All’indomani del referendum per l’unificazione l’avvocato irpino Camillo Miele incontrò probabilmente a Napoli Pasquale Stanislao Mancini, reduce dal lungo esilio, che gli chiese di poter avere notizie della comune terra di origine. Nativo di Andretta, già illustre patriota, il Miele in effetti era molto addentro alle convulse vicende irpine che precedettero l’unificazione e corrispose alla richiesta di Mancini con una “relazione su i fatti della provincia di Avellino” recante la data del 25 ottobre del 1860, che tuttavia redasse in forma anonima.
La riconducibilità della relazione al Miele risulta da svariati elementi: la citazione della sua partecipazione al tentativo del settembre precedente di instaurare un governo insurrezionale ad Ariano; la qualità di Capitano della guardia nazionale (di Andretta); il riferimento alla sua partecipazione all’insurrezione del 1848 che aveva avuto per conseguenza, oltre alla prigione, come scrive lui stesso, “essere attendibile 12 anni, interdetto nell’esercizio della professione scandalosamente senza poter vedere Napoli o dopo stenti e travagli, e di esser connotato nei 227 volumi del 15 maggio assieme a voi che doveste fuggire da Monteoliveto in mezzo all’ira degli assassini, delle baionette e del cannone”. Tutte vicende che appartengono alla biografia di “Don Camillo”, come Francesco De Sanctis lo aveva definito, non proprio benevolmente, nel suo Viaggio elettorale. Perfino la definizione di Sant’Angelo come “mia patria non ha guari…” contribuisce a mantenere ferma l’ipotesi poiché il Miele nel 1848 fu in quel circondario giudice supplente e presidente del collegio elettorale politico, poi, nel 1860, referente locale come commissario politico del distretto di Sant’Angelo dei Lombardi, del comitato “Ordine” operante in Napoli.
Nella relazione Miele esordisce rivolgendo a Mancini l’appellativo di “Mio onorandissimo Maestro”. Così continua: “ Il maturo de’ destini della Italia nostra avendomi data la occasione di riabbracciarvi l’altro ieri dopo il vostro esilio (sebbene esilio non fosse stato, perché in terra stessa italiana), fu vostra prima cura volgere il pensiero e domandare della comune provincia, Avellino, del suo stato morale, e me ne chiedeste una memoria scritta. Io adempio a tale dovere con quel coraggio civile che debba essere di ogni italiano, descrivendovi i fatti che si sono succeduti e le cagioni rispettive; e trattandosi di dire il vero, io non transigerò con chicchessia… Appena noi del Napolitano risorgevamo a nuova vita politica, la Provincia nostra la cominciò bene accogliendo con eloquente silenzio e cittadino contegno le franchigie, come quelle che portar dovevano la sospirata de’ secoli, la italiana unità, ma con lo svolgersi del tempo e degli avvenimenti, si è veduta qualche funesta scena la quale in fondo ha rappresentato meno una reazione che l’attuazione di privati livori, procurati dalla malissima condotta di reggere per parte de’ capi della provincia, la quale se non le si danno le norme, finirà col demoralizzarla tutta quanta. Da giugno finora noi non abbiamo avuto che intendenti, altri dinastici costituzionali e vagheggianti solo per necessità principi federativi, facendo la guerra a’ principi unitari che si andavano attuando, deferenti per gli amicali riguardi e facendosi intorniare da gente che fu sempre attaccata alla casa Borbone e a’ suoi protetti e di molti fra questi si fecero comporre certe malaugurate commissioni che meglio sarebbero state addimandate giunte di scrutinio contra gli unitari; e dal giudizio di questi si fecero dipendere le nomine a cariche municipali, de’ preposti alla Guardia nazionale. Di qui la insolenza, il malcontento, il gonfiarsi degli ambiziosi tristi e lo abbagliamento di coloro che forse in buona fede hanno compromesso il decoro della Provincia medesima, facendo consistere il loro merito nel trovarsi soli e primi alle attuazioni delle cose, ingelosendosi che altri avesser loro potuto essere compagni e compagni di migliori vedute e forse di più saggio pensare cittadino.”
Dunque, secondo il Miele, i violenti episodi che avevano creato tumulto e morti nel corso del 1860 erano imputabili a ambizioni e rancori personali più che a movimenti di popolo. Un accenno il Miele fa anche ai fatti di Ariano ai quali aveva preso parte personalmente alla testa di una colonna di 300 uomini provenienti dalla zona di Sant’Angelo dei Lombardi, nonché alle polemiche che erano seguite. In effetti, proprio la condotta del Miele era finita sotto accusa fino ad attribuire al suo comportamento la responsabilità della disfatta. Così, riferendosi al Miele, il generale Vincenzo Carbonelli, comandante delle forze insurrezionali, scriveva al maggiore De Marco: “Se non ci fosse stato un vilissimo maggiore che preso dal panico portò lo sbandamento di 200 uomini che esso portava…” Per parte sua Miele così la racconta a Mancini: “Di qui la scena orribile di Ariano de’ 4 settembre, dalla quale mi campai per miracolo. Quivi si andava per proclamare il governo provvisorio senza nessun invito preciso o per tempo stabilito, e sempre nel pensiero che alla rinfusa chi primo vi perveniva, prima coglieva il frutto della propria ambizione in esser deputato primo alla impresa. Senza organamento, senza concerto, senza forza, la quale nel dì susseguente restava invece a mezzo cammino e retrocedeva al sentire i fatti accaduti. Dopo lo scompiglio, dopo una guerra fratricida, sentiste solo impegnar polemiche sui giornali di accuse, di recrimine; e sui delitti scandalosamente tace ed è indolente ancora la giustizia punitrice, e ancora resta inulto tanto sangue iniquamente sparso. Si improvvisava alla ricorrenza un malaugurato giurì e non so con quanto buon successo abbia operato; e a Montemiletto quel giudice Maiorsini, che forniva dal balcone di cartucce i tristi, si vede solo sospeso né anco destituito. Successe a tale modo di governare l’altra condotta de’ Governatori con norme sconsigliate d’inopportuna bontà, adatte solo ad un popolo adulto e fatto, non già al nostro che si sta formando e tali regole hanno fomentato e incoraggiato, senza volerlo, sin ieri le rimostranze reazionarie, insolentite le masse, le quali, se non altro possono fare, ne uccidono, ne rubano, facendone così avere il dispiacere di vedere nelle sorti novelle solo un retaggio pe’ posteri, e non un godimento per noi che vi abbiamo pur diritto, e questi delitti vanno trattati con niun rigore, quasi la società potesse reggersi fatta astrazione dal principio morale.
Maestro mio, nella qualità di capitano della Guardia Nazionale, io colle misure di opportunità, col rigore, non debbo tacervelo, son riuscito a domare i tristi, persuaso che a’ tempi eccezionali uopo è rispondere con mezzi anche tali. Col rigore e con la carcere ho estirpato dal mio paese la tendenza vandalica che impunemente si è attuata a Monteverde ed a Castelfranci, ho radicato il principio e il rispetto per la Croce di Savoia. Ma il credereste se vi dicessi che nel primo di ottobre che volge, creduta vigilia del ritorno borbonico, da Carbonara si muoveva quel giudice Paradiso per istruire processo a carico de’ monteverdesi che avevan rovesciati gli stemmi di Francesco II? Eppure ciò è vero, eppure nessuna destituzione per lo manco si è provocata contro colui, quando il rigore legale contro lo stesso si avesse voluto far tacere. E quale altro effetto da tale impunità? La uccisione, lo assassinio di uffiziali della guardia nazionale nel comune di Carbonara medesima il giorno solenne del 21 di questo mese e di altri distinti del comune medesimo. A S. Angelo de’ Lombardi, mia patria non ha guari, veniva insultata da pochi briachi un uffiziale di Teora, Pasquale Caruso, cui veniva imposto gridare viva a Francesco II, e il quale fattosi a denunciare il fatto al Sottindentende, costui di buon cuore com’è, e troppo animato dal principio della fusione del partiti, gli dava per consiglio di accendersi un sigaro e passeggiare innanzi a quelli stessi che lo avevano insultato in segno di disprezzo. Ottimo avviso per fargli comprare una pugnalata e per reprimere la insolenza! Io mi trovo qui deputato con altri del distretto per presentare indirizzo a Re Vittorio Emanuele; ma incoraggiandosi a tal modo la rimostranza del delitto, non vorrò ritirarmi poiché se dovessi esser sagrificato vorrei compiere tal sagrifizio in guerra a difesa per la patria; e non consumarlo per opera dell’infamia e del tradimento.
Infine, una amara conclusione: “Dilettissimo mio Maestro, istruite di tali fatti il Ministro, al che ho adempiuto, ma inutilmente anche io, ed avvisatelo pure che per le altre province in generale badasse alla scelta delle capacità politiche. La vostra voce, come quella che ha propugnato la nostra causa, sarà intesa e temuta, più che non la mia, che non ho avuto altro bene che di essere attendibile 12 anni, interdetto nell’esercizio della professione scandalosamente senza poter vedere Napoli o dopo stenti e travagli, e di esser connotato nei 227 volumi del 15 maggio assieme a voi che doveste fuggire da Monteoliveto in mezzo all’ira degli assassini, delle baionette e del cannone. Avrei dovuto avere per tutto questo almeno il diritto ad un libero ingresso presso il Ministro, ma non mi è riuscito, per non dire negato. Parlate voi a nome di coloro che furono oppressi, che io non ho la temenza di aver mentito nella esposizione dei fatti i quali potreste, piacendovi, rendere alla pubblicità dei giornali, perché ne giudicasse la opinione universale. Colgo la occasione di riprotestarvi gli alti sensi della mia stima e venerazione. Di Voi altissimo sapere. Napoli, 25 ottobre 1860.”




