SOLOFRA – Nel gennaio 2014 viene rilevata nel pozzo di località Chiusa di Montoro, usato per il rifornimento dell'acquedotto comunale gestito dall'Alto Calore Servizi, una concentrazione di tetracloroetilene superiore ai limiti previsti per la potabilità. La susseguente comunicazione attiva una serie di controlli sull’intero territorio. Gli ulteriori accertamenti rivelano che l'origine della contaminazione è presumibilmente nei pressi del pozzo di via Consolazione in Solofra e che l'area della contaminazione è molto estesa raggiungendo il limite del territorio comunale di Montoro verso valle. Successive verifiche documentali rivelano altresì che già nel 2007 detta contaminazione era stata rilevata ma nessuno aveva provveduto ad avviare le procedure (obbligatorie) previste dall' articolo 242 del Dlgs 152/06 (TU ambientale) dando comunicazione dell'evento alle autorità competenti. Negli anni seguenti la contaminazione viene più volte rilevata ed egualmente non succede nulla, lasciando tra l’altro in esercizio fonti comunque soggette a contaminazione da composto chimico industriale! L'allarme viene lanciato a distanza di sette anni dal primo rilevamento quando la concentrazione nelle acque del tetracloroetilene è oramai elevata (ben superiore anche al limite di potabilità) e l'area di contaminazione si è presumibilmente estesa.
Questo è il primo incredibile risultato di come si gestisce in Irpinia. Nel gennaio 2014, mentre tutti stanno a guardare, l'Aato (Autorità di ambito territoriale ottimale) Calore Irpino avvia l’attivazione della procedura di legge prima con un piano di messa in sicurezza di emergenza, poi dopo un certo tempo col piano di caratterizzazione. Ci si sarebbe aspettato un coro unanime intorno a queste iniziative ed invece si è assistito ad una situazione paradossale. Prima si è messa in dubbio la legittimità dell'intervento Ato (quasi che in un caso di incendio si va a verificare se chi sta intervenendo a spegnere le fiamme ed a salvare vite umane è titolato ad intervenire ed ha il “diploma”), poi i vari enti hanno preso posizioni quasi sempre discordanti in una assurda gara a scansare le responsabilità ma a proporsi, nel contempo, come il primo della classe.
È così che chi ha la maggiore responsabilità (dopo l'inquinatore ancora anonimo) del silenzio sulla vicenda oggi si pone come il salvatore della patria indicando improbabili risoluzioni (quasi miracolose) che peraltro non tengono neanche conto dell' assetto normativo a cui comunque occorre far riferimento.
In ultimo si deve rilevare l'ineffabile atteggiamento della Regione Campania che riceve il piano di messa in sicurezza di emergenza ed attua una azione dilatoria, frapponendo cavilli legati ad una erronea e capziosa interpretazione della legge al solo fine di fingere un attivismo inutile, senza peraltro far nulla. Dopo oltre un anno un piano di messa in sicurezza di emergenza, che doveva essere attivato nel giro di giorni a tutela della pubblica e privata incolumità dall'unico ente che ha potestà e fondi per farlo, è ancora in attesa di una risposta più volte rinviata a forza di richieste di chiarimenti, integrazioni e modifiche di piani e così via. Al contrario la Regione si è dimostrata molto solerte nel diffidare l’Aato (unico ente che sta operando secondo normativa) per qualche giorno di ritardo nella consegna del piano di caratterizzazione.
Oggi la situazione reale sul campo è quella del gennaio 2014 con una falda inquinata in cui l' inquinante continua ad allargarsi, i campi pozzi sono chiusi, i Comuni sono in crisi di approvvigionamento (con una estate alle porte che comporterà un aggravamento della situazione) e la Regione Campania propone una ulteriore modifica con richiesta di ennesima integrazione. Non è comprensibile che di fronte ad una emergenza ambientale che potrebbe ulteriormente degenerare la burocrazia continui a mantenere i suoi insulsi ritmi dimenticando il problema reale e trincerandosi dietro cavillose interpretazioni burocratiche.
L’Aato ha immediatamente proposto gli interventi in emergenza nel mentre si procedeva con la procedura ordinaria che richiede anni. I punti salienti erano i seguenti:
a) Bisogna bloccare l’inquinante per evitare ulteriori contaminazioni e per fare ciò l’unica possibilità reale (anche economicamente parlando) è quella di attivare una barriera idraulica utilizzando i pozzi delle concerie che possono utilizzare nel ciclo produttivo l’acqua emunta che poi va a depuratore industriale per essere depurata (tutto ciò è previsto dal TU ambientale e dalle successive modifiche).
b) Bisogna fornire acqua sicuramente indenne per tutelare la pubblica e privata incolumità con un acquedotto di surrogazione da altre fonti (altra previsione di legge Dlgs 31/2001) e l’Aato ha inviato due possibili soluzioni.
c) Contestualmente si procede con la procedura ordinaria.
Tutto ciò richiede naturalmente un intervento regionale per i fondi necessari. Ad oggi? Solo riunioni, promesse e cavilli! Siamo al tempo zero, il contaminante procede, la crisi idrica anche!
Non sono un fan del salernitano Enzo De Luca ma quando dice che chi ha paura di agire deve andare a casa (specie se è un dirigente pubblico lautamente stipendiato) mi trova pienamente consenziente e devono andare a casa anche quelli che non sanno fare il proprio lavoro.




