivoluzione contro “Il Capitale”, ovvero l’esaltazione del fatto che la rivoluzione avesse vinto in Russia contraddicendo la teoria di Marx dell’oggettività dei processi storici. Avvertiva però che, dopo il crollo del Muro, dell’Urss e degli Stati del socialismo reale, sarebbe stato “ingeneroso obbedire alla tentazione di ritorcere, contro il giudizio gramsciano, il tremendo esito finale di una rivoluzione fatta per forza di volontà”. Del volontarismo, del soggettivismo astratto, avvertiva una presenza marcata pure in Dorso, legato com’era all’elitismo di Mosca e Pareto. Anche in questo caso, però, non mancava di sottolineare che “in Dorso la fede nella volontà eroica non era un canone interpretativo, ma quel sentimento stesso della volontà che gli faceva credere di poter affidare ad una riscossa morale di là da venire anche la formazione di un’elite rivoluzionaria che ancora non c’è”. Di Croce, poi, aveva in alto pregio la “religione della libertà”, coraggiosamente proposta e filosoficamente fondata mentre imperava il fascismo, gli scritti letterari, la teoria dell’arte e soprattutto le grandi opere di storia. Rifiutava però quel che di socialmente limitato, direi io, borghese, c’era nel suo liberalismo. Da Croce, corrispondendo alla sua indole e all’influenza della sua famiglia, Federico mutuava anche un costume di vita rigoroso, persino ascetico, fatto di studio e scrittura, di insegnamento e lavoro politico, attività queste da lui sottoposte alla valutazione e al controllo dello spirito critico e autocritico che il grande filosofo napoletano chiama nei Taccuini “invigilare me stesso”.
Il comunismo al quale il nostro professore restò sempre fedele era di carattere spiccatamente e compiutamente democratico e libertario, al punto da non discostarsi molto dal pensiero di Carlo e Nello Rosselli, da cui aveva preso le mosse la sua formazione politica. Infatti la giustizia sociale e l’uguaglianza erano per lui principi e valori assoluti e imprescindibili, indispensabili in primis alla liberazione dell’uomo dal bisogno, ma a patto di essere collegati inestricabilmente alla libertà della persona e al sistema democratico, il più esteso e partecipato. Solo così a una società classista, fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, fatta di io e tu egoistici e chiusi, si poteva sostituire una società libera, democratica, giusta, contraddistinta da un noi solidale e umano. Di questa idea forte della libertà e della costellazione di ideali che l’accompagna era sostanziato il suo riformismo, che era pensiero ed azione rivolti a cambiare la realtà socio-economica e civile in modo graduale, attento, intelligente, mai rinunziatario, a migliorare le condizioni del popolo che lavora, delle classi sociali povere, a realizzare le più belle e verdi speranze dei giovani, le speranze che non debbono essere deluse, a riscattare il Sud, a rendere più umano, vivibile e ospitale quello che Gramsci chiama “il mondo grande terribile”. Manco a dirlo, Biondi aveva in uggia il conformismo, il carrierismo e il burocratismo di partito, segnatamente il centralismo democratico. Si comprende quindi perché Pietro Grifone, Giorgio Amendola, Umberto Terracini, Gerardo Chiaromonte e Giorgio Napolitano lo stimarono e gli furono amici, cosa che il presidente della Repubblica ha ricordato in occasione della sua morte avvenuta il 12 maggio di quest’anno. Questa così qualificata amicizia e stima gratificava Federico, senza che però mai inorgoglisse o menasse vanto. Sempre, invece, soffrì dell’ostilità, del prevenuto, vile e malvagio ostracismo, spinto fino all’esclusione da ogni incarico e lavoro politico, che gli riservò il gruppo dirigente della federazione comunista irpina negli anni Settanta e Ottanta; un gruppo dirigente per lo più abbarbicato a posizioni di potere, giustificato scadentemente, come egli più volte affermò, “da un ingraismo di maniera”.
Federico Biondi fu, però, innanzitutto ed essenzialmente, un desanctisiano “professore nato”. Nel compito educativo e formativo della Scuola credeva in modo assoluto, e l’insegnamento fu per lui l’attività irrinunciabile e prediletta. Suo fermo convincimento era che ai giovani, ancor prima che una professione o un mestiere, si dovesse insegnare quella virtù, cui troppi italiani sono poco adusi, che consiste, come dice De Sanctis, nella coerenza tra ciò che si pensa e ciò che si dice, tra ciò che si dice e ciò si fa. Dotato di un herbartiano “tatto pedagogico”, il professore Biondi mirava a contribuire alla formazione integrale e armonica, giammai unilaterale o parziale, della personalità degli allievi, a sviluppare la loro autonoma capacità di giudizio e di orientamento nel mondo, non mancando di valorizzarne le individuali attitudini, tendenze e vocazioni. Direi che il fatto educativo – così come lo concepiva e lo realizzava - si fondava su quello che Platone nella Settima lettera chiama il “contatto tra le anime”. Ciò implica che l’educazione faccia perno sulla sintesi a priori educatore-educando, che è amore nel senso spirituale e superiore della parola. Una sintesi a priori paidetica che – coerentemente con la rivoluzione pedagogica che da Comenio giunge fino a Rousseau - pone al centro l’educando, la sua libertà, la sua dignità, la sua intelligenza e la sua sensibilità e mai scorda che “nel dialogo educativo è il maestro colui che impara di più”.
Dalla suoi genitori, che appartenevano a quella che Salvatorelli prima e Dorso poi hanno chiamato la “piccola borghesia umanistica”, Federico ricevette “buone provviste per la vita”. Ad essere precisi, dal matrimonio tra Luigi Biondi, professore di matematica e antifascista convinto, e Clelia Barra, donna di impareggiabile pregio umano e affettivo, nacquero due figli di eccezionale valore, Enrico e Federico. Enrico ereditò dal padre il genio matematico e, insieme al fratello, ne fece suo l’antifascismo. Enrico Biondi è stato uno dei più prestigiosi docenti di matematica e fisica del liceo classico, dove l’ho avuto come mio professore, e del liceo scientifico di Avellino; nei suoi confronti gli allievi nutrivano illimitato affetto e stima. A sua volta, Federico, dell’insegnamento paterno, riprese e sviluppò il rigoroso senso razionale, vivificato dalla forte carica di sentimento e di temperamento che gli veniva dalla madre. Entrambi i figli amarono la musica classica, di cui furono cultori raffinatissimi come i loro genitori. Il giovane Federico non tardò a dar prova del suo antifascismo, la qualcosa, sia pure per breve periodo, gli fece conoscere le carceri fasciste avellinesi. Nel 1946, di fronte alla crisi e al tramonto del Partito d’azione, per il quale simpatizzava, nonostante le resistenze che suscitava in lui il totalitarismo staliniano, decise di iscriversi al Partito comunista italiano, influenzando così anche la decisione di iscriversi al Pci del suo amico Antonio Maccanico. Nella sua autobiografia spiega questa importante e mai rinnegata scelta affermando che lui ed altri giovani videro nel Pci, grazie all’opera intelligente, lungimirante ed efficace di Palmiro Togliatti, “una prospettiva di reale rinnovamento democratico della società e un potente strumento di difesa della Repubblica, nella salvaguardia della laicità dello Stato”. La sua adesione al Pci fu comunque piena ed appassionata, tant’è che, lasciati gli studi universitari di Lettere moderne presso l’ateneo partenopeo, fece il funzionario di partito, partecipò alla grande battaglia per la terra ai contadini e per la rinascita del Sud e poi alla campagna elettorale contro la legge truffa, non mancando di essere l’anima di quel grande giornale democratico che fu Il progresso irpino, di cui divenne direttore.
La sua così intensa e impegnata militanza era resa possibile anche dalla felice circostanza che, dalla fine degli anni quaranta per un decennio circa, la Federazione comunista di Avellino ebbe come segretario un intellettuale autentico, Ruggero Gallico. Biondi, tra l’altro, dice di lui che era “dottore in farmacia, fiorentino d’origine, ma di formazione culturale francese ancora più che italiana e capace di esprimersi in italiano con eleganza squisita ed in francese - ma poi a volte anche in arabo - con assoluta padronanza”. Il XX congresso del Pcus con la rivelazione dei crimini di Stalin da parte di Kruscev e la rivoluzione ungherese del 1956 videro Biondi attestato sulla sponda di un’intransigente difesa (che era comune anche a Gallico) del valore universale e irrinunciabile della libertà e della democrazia. A causa delle loro radicali critiche nei confronti dell’Unione sovietica e della ripulsa di un socialismo senza democrazia, Gallico fu rimosso dalla carica di segretario e Biondi lasciò il lavoro di funzionario e riprese gli studi universitari. Divenne allievo prediletto di Nino Cortese, docente di Storia del Risorgimento, che ebbe come relatore della sua tesi di dottorato sui moti di Montemiletto e Torre Le Nocelle nel 1860-61, pubblicata in estratto negli Atti dell’Istituto Gramsci.
Ai principi e agli ideali di un socialismo fondato sulla libertà e sulla democrazia e alla loro difficile testimonianza in un partito come il Pci, che comunque aveva un “legame di ferro” con l’Urss, Biondi non venne mai meno. Basta ricordare che non solo si schierò per una più netta condanna da parte del Pci nei confronti dell’Unione sovietica e degli altri Paesi comunisti, che non avevano esitato, nella notte tragica del 21 agosto 1968, a invadere la Cecoslovacchia per porre fine alla “Primavera di Praga” e al “socialismo dal volto umano”, ma difese anche, dalle colonne del Progresso irpino, nell’autunno del 1969, insieme a chi scrive, che gli era succeduto nella direzione del giornale, il diritto al libero pensiero della rivista Il Manifesto e dei suoi redattori (Pintor, Rossanda, Magri, Parlato, etc.), le cui idee erano quanto mai distanti dalle nostre. Va senza dire che, dopo qualche giorno, al termine di due lunghe e noiose riunioni del comitato federale e della commissione federale di controllo, Biondi e io fummo “sollevati” (così scrisse “L’Unità”) dalle nostre cariche nella segreteria provinciale del partito e nel giornale. La stampa italiana, compreso il francese Le Monde, diede ampio risalto alla nostra ribellione, molto apprezzandola e valorizzandola. Ricordo che trovai divertente un articolo di Nino Nutrizio su La Notte di Milano dal titolo “I due sollevati”.
Va, inoltre, senz’altro sottolineato che Biondi non mancò mai di esprimere il suo pieno accordo e il suo sostegno all’opera di rinnovamento del nostro partito e di distacco dall’esperienza storica del socialismo reale di cui fu solitario autore e carismatico protagonista Enrico Berlinguer, che teorizzò “l’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre”, il “valore universale della democrazia” e il “compromesso storico” e richiamò, del tutto inascoltato, la classe politica a farsi seriamente carico della ineludibile centralità della “questione morale”.
Se infine diamo uno sguardo, necessariamente breve, a Biondi consigliere comunale e capogruppo comunista al Comune di Avellino per un ventennio, non possiamo solo dire che – insieme a Italo Freda, un insigne professore di filosofia comunista, suo fraterno amico – ha svolto in maniera egregia, onesta e ineccepibile il suo compito. No, dobbiamo dire di più. Questa città, in cui è nato e ha vissuto, l’ha amata di un amore insonne, appassionato, delicato, premuroso, discreto e pur sempre sollecito, operoso e fecondo. Si pensi, ma è solo un esempio fra tanti, al Quaderno di proposte della sezione Gramsci, scritto da lui ovviamente alla fine degli anni Settanta, per avere l’immagine di una città civile, moderna, ordinata, felice, così come la delineò con il suo pensiero creativo, dotato di un innato gusto estetico e di una raffinata propensione all’armonia e all’eleganza delle forme. La sua spiccata intelligenza politica, le sue notevoli capacità amministrative, la sua rara intelligenza e sensibilità in campo urbanistico e la sua umana sollecitudine facevano di Biondi il sindaco migliore che il capoluogo irpino avrebbe potuto avere. È questa una cosa che gli è mancata e di cui, pur senza mai dirlo, ha sofferto ancor più che dell’iniquo trattamento riservatogli da coloro che comandavano nel Pci irpino. Ma Biondi sindaco è una cosa che è mancata ancora di più ad Avellino, abbandonata – se si eccettua il positivo, anzi luminoso decennio in cui è stato sindaco Antonio Di Nunno, un cattolico dossettiano dotato di grande intelligenza e dirittura morale – nelle mani di una Democrazia cristiana mediocre e clientelare e dei suoi sodali politici, che l’hanno ridotta nell’attuale stato miserando e degradato.
È, dunque, luminosa ed esemplare l’eredità intellettuale, morale e politica che Federico Biondi lascia all’Irpinia, ad Avellino e agli italiani che si sentono figli di quel Risorgimento la cui storiografia il nostro professore ha ricostruito con eleganza di scrittura, ampiezza di sguardo critico e profondità di penetrazione storico-politica ed etica nel magistrale volume Celebrando i 150 anni dell’Unità, edito per i tipi del “Corriere”. Questa eredità è davvero preziosa e irrinunciabile soprattutto oggi che viviamo in un tempo povero e buio, cupo e angosciante, in una società stranita e frammentata, in un Meridione affamato e infelice. In ogni caso, appare molto difficile, ma si tratta di una difficoltà piacevole, indicare qual è l’aspetto o il tratto della personalità e dell’opera del professore Biondi che più si raccomanda al ricordo innanzitutto delle giovani generazioni. Intelligente e avido di conoscenza per indole, signorile nel gusto ma mai superbo, amante del bello, dell’arte e della musica per naturale e ben coltivato senso estetico, schivo per indole ma aperto al dialogo, austero e quasi ascetico nel costume di vita, illuminista e razionalista per vocazione, educatore esemplare, ricco di comprensione e di simpatia per il mondo dei giovani, convinto della necessità del radicamento sociale e democratico di una prassi politica valida ed efficace, cui lo richiamava anche un gramscianesimo non di scuola, innamorato mai deluso della crociana “religione della libertà”, insofferente verso ogni fanatismo, in cui coglieva l’oscurarsi del lume della ragione e il venir meno di ogni sentimento umano, coraggioso e disinteressato nella battaglia politica, amministratore di rara onestà e di altrettanta rara valentia, storico originale e serio e scrittore di razza, il professore Biondi pare ricordare da vicino l’ammirato ritratto che Goethe fa di Filangieri nel suo Viaggio in Italia, quando soggiornò per più mesi a Napoli. Ma se è difficile, anzi impossibile dire quale sia il Biondi maggiore, è comunque doveroso e opportuno sottolineare che l’esemplarità della sua vita privata e pubblica, il suo amore per la causa del popolo lavoratore, dei giovani e della sua città, la sua abitudine alla libera investigazione razionale e il suo impegnato protagonismo nella sinistra aiutano chi sa tenerne conto a essere libero e a diventare migliore, ovvero a fare degnamente parte dell’umana compagnia.




