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    20/10/2018

Ambiente/A che punto è la depurazione dei fiumi irpini?

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Un tratto del fiume CaloreCASSANO IRPINO – Se si vanno ad esaminare le pubblicità degli agriturismi, dei ristoranti e di tutte le attività turistiche si sente parlare solo di “biologico”, di “ecosostenibile”, di natura e di paesaggio descrivendo la verde Irpinia come un paradiso terrestre. Basta voltare pagina e si sente parlare di valle dei tumori, di terra dei fuochi di Comuni con la più alta percentuale di tumori anche in quelle aree dove risiedono le attività “tutto biologico ed ecosostenibile”. Viene spontaneo chiedersi qual è la verità e quale sia la reale situazione. Parlare senza dati di fatto emettendo giudizi infondati ed approssimativi non fa bene a nessuna causa per cui se si vuole veramente affrontare il problema ambientale occorre prima conoscerlo sul serio, analizzarlo con dati di fatto reali, e non con impressioni, e poi individuare le soluzioni. Questo è il primo passo, poi occorre vedere come le soluzioni possano essere realizzate.

Ben lungi dall’avere una ricetta miracolosa e con la massima umiltà vorremmo provare a fare almeno il primo passo, cioè valutare il reale stato delle cose analizzando seriamente la realtà di fatti e provando ad individuare anche possibili soluzioni. Naturalmente il compito è così ampio che su queste pagine andrà affrontato a puntate sperando di non dover replicare le puntate di Dinasty ma cercando di approfondire i temi che non sono pochi (acqua, aria, suolo, ecc.).

Cominciamo col comparto idrico nel quale si è avuta la fortuna di lavorare a partire fin dal 1980 raccogliendo una serie di dati che oggi vanno organizzati ed aggiornati. Cominciamo subito con i fiumi irpini. Nel 1980 in provincia di Avellino esistevano (erano funzionanti) solo due impianti di depurazione: quello di San Michele di Serino (oggi dismesso) e quello di Cassano Irpino, ancora oggi in attività. Altri impianti realizzati di fatto o si limitavano a semplici vasche Imhoff o non erano funzionanti e, comunque, era sostanzialmente assente ogni forma di gestione. Entrambi gli impianti, inoltre, erano stati realizzati dalla Casmez solo come presidio igienico sanitario delle sorgenti di Serino e di Cassano e non erano progettati per il rispetto della allora legge Merli (legge 319/76). La situazione era tale che tutti gli scarichi sia urbani che industriali arrivavano nei corpi idrici senza alcuna depurazione e quindi la situazione dei fiumi irpini era catastrofica.

Trascurando la Solofrana che aveva una storia tutta sua essendo, all’epoca, un semplice canale per il veicolo degli scarichi conciari, il bacino con il maggior impatto ambientale era quello del fiume Sabato in cui gravitava la maggior parte della popolazione provinciale residente e vi era anche la maggiore presenza industriale della provincia. Seguivano l’Ufita, l’Isclero, il Calore, l’Ofanto ed il Sele. Va aggiunto il fatto che per rifornire di acqua potabile i centri urbani le principali sorgenti sono state captate per cui i fiumi sono stati privati di portate consistenti ed anche i fiumi che avevano un regime abbastanza costante hanno accentuato il loro carattere torrentizio. Per tale motivo se nel periodo di morbida i fiumi, pur essendo inquinati, avevano caratteristiche accettabili, nei periodi di magra diventavano dei semplici canali di scolo con morie ittiche periodiche e con tratti assolutamente privi di fauna.

Si pensi che al fiume Sabato sono state sottratte le sorgenti di Serino e di Sorbo Serpico per circa 2.500 lt/sec mentre al fiume Calore sono state sottratte le sorgenti dell’Alto Calore, di Cassano e della Beardo per una portata di circa 3.500 lt/sec. Anche il Sele si è visto privare delle sorgenti di Caposele e di Quaglietta e dell’Alto Sele per circa 6.000 lt/sec.

Proprio a valle del terremoto, anche con gli interventi della ricostruzione, si è finalmente avviata una campagna di realizzazione degli impianti di depurazione. Il comprensoriale del Partenio-Alta Valle Sabato, gli impianti industriali e la miriade di impianti a servizio dei singoli Comuni costituiscono una rete oggi in gran parte realizzata; ma, essendo ben lungi dall’essere completata la rete dei depuratori, oggi dispone di un sistema abbastanza diffuso e capillare ma manca ancora un passo decisivo che è quello della gestione per poter considerare attuata la depurazione del sistema fluviale irpino. Chi ha avuto i risultati migliori è stato proprio il fiume Sabato.

Il comprensoriale di Avellino ha sottratto almeno l’80% degli scarichi al fiume ed altri impianti (Serino, Prata Principato Ultra, Tufo ecc.) hanno dato un ulteriore contributo per cui mancano solo alcune zone le cui fognature ancora non sono allacciate ai depuratori ma manca soprattutto una capacità gestionale capace di garantire continuità alla efficienza depurativa degli impianti. Purtroppo un ambiente pulito costa e non si ha senza sforzo ed impegno anche economico, a dispetto di tutti i fautori dell’acqua gratis. I Comuni con casse asfittiche non vogliono (e si può anche capire) aumentare le tariffe per cui affidano gli impianti a prezzi irrisori e con gare al massimo ribasso. Gli impianti vengono così abbandonati, vanno in avaria e ritornano ad essere fonti di inquinamento; a ciò bisogna aggiungere i furbetti che scaricano in fognatura o direttamente a fiume abusivamente scarichi da attività industriali anche per non pagare le relative tariffe. Spesso sono loro a causare disfunzioni agli impianti ed i conseguenti malfunzionamenti.

La prossima volta vedremo come stanno i vari fiumi e proveremo a dire cosa si deve fare.

 

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