AVELLINO – Uno dei più grandi poeti spagnoli, Jorge Manrique, scolpì, nei suoi versi dedicati alla scomparsa del padre nel 1487, un’immagine del destino di noi mortali che è sopravvissuta nei secoli all’evento contingente da cui sgorgarono, per trasformarsi in una sorta di canone valido per sempre e per tutti gli umani, ricchi o poveri, potenti o miserabili che siano, giacché la fine li rende eguali, confondendone le esistenze che, come fiumi, vanno a gettarsi nello stesso, inevitabile mare che è la morte: “Nuestras vidas son los ríos/que van a dar en la mar/ que es el morir”.
Le due protagoniste dell’ultima pellicola, delicata e drammatica, di Pedro Almodóvar, La stanza accanto, vivono la consapevolezza della morte secondo modalità diverse, che pure le uniranno per sempre: Martha è allo stadio finale di un cancro alla cervice, Ingrid ha appena pubblicato un libro di successo, al centro del quale c’è il suo terrore della morte. Paradossalmente (e i paradossi sono sempre stati una cifra dello stile del regista spagnolo) è proprio la donna condannata a convincere la riottosa amica a vivere un ultimo periodo di vita assieme, in un luogo luminoso e naturale, affittando una splendida villa nei boschi del Montana (in realtà si trova in Spagna, nei pressi del monastero di San Lorenzo del Escorial). Lì, le voci e i silenzi della natura e la bellezza del paesaggio saranno complici nella decisione di Martha di porre fine alla sua vita per propria volontà, sottraendosi all’ultimo ciclo delle dolorose terapie a cui sta facendo da cavia. Ingrid partecipa con affetto e sensibilità, anche se con timore, alla difficile scelta dell’amica, riuscendo anche a recuperare una sincera amicizia sia con l’antico amante Damian (John Turturro), sia con la figlia di Martha, la cui relazione con lei, reporter di guerra, e con il padre, che non l’ha mai riconosciuta, sembra trovare una nuova dimensione grazie alle scelte della madre.
Il film, benché tutto giocato sui primi piani delle ottime interpreti (Tilda Swinton e Julianne Moore), non si limita a essere una storia intima e privata, ma affronta una serie di problematiche universali, come il conflitto tutto femminile fra i doveri familiari (con relativi sensi di colpa) e il desiderio di riuscire nel proprio lavoro; o ancora i traumi derivanti dalle guerre che, al di là delle rovine più evidenti, provocano un congelamento della mente di chi combatte, che gli impedisce di uscire dall’atmosfera di morte in cui è stato trascinato, fino appunto a morirne. E poi c’è l’attualissimo conflitto di chi vuole decidere in autonomia come e quando staccare la spina, senza essere perseguitato da dottrine teologiche o politiche e senza rischiare sanzioni giudiziarie per chi gli presta aiuto.
Almodóvar ha riconosciuto in questo suo film la presa di distanza dalla baraonda della sua produzione giovanile, quando ficcava nelle sue peraltro divertentissime pellicole tutto e il contrario di tutto. Il trascorrere del tempo cambia le cose e dà molti insegnamenti: p. es. che se la gioventù procede per accumulazione e dispersione, la vecchiaia non può che avanzare per sottrazione, per restituire il vano e l’eccesso a quel nulla da cui veniamo, magari tenendo nella stanza accanto qualcuno che amiamo.




