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    17/07/2019

Biagio Agnes, una vita tra politica e informazione

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura4_agnes-biazzo.jpgAVELLINO – Nella seconda metà del Novecento l’Irpinia ha recitato un ruolo di primo piano – nel bene e nel male – sul palcoscenico della vita politica nazionale. Un giorno qualcuno scriverà la storia di un gruppo di ragazzi che a partire dalla metà degli anni Cinquanta progressivamente si proposero come nuova classe dirigente per l’intero Paese che l’establishment politico, economico e culturale vide e giudicò non sempre benevolmente, oscillando tra ammirazione e derisione, tra stima ed invidia.

Ma una volta tanto i riflettori non si accendono su Ciriaco De Mita, l’intellettuale della Magna Grecia, né su Nicola Mancino, l’uomo delle Istituzioni, o su Gerardo Bianco, il professore prestato alla politica, o sugli altri componenti (Giuseppe Gargani, Salverino De Vito), che, partendo dalla redazione di Cronache Irpine, salirono ai vertici della Democrazia cristiana prima, del governo e del Parlamento poi. È venuto il momento di puntare i fari su un altro componente di quel gruppo che rinunciò alla prospettiva di una carriera politica potenzialmente brillante per dedicarsi ad una diversa passione, l’informazione. È ora, insomma, di puntare i fari su Biagio Agnes. Lo fa Salvatore Biazzo, giornalista Rai, con un libro, edito da Rai Eri, Biagio Agnes – Un giornalista al potere.

Il volume non è una semplice biografia di Agnes, ma una ricostruzione fedele ed appassionata dei diversi contesti sociali e politici in cui visse e lavorò. E, soprattutto, non è un panegirico di un uomo, che, partito da un remoto angolo del Sud dell’Italia (perché questo era l’Irpinia negli anni Cinquanta), divenne direttore generale della Rai e, successivamente, presidente di Stet, vero e proprio colosso del mondo italiano delle comunicazioni pubbliche, prima che queste venissero frantumate e disperse nelle privatizzazioni di fine secolo.

Biagio partiva da Serino. Il padre ferroviere, la madre casalinga. In famiglia, tra gli altri, due fratelli, anch’essi destinati ad un futuro prestigioso: l’uno medico (Angelo), l’altro giornalista (Mario), che fu a lungo direttore de L’Osservatore Romano. Rispetto agli altri Biagio era forse meno speculativo, meno orientato verso l’approfondimento culturale, pur provenendo dal liceo “Colletta” di Avellino, vera fucina di intellettuali. Più dei suoi fratelli, però, egli coltivava la passione per le dinamiche sociali e politiche, per il racconto delle vicende del suo tempo e della sua terra, la passione per l’informazione ed il giornalismo, insomma. Biazzo accompagna il lettore nella ricostruzione di questa formidabile passione, che si sviluppa agli inizi nelle piccole redazioni di una piccola città di provincia, Avellino. La tenacia di Biagio lo porta a scrivere per più testate contemporaneamente e a scavare notizie in contesti dove ancora nessuno si avventurava.

Ed inevitabilmente la sua curiosità (intesa come curiositas, e non come semplice propensione per il gossip o le dicerie cittadine) lo condusse all’incontro con la politica. Non solo osservatore, quindi, ma anche costruttore del suo tempo. Nell’ingessato agone politico irpino degli anni Cinquanta, il suo sodalizio con De Mita e con gli altri componenti del gruppo di Cronache Irpine (ai nomi già fatti va aggiunto quello di Antonio “Nacchettino” Aurigemma, che, benché più defilato rispetto agli altri, aveva una statura politica e culturale non certo inferiore) produsse un radicale mutamento degli scenari provinciali, dando concreta attuazione alla lezione di Dorso: la rinascita del Sud passa necessariamente per la creazione di una nuova classe dirigente. E questa ventata di novità, di vero e proprio “rinnovamento” (per usare un’espressione cara proprio a Ciriaco De Mita), il futuro “clan degli avellinesi” la portò anche a Roma, sollecitando e partecipando attivamente all’avvio di una nuova stagione di dialogo con le tradizionali forze di opposizione, che proprio in Irpinia avrebbe visto nascere i primi esperimenti concreti.

In questa fase le strade di Biagio Agnes e dei suoi amici iniziarono a divaricarsi. Il mondo dell’informazione lo assorbì completamente, anche se la sua seconda passione – la politica – rimase intatta. Sull’avvio del nuovo percorso di Biagio il libro di Biazzo fa giustizia di molti pregiudizi e falsi miti sorti sulle origini della sua brillante carriera in Rai. Dopo un’esperienza presso un periodico a diffusione nazionale (Rotosei) Agnes fu assunto alle dipendenze del servizio pubblico televisivo alla fine degli anni Cinquanta. Non fu un miracolato della politica. Era la Rai di Eco, Vattimo, Biagi, Colombo e di tanti altri professionisti che avrebbero fatto la storia della cultura e dell’informazione in Italia fino ai giorni nostri. Non c’era posto per i mediocri, forti delle raccomandazioni di politici ancor più mediocri di loro. Non a caso, la sua esperienza in Rai iniziò in Sardegna presso la sede di Cagliari. All’epoca per qualsiasi dipendente di un ente pubblico il trasferimento nell’isola era vissuto come un esilio, una punizione. Ma per Biagio anche quella fu un’occasione formidabile per inserirsi nel suo nuovo mondo, facendosi apprezzare sin da subito per la sua intraprendenza e per la sua completa dedizione al suo lavoro. Perché anche questo era il tratto distintivo del carattere di Agnes: burbero sul lavoro, ma anche innamorato della sua professione. Non fu un carrierista. Anzi, a lungo in Rai fu penalizzato dalle logiche di potere (non sempre di origine partitica o politica in senso stretto) che lo videro posposto ad altri colleghi nell’assegnazione di ruoli dirigenziali. E, tuttavia, non mancò mai di assumersi responsabilità enormi in momenti in cui nessuno avrebbe voluto essere al suo posto. Troppo spesso, però, Biagio, nell’immaginario collettivo e nell’opinione pubblica che poco lo conosceva fu identificato con questi ruoli e con una serie di legami politici che ne avrebbero amplificato le capacità.

Il merito del volume di Biazzo è quello di aver fatto riscoprire finalmente appieno la statura di Agnes, uomo di informazione a tutto tondo. Non fu solo giornalista; anzi, dalla fine degli anni Sessanta in poi, spese le sue energie soprattutto per dirigere, coordinare ed ispirare il lavoro altrui. Fu lui, ad esempio, a coordinare la lunga diretta sul primo sbarco dell’uomo sulla Luna. Fu lui a dirigere il Centro Rai di Napoli, cogliendone subito le potenzialità. E fu lui, infine, a creare una trasmissione assolutamente innovativa, Check up, che in Italia segnò l’inizio della divulgazione della medicina in televisione.

Nominato direttore generale della Rai in un momento storico delicatissimo per il mondo dell’informazione, Agnes mise a disposizione dell’azienda quelle capacità politiche e di mediazione di cui aveva dato mostra ai tempi di Cronache Irpine. In quel decennio (gli anni Ottanta) in cui si consumò lo scontro più violento tra televisione pubblica e network privati Agnes fu l’ultimo baluardo contro il crescente strapotere delle televisioni berlusconiane, che a suon di ingaggi stratosferici si accaparrò molte delle migliori star della Rai e grazie agli appoggi del Psi di Craxi e della Dc di Andreotti e Forlani riuscì a distruggere il monopolio del sistema pubblico.

In quella stagione rinnovò il legame pubblico (ché quello privato non si era mai interrotto) con Ciriaco De Mita e con gli altri esponenti del clan degli avellinesi, che, a loro volta, in quella battaglia si schierarono dalla parte di chi privilegiava la crescita equilibrata della tv privata alla progressiva demolizione del servizio pubblico. In quel contesto Agnes, l’uomo dell’azienda, era destinato a soccombere. La fine della segreteria De Mita, ma – soprattutto – il tramonto dell’ideale del servizio pubblico televisivo segnarono anche la fine della sua esperienza dirigenziale.

Fece ancora in tempo ad avviare un nuovo percorso. Nominato presidente di Stet, il gruppo statale che controllava le telecomunicazioni pubbliche, riuscì a bruciare le tappe e, pur non appartenendo a quel mondo, ne intuì le potenzialità e le prospettive future. La sua propensione (già sperimentata nei suoi anni in Rai) alla progettazione, allo sviluppo ed all’utilizzo di nuove tecnologie, trovò sfogo anche in questa nuova attività. E, come gli accadde in Rai, anche negli anni di Stet dovette assistere, pressoché impotente, alla prima “svendita” delle attività pubbliche e, in particolare, della Telecom, che, come confessò espressamente alcuni anni dopo, non avrebbe mai venduto.

Una vita da raccontare, insomma. E merito di Salvatore Biazzo è quello di averla raccontata con trasporto, ma anche con apprezzabile obiettività: dalle pagine della biografia non emerge un santino o un eroe dell’informazione; emerge, invece, la figura di un uomo che contribuì in modo determinante alla crescita ed allo sviluppo del servizio televisivo pubblico, testimoniando un impegno che troppo presto è stato dimenticato.

 

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