Nel settembre del 1860, mentre Garibaldi, nella fase cruciale della spedizione, si apprestava ad entrare nella città di Napoli, l’Irpinia fu interessata da una serie di rivolte popolari filo-borboniche, particolarmente sanguinose. Ispirate da una rete di agenti e di spie, ma anche da persone legate alla corona, e strumentalizzando con facili artifici la plebe ignorante e superstiziosa, esse attuarono il tentativo, da un lato, di impedire la costituzione di governi insurrezionali, dall’altro, di avviare dall’Irpinia un tentativo di riconquista del regno.
Il 4 del mese di settembre scoppiò l’insurrezione di Ariano dove le forze liberali, guidate da De Concilij, si erano concentrate per costituire un governo liberale, tentativo, come è noto, stroncato nel sangue. Nei giorni 6 e 7 settembre, preparate da tempo e probabilmente incoraggiate dalle notizie che arrivavano da Ariano, scoppiarono, tra le altre, due sanguinosissime rivolte in Montemiletto e Torre le Nocelle, durante le quali, i rivoltosi, costituiti dalla massa dei contadini ben aizzati e accecati dall’odio verso proprietari terreni, i cosiddetti galantuomini, abbattute le deboli resistenze della guardia nazionale, sterminarono numerosi esponenti delle famiglie di liberali, senza incontrare ostacoli.
Per reprimere le rivolte, che minacciavano di travolgere l’Irpinia e forse Napoli, Garibaldi inviò la quindicesima divisione comandata dal generale ungherese Istvan Turr, che giunse ad Avellino il 10 di settembre successivo, mentre il compito di ripristinare l’ordine nei territori di Montemiletto e Torre fu affidato al maggiore Salomone, della citata divisione, il quale entrò in una Montemiletto vuota e spettrale il giorno dopo, avviando un capillare rastrellamento del territorio per la cattura dei responsabili: 260 persone finirono in manette, 27 accusati di omicidio. Un grosso aiuto allo spegnimento della piccola fiammella che rischiava di diventare un incendio lo diede ovviamente anche il contemporaneo (alle rivolte) ingresso in Napoli di Garibaldi.
Per i gravissimi fatti di sangue rimaneva tuttavia la necessità di fare giustizia. Per tale scopo, con determinazione del generale Turr, fu costituita una “commissione straordinaria sotto la denominazione di Giurì” con il compito di giudicare i responsabili, mentre l’intervento diretto di Garibaldi (con un telegramma) impedì che le esecuzioni dei maggiori responsabili avessero luogo immediatamente ed in assenza di un regolare processo. Il giurì, composto dal presidente Michele Melito, dal giurato Gioacchino Testa, dal pubblico accusatore Rocco Mercuro e dal cancelliere Alfonso Carpentieri, ebbe tuttavia vita breve poiché un decreto del 27 ottobre 1860, a firma del prodittatore Giorgio Pallavicino, su proposta del ministro per la Giustizia, Pasquale Scura, ne fece cessare l’attività disponendo che gli atti fossero rimessi alla Gran Corte Criminale.
Incaricato della pubblica accusa presso il giurì fu dunque Rocco Mercuro, nativo di Flumeri, avvocato, “mente politica ed organizzativa della massoneria avellinese nel periodo di massimo splendore di tale organizzazione”, amico di Pasquale Stanislao Mancini. Il medesimo Mercuro, rimessi documenti alla Corte, ritenne tuttavia opportuno inviare al prodittatore in Napoli un dettagliato “Rapporto analitico dei fatti reazionari avvenuti in Montemiletto e Torre le Nocelle in Principato Ultra”. Il documento in questione, custodito presso il museo centrale del Risorgimento, poco conosciuto, se non sconosciuto del tutto, è appresso pubblicato integralmente.
Esso in effetti riferisce notizie in gran parte già note, accertate nel corso del processo e rese pubbliche dai numerosi studiosi che si sono occupati della vicenda; cita i nomi, noti, dei mandanti (Pasquale Mirabelli, il giudice Isidoro Maiorsini, Pirro Penna, Gaetano Baldassarre); diventa tuttavia interessante quando cerca di individuare, sia pure senza fornire riscontri, ciò che si chiamerebbe, con linguaggio moderno, “il terzo livello” dei responsabili, citando tra questi l’abate di Montevergine, Guglielmo de Cesare, ed il principe Luigi (“era a capo di questo movimento reazionario ed aveva le fila sparse in tutte le province del Regno”).
Si tratta probabilmente di Luigi di Borbone, principe del Regno delle Due Sicile e conte di Aquila, il cui nome si trova associato alle vicende in esame, sia pure sotto un diverso profilo a proposito del tentativo della matrigna di Francesco II, Maria Isabella d’Austria, di destituire quest’ultimo dal trono per farvi salire proprio Luigi di Borbone. “In verità Zio Luigi e Maria Teresa, superando perfino il conte di Cavour, corruppero soprattutto gli inglesi, da Lord Palmerston a George Rodney Mundy, in cambio di chissà cosa. Un qualcosa che neppure Garibaldi conosceva limitandosi solo ad un ingenuo ricordo: “senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l’ammiraglio Mundy non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina”. Forse all’impresa garibaldina si era sovrapposto un tentativo, poi fallito, di cambio dinastico?
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Avellino, 18 ottobre 1860 - Pubblico accusatore al giurì - Rapporto analitico dei fatti reazionari avvenuti in Montemiletto e Torre Le Nocelle in Principato Ultra.
Signor Prodittatore, il Governo dei Borboni in veder crollante l’edifizio sostenuto per lunga serie di anni dallo spergiuro e dalla spia, ricorreva sollecito alle solite male arti, onde trarre in inganno la plebe credula e ignorante. Una costituzione coperta dalla mala fede elargiva ai popoli del continente; però quasi istantaneo alla pubblicazione, meditava il disegno di abbatterla e distruggerla. Troppo dolorosamente ne risentiva i tristi effetti la provincia di Principato Ultra, e ciò per essere stata demoralizzata dalla lunga e penosa dimora del famoso intendente Don Pasquale Mirabelli. Tra i satelliti di lui evvi un Carmine Ardolino, un Pirro Penna di Torre le Nocelle, un Gaetano Baldassarre di Montefalcione, uomini di perduta fama, salariati dalla vecchia polizia e ricolmi di qualunque infamia si possa immaginare. Sventura che il domicilio di quei perfidi rimanesse di poche miglia l’un dall’altro lontano, poiché quivi la reazione prendeva maggiori proporzioni. Però da essi solo fu attuato il progettato disegno, ma la somministrazione dei mezzi ebbe origine da Alto Personaggio.
La istruzione veniva chiarendo, come per confessione dello stesso Carmine Ardolino, che il Principe Luigi era a capo di questo movimento reazionario ed aveva le fila sparse in tutte le province del Regno. Che Pirro Penna si corrispondeva per lo stesso obiettivo con l’Abate de Cesare di Montevergine, il quale era solo incaricato di conferire e trasmettere gli ordini agli esecutori della reazione, senonchè le mire reazionarie che scoppiar dovevano al finir del mese di luglio prossimo passato, furono prevenute, quando nella capitale si sorprendevano armi e munizioni. Questo fatto scompose in certo modo le ordite trame della rivoluzione, scorando buona parte delle spie di polizia, infervorate a travolgere i popoli nell’anarchia e nella guerra civile. Nell’attuazione dell’orribile attentato, Carmine Ardolino, che si aspirava nei consigli di Pirro Penna, procedeva a formale organizzazione di uomini armati, da adibirsi non appena si presentava il momento per sommuovere i popoli. Ecco in opra schifosi mezzi per adescare i villici, ignoranti ed abituati sotto lo giogo della tirannia. Ad essi faceva intendere che il Re Francesco aveva concesso carta bianca per tre mesi allo fine di distruggere la costituzione ed i galantuomini, i quali mantenevano accesa nel petto la fiammella della libertà. Istigava tutti ad armarsi, poiché le truppe di Garibaldi erano alle porte e le famiglie sarebbero state disonorate: ed ingiungeva dicendo che se il regno di Napoli si fosse unito a quello di Vittorio Emanuele avrebbero avuto a deplorare tristissime conseguenze poiché per la guerra sostenuta contro l’Austria aveva contratto debito di molti milioni.
Gaetano Baldassarre le medesime cose insinuava ai contadini del suo paese e quasi in tutti i giorni li riuniva dicendo che era volere del Re Francesco quello di distruggere i galantuomini liberali: ed attendeva lettere da Avellino per muovere con una colonna di reazionari. Fu allora che due terrazzani di Montemiletto in nome del Giudice domandavano al Baldassarre un contingente di armati per sostenere vieppiù quella reazione che aveva disseminato il terrore colla morte di tanti onesti cittadini. Alle dolorose sventure per quei tristi non fu men grave quella di avere a Giudice Regio del Circondario Isidoro Maiorsini, uomo avverso alle libere istituzioni, tanto che le sue incessanti cure erano quelle di impedire che qualcuno pronunziasse la parola Costituzione, permettendosi altresì di far togliere il nostro tricolore.
Preparata a tal modo la reazione, imminente doveva essere il pericolo che minacciava di funeste conseguenze ed il Capitano della Guardia Nazionale Giuseppe Fierimonte ne ufficiava l’Intendente della provincia e principalmente domandava il tramutamento del Giudice Circondariale perché retrivo. Mercordì cinque del mese di settembre ultimo Matteo Lanzillo di Montemiletto che bevve il latte velenoso nell’armata borbonica, seguito da un drappello di uomini armati si fece a percorrere le campagne ed al suono del cosiddetto corno marino riuniva nei diversi punti di quelle colline gran numero di terrazzani e dopo aver fatto prestare il giuramento loro avvisava in nome di Carmine Ardolino a star pronti poiché nel dì seguente distruggere si dovevano i galantuomini avendo avuto carta bianca per tre mesi. In effetti a circa le ore diciotto del di sei settembre un numero considerevole di contadini di circa milleduegento, armati chi di fucile, e chi altro di scure, al suono delle campane a martello invasero il pese, gridando Viva il Re, Abbasso la Costituzione. Indi a poco si appressarono alla casa del Capitano Fierimonte, e dopo aver violentato il portone d’ingresso con replicati colpi di scure, pretesero che dovesse scendere abbasso.. Quel disgraziato non oppose la menoma resistenza gittandosi nelle braccia di quei perfidi, dicendo esser pronto a fare quanto si desiderava purchè l’avessero salvata la vita. Alle tenere parole di lui vi fu chi ebbe dato il bacio di Giuda per tradirlo dopo pochi istanti, come in effetti, mentre se ne stava in quell’attitudine commovente una scarica di fucilate lo faceva diventar cadavere.
Dato termine al primo atto della scena di sangue, quella masnada penetrava nella casa dell’estinto e metteva a ruba quanto esisteva di oggetti, non senza distruggere mobili e financo i parati di carta attaccati al muro. Era tale le ferocia di quelle belve stizzite che per salvare la vita ad un innocente giovinetto figlio del Fierimonte, una donna dovè tenerlo sepolto per lunga pezza negli oscuri penetrali di un sotterraneo poiché a voce alta si gridava che questa famiglia doveva esser distrutta dalle radici. Quei malfattori della casa di Fierimonte passavano a quella dei signori Colletti, ed ivi fu ripetuta la medesima scena luttuosa poiché Don Giuseppe Colletti figlio rimase vittima di una scarica di fucilate e Don Gaetano Colletti padre, creduto morto dai replicati colpi di scure, fu lasciato semivivo a nuotare nel sangue del proprio figlio. Così procedendo quei sconsigliati fecero man bassa di tutte le famiglie di liberali, talmente si ebbe a deplorare una perdita considerevole di onesti e probi cittadini, il cui numero ascende a circa ventidue. E quel che fa raccapriccio si è il doloroso e commovente spettacolo dei pochi che scamparono la vita rimasti privi di ogni mezzo di sussistenza, perché tutto fu distrutto.
Ad infrenare l’ingiustizia di quei ribaldi addivenutati ubriachi col sangue, si pensò ricorrere al conforto della religione. Un ministro dell’altare vestito degli abiti sacerdotali, in nome del Cristo implorava perché non si fosse fatto così scempio della vita umana, ma quei perfidi intrepidi e frementi di sdegno, pensarono attentare anche alla vita di quel degno sacerdote: e si aggiunge che il giudice Maiorsini mentre fremeva la reazione, somministrò armi e munizioni, dicendo le seguenti parole: “bravo, bravo distruggete questa canaglia”. All’eccidio ed al saccheggio non fu omesso l’oltraggio all’onore, poiché un Pellegrino Ciarla, che più si segnalò nella reazione, con le mani ancora bruttate di sangue, deflorava un’onesta giovane di quel paese: Né venne obliata sevizia di sorte, stante che i cadaveri furono gittati dall’alto delle finestre, esposti nelle pubbliche strade, dati alle fiamme e divorati dai cani, per esempio pubblico, come essi dicevano. In effetti all’arrivo del Giurì, sul luogo dell’avvenimento furono viste delle membra umane ancora sparse per quelle campagne; e qui fia d’uopo notare che quattro giovani animosi del Comune di Aiello, i quali avevano scampato la vita in Ariano, rifugiandosi in Montemiletto, ad uno di essi era riuscito per la seconda volta salvar la vita nella seconda reazione, ma il fatto sta che mentre era per uscire dal tenimento in unione dei due altri del Comune di Montaperto, dei marrani sospendono il lavoro, fermano questi disgraziati e spediscono un messo in Montemiletto ad avvisar la forza che sollecita accorre, ed a colpi di fucile furono fatti vittime. E qui si noti ancora che uno di questi sventurati, perché dava segnali di vita, fu finito di uccidere a colpi di scure da una donna per nome Maria Grazia Latorella.
Fu dato termine alla scena di sangue, all’annottare di quel dì funesto, ma però chi agitava le file della reazione, non era satollo ancora di ferale vendetta. Al dì seguente sette del mese di settembre, quel Carmine Ardolino muoveva da Torre le Nocelle alla volta di Montemiletto con una colonna di uomini armati, onde dare soccorso ai reazionari e qui giunto salutava i carabinieri regi che furono spediti pel mantenimento dell’ordine, e fatto palese appartenere alla vecchia polizia, si affratellarono con grida di viva il Re. Fu allora che il giudice Maiorsini esternò ad Ardolino le più sentite compiacenze con segni e con parole, poiché con un fazzoletto bianco nelle mani approvava quella dimostrazione, ed indi imprendeva a dirgli le seguenti cose: “viva Carmine Ardolino, da sotto ti sei trovato sopra: ti terrò presente”. E questo compiacimento del giudice non fu limitato ai soli atti di facilitazione ed alle sole parole, ma volle in uffizio tenerne partecipe le autorità della Provincia. E per vero con suo rapporto diretto al Procuratore Generale elogiava quei popolani che avevano mostrato affetto ed attaccamento al dispotico trono del re Borbone. Con altro uffizio all’intendente chiedeva truppa regia vedendo il paese in pericolo, non pel massacro che si era fatto di onesti cittadini, ma per tema che delle guardie nazionali fossero ivi andate a vendicare il sangue di quelle vittime innocenti. E qui non va dimenticata la solerte determinazione del Procuratore Generale, il quale rimetteva quel rapporto all’istruttore del Capoluogo acciò rigorosamente avesse prese delle indagini contro il regio giudice quale complice della reazione.
Ritornava Carmine Ardolino in Torre Le Nocelle, fucina delle più nefaste spie del caduto governo borbonico, nello stesso giorno ed a circa le ore diciassette italiane: e qui le principali cure di lui furono dirette a scatenare quei cani rabbiosi contro i capi della Guardia Nazionale. Si appressava alla casa di Don Baldassarre Rotondi ed ordinava che a colpi di scure si fusse violentato il portone d’ingresso, ma poiché si vide una qualche resistenza, la casa medesima fu scalata, forate le volte e per i vani fu fatto vivo fuoco di fucilerie contro quelli che per garentir la vita ivi si sono rinserrati. Penetrati nell’interno di quel casamento quei perfidi assetati di oro e di sangue rubarono e distrussero quanto menomamente esisteva. La moglie del Rotondi era ferita gravemente con più colpi di scure ed il Don Baldassarre che era fuggito sormontando un muro del giardino fu fatto vittima da più fucilate, poiché il fondo adiacente al giardino medesimo era stato circondato già da un numero considerevole di armati. Lo squallore e la desolazione non fu valevole a fermare quei perfidi, poichè la medesima scena fu ripetuta nella casa di Don Francesco Rotondi; se non che questi più coraggioso impedir voleva con la legittima difesa che il portone fusse aperto con violenza ed in vedere che dei villici armati di scure vibravano dei colpi di scure, dall’interno li uccideva con due fucilate. Ma alla forza imponente di un popolo sfrenato dovè soccombere per necessità. Quell’abitazione in un attimo si vide gremita di gente armata, scalata e manomessa da tutti i punti, finchè il Don Francesco usciva cadavere dal portone d’ingresso, trascinato e gittato in sulla via, in segno di disprezzo e di esempio ai liberali, come dicevano.
All’eccidio seguiva il saccheggio, come in effetti danaro ed oggetti che si potevano trasportare erano rubati, il rimanente distrutto e dato alle fiamme, e quel che conta si è che quei tristi sollazzando banchettarono in quella casa ove avevano fatto tanta strage. Lo scopo non era ancora raggiunto, se qualcuno appartenente alla famiglia dei liberali era riuscito a scampar la vita. Si cercavano come si domanda un fuor bandito. Minacce e minacce di vita contro coloro che avessero dato ricovero, non senza violare il sacro domicilio degli onesti cittadini. E Don Paolo Rotondi era trovato, inseguito e gravemente ferito. Carmine Ardolino, che aveva dato causa ad eccidi e saccheggi, fu sollecito ricorrere alla religione che è servita sempre di mezzo ai Borboni, come ingannare il popolo ignorante, e trascinarlo ai tristi disegni del dispotismo. Quella scena spaventevole di sangue cittadino fu legalizzata da una benedizione, poiché nella domenica seguente tutti i reazionari furono riuniti e condotti nella chiesa parrocchiale, ed avendo fatto esporre il Santissimo, si levò un grido unanime di viva il Re, e quei perfidi sanguigni benedetti. I nemici della patria e della libertà si attendevano negli altri paesi della provincia i medesimi avvenimenti, perché così si era stabilito. In effetti in quei stessi giorni la reazione fu tentata in molti paesi e villaggi, e si annunziava sotto le medesime forme e con lo stesso motto di convenzione. Si era detto ai contadini che il Re Francesco aveva dato carta bianca per tre mesi. Si riunivano al segnale del corno marino ed al suono delle campane a stormo. Tanto avveniva nei comuni di Ariano, Villanova, San Martino, Bonito, San Nazzaro, Calvi, Santa Paolina, Pietradefusi e Pappaceci, per i quali fatti celermente fu iniziata la istruzione.
E qui si noti che quasi tutta la Guardia Nazionale prese parte attiva nel movimento reazionario, e la istruzione ha chiarito che nella stessa Guardia Nazionale sono stati intrusi uomini venduti al caduto governo borbonico. Ciò prova come le transazioni col perdono verso i nemici della patria, producono gravissimi danni alla società civile. Il terrore destato nell’ambito di questa provincia per gli avvenimenti reazionari, che si succedevano con la velocità dell’elettrico, determinò il Generale Comandante Thurr a stabilire un Giurì a cui conferiva poteri di istruire nelle via legale. Tanto fu eseguito, ed il pubblico accusatore chiariva i fatti così come sopra esposti, fatti che han per sostrato prova generica e prova specifica; come pure assicurava alla giustizia trecentonovantasei prevenuti. Abolito il Giurì per Decreto Prodittatoriale, ho creduto dovere tenerla informata di quanto coscienziosamente si è operato per il bene della Giustizia e della Patria Italiana. E poiché i poteri del Giurì sono stati trasmessi alla Gran Corte Criminale, onde proceda per i medesimi fatti reazionari alla formazione di un novello processo, la interesso pubblicare, se mai creda, le cose testè rassegnate, unico mezzo nei governi liberi per impedire qualsiasi intrigamento, che non ha potuto insinuarsi nella già compilata istruzione. Il Pubblico Accusatore Rocco Mercuro




