GOLETO (Sant’Angelo dei Lombardi) – Aiuta il sole di questo splendente sabato pomeriggio al Goleto, per la presentazione dell’ultimo libro di Vinicio Capossela, “ il paese dei coppoloni “. Un romanzo e molto più di un romanzo, l’odissiaco viaggio che l’autore compie nel ri-immaginare l’Irpinia dei genitori e del Capossela ragazzo. Miti e credenze, personaggi senza tempo, persino le tecnologie povere delle macchine mangia sassi e sabbia dell’Ofanto che suonano come antiche, rugginose corazze.
La sala è piena di paesani che aspettano di rincontrare con affetto Capossela, come dopo tanti viaggi, come viaggio è anche questo libro. Non è curiosità per chi ha fatto fortuna fuori, è il ritorno di un caro parente. I paesani lasciano le righe delle pagine per essere in carne ed ossa presenti sotto le mura antiche del Goleto: Cicc’ Bennet, i vecchietti ringiovaniti della banda della Posta “ ka n’aveesse mai murì “, e tanti altri.
Introduce imperativamente Paolo Speranza. Ma il clima è di festa e Capossela lo sconvolge da folletto qual è, con il berretto da marinaio dei mari del Nord, e la coperta a poncho sulle spalle. Interrompe con un abbraccio tracimante Alfonso Nannariello, che apre gli interventi di presentazione: alla lunga è difficile seguire il filo dei miti impastati alla creta su cui poggia Calitri o svetta Cairano; la terra che si rinnova nelle stagioni e si offre come carne eucaristica alla comunità. Capossela taglia corto con i complimenti. È il momento degli affetti più che delle ragioni.
Segue l’intervento di Francesco Durante, scrittore e, qui conta moltissimo, traduttore di Jhon Fante, figlio di emigrati in Usa, epico cantore di una certa America, come figlio di emigrati ad Hannover è il nostro Vinicio. Durante intrattiene e valorizza la scrittura che è ancora dialetto, lingua comunitaria, ma è già un italiano comprensibile ad una comunità più vasta; e la sintassi adoperata, densa di efficaci figure retoriche.
Conclude degnamente Generoso Picone che amministra l’ultima attenzione del pubblico, impaziente di toccare e avvicinarsi a Capossela. Il mito è politica, il cattivo mito genera cattiva politica, non in questo caso: Capossela rivive quel mondo senza la nostalgia che nega fatiche e crudeltà sociali. Un mondo che muore con tanto di atto ufficiale illustrato sulla copertina, nell’ora del terremoto del 27 novembre 1980. Riscriverne oggi, al di là del frutto letterario, è un invito agli irpini per guardarsi attorno con la consapevolezza del presente che vivono.
Poi la lunga fila per la firma delle copie. La dedica le rende preziose ed uniche, e Capossela le suggella con un piccolo timbro che riproduce un uccello, forse a ricordare Testadiuccello, uno dei pilastri della narrazione.
Capossela non è genio e sregolatezza, come tanti uomini di spettacolo: è solo genio e con una bella ammissione di umiltà nei confronti di un padre, pone in esergo questa frase di Ernesto De Martino “Coloro che non hanno radici, che sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo, e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale




