AVELLINO – Parafrasando il più famoso titolo di Schopenhauer, di fronte a queste foto di Filippo Cristallo, esposte al circolo della stampa fino al 4 dicembre, ci chiediamo se ci troviamo davanti a un mondo o alla sua rappresentazione. Un mondo piccino, privo di segni di riconoscimento, e perciò stesso fuori dalla realtà, se con essa intendiamo una visione univoca della stessa, identificabile da tutti coloro che hanno la ventura (o la sventura) di abitarvi.
È piuttosto, invece, una rappresentazione mentale, ma di una mente che ci parla senza parole, che si mostra senza identificarsi, che, rifiutando ogni facile consenso, ogni concessione al bello, al risaputo, al mistificatorio, sceglie di rimanere invisibile dietro l’obiettivo, negando a chi guarda qualsivoglia dettaglio topografico o temporale. Senza tempo, appunto: palazzi dalle mura umide e insozzate dai graffiti, stazioni abbandonate, cartelli indicatori del nulla, sopravvivono a una qualche apocalisse che ha sgomberato strade e dimore di ogni presenza umana. Ormai inutili o in rapido transito sotto la pioggia, i rari personaggi animati possono ben cedere il posto a statue enigmatiche, dal sorriso beffardo, circondate da muschio e sterpaglie, anch’esse sprovviste di un qualsiasi indizio che ci aiuti a rintracciarle.
Eppure, in questa geografia raggelata e raggelante, ci chiediamo perché tutto ciò ci ricordi strade note, edifici presenti nel nostro quotidiano, fughe di tetti e spigoli di case già viste, finestre non chiuse una volta per sempre e curve improvvise che abbiamo pur percorso, noi, cittadini di questa città ovvia ma sconosciuta, simile a tante altre e perduta nella sua inconsistenza identitaria, dove gli spazi sono ampi e inutili, oppure angusti e tristi.
È dunque vero, come ha scritto Ugo Nespolo sul penultimo numero del Domenicale del Sole 24 Ore, che, in questa società dell’apparenza e del falso, solo chi ha fede nel proprio lavoro (inteso nel senso più nobile e puro del termine) “sembra custodire un’originale idea di grandezza, che è l’imperfezione consapevole, la durata silenziosa, la disperata necessità di non esserci”?
Come in un recente, magnifico film di Gianfranco Rosi, Sotto le nuvole, l’atmosfera uggiosa e la scelta del bianco e nero raccontano il sostrato della città, o forse quella sua negatività e inesistenza che, in nome del consumo esasperato, non sappiamo e non vogliamo più guardare.




