AVELLINO – Ovvero: come abbreviare le distanze dalla Sacra Maestà di un Re di Bronzo…Per quanto riguardava la mia condizione di suddita, da bambina il mio nome, stiracchiato da una doppia torsione diminutiva e finanche da un cambiamento di genere, fu elevato a fasti regali, divenendo, nella sorridente anagrafe in dialetto avellinese di mio nonno Emanuele, "‘o Carlucciello 'ro nonno". Soltanto moltissimi anni più tardi avrei riconosciuto in quell'affettuoso "scangianome" un bambino ben più importante di me, come d’altronde la sua elevata collocazione (su una guglia di sette metri), i segni del comando che ne accompagnavano l'effigie (lo scettro, un elmo piumato, uno spadino, il collare del Toson d'Oro), nonché l'aspetto materico (l'imperituro bronzo) stavano lì a dimostrare.
Pur avendo perso nel tempo per varie vicissitudini dovute a terremoti, saccheggi e incuria, sia lo spadino e la medaglia dorata dell'onorificenza sia lo scettro, quel re in sedicesimo conserva ancora, a quasi quattro secoli di distanza, una sua aura regale, affermata dai simboli propri del suo status e insieme smentita da quel viso paffuto e innocente di bambino che sembra chiedersi (e chiederci): Che ci faccio qui? Proverò a dargli una risposta ricostruendo il tormentato percorso che ha accompagnato la statua del Reuccio dal 1668 ai nostri giorni.
E dunque cerchiamo da un lato di tracciare la storia del monumento, così singolare nel suo essere dedicato a un sovrano di sette anni, e dall'altro di collegarla a quella della nostra città e della sua ristrutturazione urbanistica. L'elemento di raccordo tra l'una e l'altra è costituito dalla figura del principe di Avellino Francesco Marino Caracciolo, che ereditò dal padre Marino II la stessa vocazione per l'urbanistica e l'arte, proseguendone il cammino nel rimodellare la città come snodo principale dei commerci con la Puglia e con la capitale del viceregno. Vennero pertanto erette due belle porte che accoglievano chi transitava verso est o verso ovest, dette Porta Puglia e Porta Napoli, che racchiudevano il lungo asse viario su cui si estendeva Avellino, il cui nucleo originario sorto attorno alla collina Terra si era allungato da un lato verso il viale dei Pioppi (oggi Corso Vittorio Emanuele) e dall'altro verso l'attuale corso Umberto, gravitando sulla piazza centrale, quella della Dogana, con il bel palazzo dove si svolgeva il commercio dei grani.
L'accorto intervento del principe fece sì che la piazza venisse rinnovata e abbellita nei suoi preesistenti monumenti (la Dogana, per l'appunto, con la Fontana di Bellerofonte o dei Tre Cannuoli) dal grande scultore e architetto Cosimo Fanzago, oltre ad essere arricchita dalla creazione della guglia con statua dedicate al re di Spagna Carlo II. Quest'ultimo monumento, nella topografia dell'epoca, occupava esattamente il centro della piazza, contribuendo all'armonia di un disegno architettonico che ne coglieva in un solo sguardo tutte le bellezze, dalla fontana al palazzo della Dogana e alla Torre dell'Orologio fino a Porta Napoli.
Il bergamasco Fanzago fu attivo soprattutto a Napoli che arricchì di palazzi, statue e monumenti nello sfarzoso stile barocco del tempo. Chiamato dal principe Caracciolo, reduce dalla Spagna, ad ammodernare il tessuto urbano di Avellino, s'ispirò, per l'obelisco del Re asburgico, alla sua ben più fastosa opera dedicata a San Gennaro, alle spalle del Duomo di Napoli, terminata nel 1660. Per quanto inferiore in altezza, decori e importanza storica rispetto a quello della capitale, il monumento di Avellino poteva vantare dimensioni, ornamenti e prospettiva sicuramente maggiori rispetto a quel che vediamo oggi.
Benché ben presto danneggiato dal terremoto del 1688, ancora nel Settecento veniva descritto con ammirazione dal Pacichelli e dal De Franchi per la vaghezza di marmi e di bronzi che ornavano la piramide su cui si ergeva. Distrutta questa da un ennesimo sisma nel 1732, come racconta la storica dell'arte Paola D'Agostino, venne ricostruita in fogge più modeste, perdendo nel successivo terremoto del 1799 anche l'iscrizione dedicatoria al re. Nuove scosse lo danneggiarono nel 1805 e nel 1980, senza contare i bombardamenti del 1943. A conclusione di tante tragedie, la statua e i bronzi originali (tre rosoni e un medaglione con l'autoritratto dello scultore) furono spostati nella Dogana d'Atripalda, sostituiti da copie, ma ormai destinati ai restaurati spazi di Villa Amendola.
Alle sventure incontrollate della natura e delle guerre si aggiunse, per aggravare lo stato del centenario reuccio, un deleterio restauro operato negli anni Cinquanta del secolo scorso. Nel giugno del 2006 è stato quindi portato a termine un nuovo restauro, diretto da Giuseppe Muollo, che ha fra l'altro rimosso le infelici toppe in piombo poste a copertura delle cavità provocate dalle schegge delle bombe sulle ginocchia del re. Furono restaurati anche il medaglione col ritratto del Fanzago e il petalo di uno dei rosoni.
Ma chi era questo re e perché il principe di Avellino volle dedicare proprio a lui un monumento che, per la nobiltà del committente, l'autorità dello scultore e la centralità della posizione in città, si caricava di valenze simboliche e politiche? Come è stato rilevato nel volume su Avellino scritto da Mario De Cunzo e Vega De Martini, «l'omaggio a Carlo II era un atto dovuto e decisamente funzionale all'escalation politica del principe», che mirava a ottenere dalla corte di Madrid il titolo di Grande di Spagna. D'altra parte, anche la presenza dell'autoritratto del Fanzago (copia di quello di San Gennaro) testimonia la volontà di "firmare" un monumento reputato di particolare importanza. Da ricordare, infine, che la statua avellinese fu riprodotta, in marmo, sulla facciata dell'ospedale napoletano di San Gennaro dei Poveri da un allievo del Fanzago, Bartolomeo Mori, sospettato dalla D'Agostino di essere l'effettivo realizzatore del monumento avellinese, su disegno del più celebre scultore, il cui Carlo II costituì il prototipo di numerose statue a lui dedicate, su incarico del viceré Pedro Antonio de Aragón.
Tanta sollecitudine si dovette alla necessità di legittimare, anche iconograficamente, la successione al trono di Spagna e delle due Sicilie del giovanissimo erede di Filippo IV che alla morte del padre aveva appena quattro anni. La reggenza della vedova Marianna d'Austria, affiancata dal suo confessore austriaco, dovette contrastare numerosi tentativi di delegittimare la sovranità del figlio, angustiato da un'infinità di difficoltà psico-fisiche. I pittori di corte, in particolare Sebastián de Herrera Barnuevo, si affannavano a ritrarlo sotto un aspetto attraente, esplicitamente circondato da immagini dei suoi gloriosi predecessori, che avevano il compito di riconoscerne il legame genealogico. Nel contempo, mentre il Reuccio avellinese e le sue copie sparse nel Regno volutamente rappresentavano un bambino sano e aggraziato, le cronache dell'epoca, nonché i dispacci diplomatici dell'ambasciatore francese a Madrid sintetizzavano spietatamente la realtà di un povero essere semideficiente, con grossi problemi di deambulazione e di linguaggio, impedito nella masticazione da quel prognatismo tipico degli Asburgo che in lui raggiunse livelli evidentissimi. Oltre a tutte le malattie infantili, il sovrano accusò attacchi di epilessia, insufficienza cardiaca progressiva, problemi intestinali, e una sterilità conclamata, come testimoniarono i due matrimoni successivi, con un’infanta francese prima, con una principessa austriaca poi, e che fu causa, alla sua morte, di una lunga guerra di successione, con l’ascesa finale di un Borbone francese sul trono di Spagna.
Tante furono le disgrazie dell'infelice erede degli Asburgo che egli è passato alla storia (e alla letteratura) con l'epiteto di "Carlos segundo el hechizado", ovvero l'affatturato. Richiesto di scoprire il maleficio, l'inquisitore generale concluse che glielo avevano fatto sciogliendogli in una tazza di cioccolata (di cui era golosissimo) parti di un giustiziato: il cervello per togliergli il governo, le viscere per rovinargli la salute e i reni per corrompergli il seme e impedirgli di generare. Inutile dire che disgustosi intrugli ed efferate pratiche esorcistiche non risolsero i problemi del disgraziato infermo a cui da bambino fu impedito di prendere il sole per paura che s'ammalasse e da adulto evitato qualsiasi affaticamento per studio e conoscenza.
Dopo una simile esistenza, è quasi miracoloso che giungesse fino ai trentanove anni, morendo proprio alla chiusura del secolo. Il referto della sua autopsia recitava: «Non aveva il cadavere neanche una goccia di sangue; il cuore apparve delle dimensioni di un grano di pepe; i polmoni corrosi; gli intestini putrefatti e incancreniti; un solo testicolo, nero come il carbone, e la testa piena d'acqua».
Povero Carlos, Carluccio o Carlucciello che fosse! Se questo excursus ce lo ha ridimensionato nella sua verità storica e ne ha forse accorciato le distanze con la maestà regale, la sua appartenenza alla tradizione cittadina e ai ricordi di ogni avellinese nonché la bellezza indiscutibile del suo monumento, valgono a conservarlo in quella dimensione atemporale che le sue vicende biografiche non possono cancellare.
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Quest’articolo, qui rimaneggiato, è stato pubblicato una prima volta su Il Carluccio, Anno 1, n° 1, 2 dicembre 2015.




