AVELLINO – Molti concetti sono cambiati nella mentalità collettiva dai tempi di Omero. Se ancora oggi ci seducono le storie narrate nei due grandi poemi attribuiti a un cantore che forse è stato solo il raccoglitore ultimo, il rapsodo, di poemetti tramandati oralmente da generazioni di aedi grazie anche a un repertorio di formule ripetitive, tale seduzione è dovuta alla bellezza dei versi, alla fascinazione dei miti, allo stupore di fronte a una serie di vicende di uomini in cui gli dei, che ne possedevano le stesse virtù e gli stessi vizi, intervenivano ingannandosi a vicenda.
Ma certo la sensibilità in cui tanti di noi si riconoscono non può fregiare del titolo di eroi quei guerrieri che hanno perso il conto dei nemici uccisi, agenti di vendette brutali in cui venivano messe a ferro e fuoco città intere, schiavizzati i loro abitanti e prese o cedute le donne come meri oggetti di sfogo delle voglie dei vincitori. Niente di diverso dalle guerre odierne, si dirà: ancora oggi si fa strage dei nemici, in molte società si tengono le donne in condizioni di inferiorità, si tortura e si fa commercio degli uomini considerati merce, si radono al suolo villaggi e città, senza neanche dover far ricorso allo stratagemma del cavallo di legno…Forse l’unica differenza, oltre che nei migliorati mezzi a disposizione per eliminare centinaia di persone in un colpo solo, sta nella diversa concezione che si può attribuire al concetto d’eroismo, e qui arriviamo al nocciolo del film di cui vogliamo trattare: Il ritorno del regista Uberto Pasolini.
Dei ventiquattro libri dell’Odissea, Pasolini sceglie di raccontare gli ultimi, quelli del ritorno di Ulisse a Itaca. Naufrago e solo, ha il primo incontro con il porcaro Eumeo, che lo accoglie nella sua capanna e lo accompagna, sotto le mentite spoglie di mendicante, al palazzo reale, dove i Proci, gozzovigliando e trescando con alcune delle ancelle, approfittano della lontananza del re Odisseo per servirsi dei suoi beni, aspettando la scelta di uno di loro come sposo da parte di Penelope, che li tiene a bada con l’inganno della tela, tessuta di giorno e disfatta di notte.
Il racconto, fra sospetti e certezze di riconoscimenti, finisce con la nota strage dei pretendenti da parte dell’eroe, aiutato dal figlio Telemaco, e con il ricongiungimento con la sposa fedele. Forse, paradossalmente, qui l’unico atto d’eroismo lo offre il capo dei Proci, Antinoo, che porge il collo al vendicatore senza timore e senza lamenti. Il mattatoio - come lo definisce Penelope - da cui Odisseo riemerge ricoperto di sangue non le impedisce di ripulirlo in un bagno ristoratore, che diluirà il rosso liquido nell’acqua della vasca, mentre, sull’acqua del mare, si allontana l’imbarcazione del figlio che va a cercare la sua avventura eroica in quegli stessi lidi da cui è tornato il padre.
Il regista non sceglie facili scappatoie per la vittoria di Odisseo tramite aiuti divini, come nel poema, dove Atena compare più volte ad assistere il suo protetto, osteggiato da Poseidone. Né miti né epifanie olimpiche nel film: piuttosto una terra aspra, battuta dal vento, spogliata dai predoni locali, in cui le onde furiose sbattono contro le rocce e abitanti e animali vengono sacrificati alla prepotenza altrui.
Possiamo definire eroismo quello di chi, con in mano arco e frecce, abbatte come in un macello un pretendente dopo l’altro? Nell’Odissea, a cui il regista apporta varie modifiche, l’esule, ripreso il potere, fa uccidere in modo efferato anche le fanciulle che hanno avuto rapporti con i Proci. Le anime di costoro, che nell’ultimo canto seguono nell’Ade il dio Ermes, raccontano a quelle degli Achei morti a Troia di come “il pavimento tutto fumava di sangue” e di come i loro corpi giacciano abbandonati nel palazzo di Odisseo, senza i tributi dovuti ai morti.
“Pietà l’è morta” avrebbero cantato i nostri partigiani. Né pietà albergava nel cuore dei presunti eroi antichi, come oggi sembra sparita dalle feroci vendette dei nemici in campo in più zone del nostro mondo. Quello che credevamo pacificato dalla fine della seconda guerra mondiale e che invece la sceglie ancora una volta come risoluzione dei conflitti. Come riflettono amaramente le parole che Omero (chiunque egli fosse) fa pronunciare a Poseidone nel primo libro dell’Odissea: “Ohimé, guardate come gli uomini danno la colpa agli dei! Dicono che le sventure vengono da noi; ma sono essi con le loro follie ad aver dolori oltre la parte assegnata dal destino”.




