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    17/10/2017

Progetto Regina viarum/A Lacedonia la rievocazione della congiura dei baroni

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura2_p._ultr.jpgLACEDONIA – “Regina viarum” è un progetto messo in piedi dai Comuni di Lacedonia (Comune capofila), Bisaccia, Montefalcione e Pietradefusi, beneficiari del finanziamento del Poc 2014/2020, Linea strategica 2.4 “Rigenerazione urbana, politiche per il turismo e cultura”. Prende spunto dal nome con cui gli antichi identificavano la Via Appia, una strada voluta nel 312 a.C. dal censore Appio Claudio il Cieco per seguire la direttrice dettata dalla stessa natura. Lo scopo era quello di mettere in comunicazione Roma con le regioni del Sud.

“Regina viarum” rivive, dunque, grazie alla scelta dei quattro Comuni di dare vita ad un progetto ambizioso - “In cammino da Appio Claudio il Cieco fino ai giorni nostri tra rievocazioni storiche, cultura e enogastronomia” -, che si propone di promuovere i territori irpini che si affacciano sulla prima delle grandi strade romane. Il fil rouge che legherà le maglie di questa trama – si legge in un comunicato – è proprio la Via Appia, con le sue storie centenarie declinate in ogni forma. Una via di comunicazione strategica per il commercio dell’epoca che oggi si candida a diventare un nuovo strumento di valorizzazione, la nuova frontiera di un turismo che mette in luce le aree interne di questa regione e sfida la modernità ravvivando i colori delle tradizioni popolari, rivisitando i luoghi, fondendo il passato col presente in un’offerta culturale esclusiva e ad alto impatto.

Un nuovo concetto di fare turismo, che lega le rievocazioni storiche ai luoghi, con una sorta di viaggio che si snoderà lungo i sentieri dell’antica e della moderna Appia, dove ogni sosta del viaggio non sarà soltanto un’occasione per ascoltare musica e sedersi a tavola ma anche la scoperta di un pezzo di storia lontana, per molti sconosciuta.

Il progetto si articola in quattro eventi volti a promuovere le eccellenze storiche, culturali ed enogastronomiche dei territori di riferimento: “La congiura dei baroni” di Lacedonia (12 agosto), “Sui sentieri di caccia con Federico II” di Bisaccia (14 agosto), “La traslazione delle spoglie di San Faustino Martire” di Pietradefusi (27 agosto), “Le batterie del Tracco” di Montefalcione (23 dicembre).

La congiura dei baroni – L’11 settembre 1486 Lacedonia fu teatro di un evento storico importantissimo per il futuro del Regno di Napoli e, in prospettiva, dell’intera penisola italiana. Vi si tenne, infatti, il “giuramento” dei baroni, che avevano aderito ad una cospirazione contro Ferdinando I d’Aragona, altrimenti detto Ferrante, reo di aver accentrato eccessivamente il potere, esautorandoli, e di aver ridimensionato i loro antichi e consolidati privilegi soprattutto in materia economica.

Precisa narrazione della sequenza dei fatti è nelle opere di Camillo Porzio, del Giannone e, per quel che concerne il coinvolgimento di Lacedonia, soprattutto di Giulio Cesare Capaccio, il quale pubblicò il testo originale dell’atto notarile, Datum Laquedoniæ die vero undecimo Septembris quintae indictionis, (stilato a Lacedonia il giorno undicesimo di settembre della quinta indizione -1486), firmato dai baroni e dai loro rappresentanti in presenza di un notaio, che costituisce la testimonianza migliore dell’accaduto essendo esso un atto pubblico coevo ai fatti. Padrone di casa, all’epoca, era Pirro del Balzo, feudatario in grazia del matrimonio contratto con Maria Donata Orsini, che gli aveva portato in dote città e territori, tra i quali Lacedonia e tutto il suo agro, luogo che fu scelto, come riportano le fonti, perché reputato libero da spie aragonesi.

Presso l’antico castello degli Orsini convennero i personaggi più influenti e potenti, i quali costituivano il fulcro del nuovo tentativo di sovvertire e sconfiggere il potere aragonese. I nomi sono certi, perché desunti dall’atto notarile. C’erano Don Pirro del Balzo, Principe di Altamura e Gran Contestabile del Regno di Sicilia, che rappresentava anche Don Pedro de Guevara, Marchese del Vasto Aimone e Gran Siniscalco del Regno; Antonello Sanseverino, Principe di Salerno e Ammiraglio del Regno, che rappresentava anche Don Barnaba Sanseverino, Conte di Lauria; Andrea Matteo Acquaviva, Principe di Teramo e Marchese di Bitonto; Don Giovanni Andrea da Perugia, dottore in diritto, avvocato, e procuratore per la parte di Don Girolamo Sanseverino, Principe di Bisignano e Gran Camerario del detto Regno di Sicilia; Don Carlo Sanseverino, Conte di Mileto; Berlingario e Raimondo Caldora e Giovanni Antonio Acquaviva, Don Bernardino Minutolo Barone di Spinosa, Don Nicola Angelo D’Aniello di Salerno, Barone di Petina, Don Amelio Senerchia Barone di Senerchia.

Il documento non riporta però i nomi di due figure di spicco della congiura, ovvero quello del segretario del re, Antonello Petrucci, e del conte di Sarno Francesco Coppola. In effetti erano stati tratti in arresto da Ferrante in data precedente al giuramento. Per dare più forza al giuramento, esso fu pronunziato solennemente nella chiesa di Sant’Antonio, sull’ostia consacrata dal sacerdote don Pietro Guglielmone. Per quale motivo l’ostia non fu consacrata nella Cattedrale antica, visto che Lacedonia era sede di diocesi? Appare evidente che il vescovo coevo, Nicola De Rubinis, nominato soltanto poche settimane prima, ovvero il due di giugno, non volle saperne d’immischiarsi, quasi certamente in omaggio alla nuova politica del papato, che aveva ritirato l’appoggio ai baroni. E dunque, per sottrarsi alle probabili ire di Ferrante, estremamente vendicativo, e allo stesso tempo per non inimicarsi troppo i feudatari, tra i quali quello di Lacedonia, Pirro, si defilò delegando un semplice prete. E fu lungimirante, perché la cospirazione avrebbe avuto un esito catastrofico per i baroni a distanza di pochi mesi. Nel 1487, infatti, Ferrante, sia pure ricorrendo ad uno stratagemma, debellò i congiurati, privandoli dei possedimenti e della stessa vita.

 

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