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    02/04/2020

L’occhio sulla città/Avellino ancora tra color che son sospesi

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Rubriche-LaLettera_palatucci.jpgAVELLINO – Dopo essersi concesso una breve divagazione dall’osservare direttamente le cose della città, l’occhio di questa settimana torna se stesso e non può che continuare a percepire un capoluogo spento alla ricerca di una propria rinnovata identità. Ci ritroviamo ad essere involontarie comparse di un film dal copione già noto: una città sospesa tra le tante istanze di cui è portatrice e i tanti propositi d’impegno dell’amministrazione comunale, pur ancora privi della necessaria forza della concretezza e dell’azione.

In quest’ottica, ascoltando recenti reboanti dichiarazioni del sindaco e della sua giunta, volte a voler invertire la tendenza o addirittura a voler “proiettare Avellino in un’altra storia”, ci viene da pensare e guardare le tante aree cittadine che meriterebbero adeguata attenzione. Tra queste ci  viene da segnalare, ad esempio, quella vasta area che costeggia via Palatucci o quella che costeggia via Moccia o ancora via Pini, la strada retrostante il complesso dell’autostazione che, per pochi metri, mancando il congiungimento con le arterie limitrofe, finisce con l’essere a fondo cieco. Quest’ultima, anche in considerazione del fatto che, a quanto si apprende, l’autostazione  dopo una lunga odissea, entro fine anno si dovrebbe veder consegnata alla piena fruizione della cittadinanza, chiede a gran voce di essere risvegliata dal torpore e dall’atavica condizione di abbandono che l’attanaglia e di partecipare ad una tangibile idea di riqualificazione urbana.

Stiamo parlando del cuore pulsante della città e di esempi di analoga trascuratezza ed incuria se ne potrebbero fare tanti altri: ci torna alla mente, ad esempio, via  Ponte di Montesarchio Baccanico, che costeggia un’ampia area che raggiunge dal lato opposto le  “due torri”. L’area è vasta, malsana, infestata da rovi che nascondono le peggiori brutture che possa ospitare una città, eppure è lì, senza aver mai ricevuto quell’attenzione che  possa far ipotizzare di garantirle un futuro. Non si usi ancora il tempo come inerte attesa dell’oblio, non si continui a considerare queste zone terra di nessuno o, peggio, preda di facili speculazioni edilizie, si intervenga prima che sia troppo tardi, magari con un piano di urbanizzazione ad hoc.

Risuonano in noi parole come progettualità, scelte, visione: se le stesse fossero declinate da chi è  impegnato nella responsabilità di governo cittadino, con la stessa attenzione e passione di ben più illustri predecessori e soprattutto fossero sostanziate dall’impegno dell’indispensabile contenuto, ecco che ognuna di esse potrà cooperare contribuendo al tanto agognato ed auspicato progresso civile e sociale della nostra amata città. È questa l’unica maniera per consegnarle davvero e finalmente un rinnovato ed “autonomo futuro”.

Sappiamo del tentativo, pur in parte riuscito, di voler avviare questo processo a suo modo  “rivoluzionario”, con la creazione della Ztl anche in Piazza Duomo, ma sappiamo anche che non basta, non può bastare: perché in fondo le vere rivoluzioni si fanno partire dal basso, senza mai perdere il contatto con i bisogni della comunità di cui si è chiamati ad essere primo riferimento istituzionale. Per cambiare la storia bisogna conoscere davvero la storia. Solo dopo averla conosciuta a fondo ci si potrà impegnare per poter valorizzare al massimo le potenzialità di un territorio.

Noi, dal nostro canto, non possiamo far altro che sperare di smettere presto di “esser tra color che son sospesi”, tra il retaggio di un nefasto passato e slanci di un futuro consegnatoci come già radioso ma nei fatti, ad oggi, ancora solo abbozzati.

 

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