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    17/10/2017

A Frigento la mostra di ceramica di Augusto Ambrosone

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Irpinia9_ambros_ceram.jpgFRIGENTO – Rimarrà aperta fino al prossimo 3 settembre la mostra personale di ceramica artistica di Augusto Ambrosone che sarà inaugurata dopodomani sera, alle 19.00, nelle sale del museo civico di Frigento ospitato nel Palazzo De Leo. Al vernissage, oltre al noto artista avellinese, per decenni docente di Storia dell'arte negli istituti superiori, saranno presenti il sindaco di Frigento Carmine Ciullo e l’assessore alla Cultura Antonella De Angelis.

Augusto Ambrosone, pittore, scultore, ceramista, nasce ad Avellino, città dove vive ed opera. Si diploma in scultura con il maestro Giovanni De Vincenzo, presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, discutendo una tesi sull’arte astratta di Kandinsky. Opera nel settore culturale e artistico da oltre un trentennio mediante la partecipazione a convegni e rassegne d’arte nazionali e internazionali, come la Biennale di Venezia, Arte Padova, Artefiera di Bologna, l’Incontro dei Venti di Firenze ed Expoarte di Bari. Ha partecipato, quale artista invitato, a numerose mostre, oltre che in Italia, all’estero, ed in particolare in Francia, Inghilterra, Germania, Finlandia, Svizzera e Spagna.

Conduce da diversi anni corsi di pittura e di ceramica ed è stato nominato direttore artistico in varie manifestazioni culturali, nonché componente di commissioni giudicatrici in concorsi e rassegne d’arte. Si sono interessati alla sue opere, tra gli altri, i maestri Remo Brindisi, Ernesto Treccani, Domenico Spinosa, Emilio Notte e Domenico Purificato e lo scrittore Domenico Rea.

Per meriti artistici Augusto Ambrosone ha ricevuto la medaglia d’oro della presidenza della Repubblica italiana.

Così Augusto Ambrosone scrive nella sua monografia dal titolo “Dall’iconico all’aniconico: «Ad una prima fase figurativa, in cui ero attratto dalla pittura realistica, nella quale riuscivo a soddisfare le mie esigenze interiori soprattutto a causa dei molteplici aspetti della natura, che coglievo sempre in valori di luci e colori, ne è seguita un’altra, più recente, quella astratta, perché la rappresentazione del mondo esterno, del mondo dell’apparire non riusciva più ad appagare fino in fondo la mia necessità di espressione spirituale. Perciò, con il passare del tempo e con un profondo studio, mi sono staccato sempre di più dal mondo del visibile per avvicinarmi gradualmente al mondo dell’invisibile, ossia non mi sono più ispirato al mondo esteriore per realizzare un’arte dell’apparire, ma ho scandagliato il mio microcosmo interiore per arrivare ad un’arte dell’essere».

Aggiornamento del 12 agosto 2017, ore 9.00 - Qui di seguito una nota critica di Riccardo Sica - Ambrosone torna alla ribalta dopo una pausa di riflessione critica sul percorso artistico sinora compiuto. E le ceramiche esposte sono il frutto di questa riflessione che è, poi, in fondo, una vera e propria autoriflessione: accanto ai prodotti tradizionali (ceneriere, bottiglie, vasi, figure umane o zoomorfiche, ecc.) figurano informi rappresentazioni immaginifiche, i “pezzi forti”, a volte  sculture vere e proprie che, per la sontuosità cromatica che esprimono nella preziosità materica, si sposano felicemente con la pittura, campo dall’artista sempre esplorato.

I lavori in mostra recano in sé ancora i segni delle battaglie dell’arte contemporanea combattute per il superamento del figurativismo iniziale all’insegna dell’informale, in una provincia prevalentemente attestata ed adagiata sui lidi del pacifico naturalismo, vecchio e nuovo che fosse. Nella provincia imbarazzata dinanzi al richiamo all’informale, fin da giovane l’autore ha dovuto faticare non poco per imporsi all’attenzione del pubblico e farsi apprezzare come meritava. Lo sforzo conoscitivo delle nuove vie dell’arte fu per lui anche allora uno sforzo di autoriflessione, di analisi delle proprie strutture interne. Augusto seppe, tuttavia, eludere il rischio di una polemica idolatrica, nell’urto tra figurativismo ed antifigurativismo, tra astrattismo e naturalismo.

Bruciati i vecchi schemi del figurativismo pur a suo tempo sperimentato, è grazie al suo affidamento ai simulacri della sua terra (la verde Irpinia, i brulicanti umori terrestri, i volti delle tradizioni, gli usi e i costumi d’una civiltà contadina in cerca di evoluzione e progresso senza perdere la matrice della propria identità), se per tante volte ha potuto perdere e ritrovare più intatta la sua identità, la cifra del proprio stile. Oggi egli ha ritrovato l’uomo ed il mondo nel suo luogo d’origine, perché ha ritrovato se stesso: al di là della falsa antinomia di naturalismo realistico e di astrattismo. Per questa ragione abbiamo sempre affermato, anche nelle note critiche di presentazione a catalogo, che la caratteristica distintiva, costante del suo linguaggio espressivo, in ceramica come in pittura, è che egli non elabora infingimenti o rastremazioni intellettualistiche, né dimostrazioni di canoni (per esempio  di “vuoto” e di “pieno”, questo è linguaggio che s’addice meglio alla scultura), ma esprime semplicemente, naturalmente il proprio spirito nella fecondità plastica dell’istinto e del sentimento. Manipola così indifferentemente il colore multiforme e gli smalti cangianti, la docile materia argillosa su bassorilievi, su altorilievi, sul tuttotondo, su superfici lisce o rugose, a volte anfrattuose. Nel linguaggio informale e materico, l’autore si muove in legami di immagini recondite, sotterranee, misteriose, sia che si tratti di un groviglio di linee e di segni (che fanno pensare talora ad un nido proteso al cielo) e sia che si tratti dello spazio illividito e lacero della materia o delle superfici lisce e scintillanti nel bagliore degli smalti. È qui, dove l’idea si incorpora nell’immagine, che vien su sul suo stelo l’immagine lirica. Essa si apre come creatura vivente dalla terra, senza sforzo cerebrale, irrigata e fecondata da antiche sapienze liriche e istintive, dove il mondo delle cose sensibili ed umane non rinuncia ad essere sentimento della vita.

 

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