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    25/09/2017

Dalla carboneria del Regno di Napoli le origini della lingua ciaschina

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Castel Baronia, la chiesa di San FrancescoCASTEL BARONIA - "Alìve ciaschì, lu caggio ‘nterza...”. “Zitto paesano, la persona (l’uomo) comprende....”: è, questa, una delle frasi più conosciute che venivano  utilizzate dagli abitanti di Castel Baronia quando, parlando tra loro e  non volendo far capire ad altri il senso del discorso, si avvertivano che, probabilmente, la persona presente comprendeva quello che stavano dicendo. È una frase in “lingua ciaschina”, una sorta di idioma, unico nel suo genere.

Alcune parole di questa “lingua” sono ricavate per onomatopea; suggeriscono, cioè, per assonanza acustica, l’azione significata. Così, l’agnello che nel camminare, con gli zoccoli, produce un rumore particolare, è chiamato trup trup; le mammelle sono surchiante, dall’azione del succhiare dei bambini, l’asino è il tip tap, il bacio è šcuccante, il coniglio sbattente , il serpente strisciante, l’uccello volantisco.

Altre parole fanno riferimento alla funzione a cui assolvono i termini italiani corrispondenti o, qualche volta, alla posizione che le parti nominate, nel corpo o in natura. Ad esempio, le scarpe sono fangóse, per il loro utilizzo contro il fango, le corna sono cimóse perchè alla sommità del capo, la mani vrangóse, le uova cucchiulóse, il bicchiere calamàro, la candela mucculósa, i fichi verdóse, la  legna stuccósa, l’olio lampùso, le olive nuzzulóse, i peperoni furtùsi, l’uva mustósa, la bocca smorfia, il carretto stascìne.

I termini “ciaschini” che ancora oggi circolano tra gli abitanti del paese non  sono più di duecento. Quelli più conosciuti e, qualche volta ancora utilizzati, sono “chiarenza” che è l’acqua, “sgarbio” il carabiniere, “muria” la carne, “sbéttola” la casa, “cipolla” la gallina, “caino” il fratello, “ciavarro” il cornuto, “trusciante” l’elemosinante, “scaruòppolo” il coltello, “scialummo” la gobba, “rappullo” il giovane,” fucòne” il fucile,  “merchio” il prete, “manèa”  la donna, “caggio” l’uomo, “chianetta” lo schiaffo, “cardesca” la signorina, “‘ndumm” il sordo, “‘ndriga” la vagina, “frezzo” il vino, “vèrtola” la tasca, “scamorgia” la strada, “chiopi” i soldi, “palummo” il sole, “scèrmete” le spalle, “pagliàro” il paese,  “gruscinàle” il maiale, “chiatto” il letto, “sciarpìno” il ladro, “serpentìna”la lingua, “faluppìna” la neve, “liccianti” gli occhi, “scagnulielli” i maccheroni, “straccheggio” il lavoro, “sambuchetta” la pistola, “vaiassa” la donnaccia, “chiòchiero” il naso, “proso” il sedere, “catòsa” la prigione, “ndrainanà” l’aggeggio.

Pochissimi sono i verbi  di questa  lingua e, per la maggior parte, esprimono avvertimenti, inviti ad essere sempre attenti, a non esprimersi troppo apertamente, ad essere pronti a fuggire. Quelli più noti, in questo senso, sono andare, scappare, che in ciaschino diventano “fronzare”, guardare, che diventa “smicciare”, stare zitto “abbozzare”, parlare “baccagliare, capire “nterzare. Poi ci sono, bere che diventa  “frizzare”, colpire “alluffire”, andare al bagno “tartire”, stare a letto “chiattire”, elemosinare “trusciare”, prendere “accibbiare”, pagare “picchiare”, orinare “mischire”, lavorare “straccheggiare”, rubare “sciarpare”, fare l’amore “tignare”, evadere “sgambettare”, mangiare “sgamare”.

Sono, poche, ovviamente, anche le frasi intere che ci sono pervenute e altrettanto poche quelle che si riescono a costruire con  l’utilizzo di verbi, sostantivi e aggettivi. Quelle più note, oltre a quella che costituisce il titolo di questo scritto, sono: “ Ciaschì, lu caggio è luoffio, la manèa è nif”,  per dire  paesano, l’uomo è brutto, la donna è bella; “fronza forarm ciaschì, arrivano li sgarbi”, scappa fuori paesano, arrivano i carabinieri;  “frunzammo a la sbéttola a putrì”, andiamo a casa a riposare; ”smiccia ciaschì, lu cagge porta lu scaruoppolo ‘nvèrtola”,  guarda paesano, quell’uomo porta il coltello in tasca; “ciaschì, lu cagge abbaccaglie luoffio” paesano, quell’uomo parla male; “ciaschi, lu trusciante ha sciagnate li chiopi a la manea”, paesano, il mendicante ha rubato i soldi a quella donna.

Secondo la tradizione locale, la “lingua ciaschina” fu utilizzata, e via via arricchita di nuovi termini, dai commercianti che, viaggiando in coppia o in gruppi, si spingevano per i mercati di regioni lontane rimanendo a lungo fuori dal loro paese. Parlare senza farsi capire, specialmente quando percorrevano strade pericolose, o frequentavano località malfamate e infestate dai briganti, era un modo più sicuro per custodire meglio la merce e per comunicare liberamente senza palesare i propri piani o le proprie debolezze. Il commercio che praticavano gli abitanti di Castel Baronia  era la vendita di pettini.

L’inizio dell’uso della “lingua ciaschina” è possibile farlo risalire, al primo ventennio del 1800 quando, con molta probabilità, a Castel Baronia cominciarono ad operare alcune industrie per la lavorazione del corno e per la produzione, di “pettini da testa”. Questa ipotesi è supportata da un documento del 1842, pubblicato su Vicum (marzo-giugno 92, pag.100) da Vittorio Caruso. In quell’anno, infatti, la Società economica di Principato Ultra richiese a tutti i sindaci uno “specchio delle fabbriche e delle industrie” esistenti, con la specificazione dei proprietari, del numero di operai addetti, del tipo di materia lavorata, del mercato utilizzato nonché dell’utile conseguito.

Tra le varie attività segnalate a Castel Baronia la più fiorente risultò quella della lavorazione del corno. “In un anno - scrive Caruso - circa 800 pettini venivano prodotti da Euplio e Francesco Antonio Errico, Antonio Attino e Ferdinando Staffiero... Venivano piazzati, con un utile netto di 80 ducati, sia sul mercato nazionale (Regno di Napoli) sia su quello internazionale (Stato pontificio). Il primato nel campo della produzione dei pettini - continua Caruso - apparteneva, però, all’opificio dei signori Nicola e Ciriaco Bardaro, Benedetto Pelosi, Francesco e Vincenzo Lombardo, Pasquale Mercando, Rocco Melchionna e Pasquale Picardi che occupavano cento operai e, in un anno, producevano circa 6000 pezzi piazzati soprattutto nello Stato pontificio con un utile netto di circa 1000 ducati”.

Da questa rilevazione, appare evidente che, per essere così affermata e produttiva, la lavorazione del corno e la relativa vendita del prodotto finale doveva  già avere alle spalle una buona e lunga tradizione.

Per quanto riguarda la provenienza dei termini, al di là di quelli onomatopeici, è probabile che, almeno alcuni, siano stati presi in prestito dalle Carbonerie che in quegli anni erano presenti sia nel regno di Napoli che in molti  altri Stati italiani.

Particolarmente interessante, “nella lingua ciaschina” è l’uso dell’espressione “a li ròspici” che viene utilizzata quando ci si trova di fronte ad una cosa fuori dal normale. Se per esempio si vede passare una persona che pesa due quintali o una ragazza eccezionalmente formosa, il commento immediato è “a li ròspici”! Molti traducono questa espressione con la parola “niente”, io tradurrei  “senza commento”.

Credo che “a li ròspici” abbia a che fare con gli aruspici, gli antichi indovini che predicevano gli avvenimenti osservando il volo degli uccelli. Viene usata, di fronte a fatti eccezionali, per avvertire che per un giudizio definitivo, è necessario rinviare il tutto alla valutazione degli aruspici, degli indovini.

 

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