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    29/04/2026

La recensione/Un atto di accusa contro la violenza il documentario superpremiato sul conflitto arabo-israeliano

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Spettacoli6_oscar25.pngAVELLINO – A certe opere bisogna accostarsi in punta di piedi, come chiedendo scusa per l’intrusione in uno spazio privato, da spettatori invitati a condividere non solo una storia, ma la Storia, quella che da decenni continua a sconvolgere l’esistenza di due popoli che si contendono lo stesso territorio. No other land, premiato a Berlino e a Hollywood, girato da una équipe arabo-israeliana bersaglio di attacchi verbali e fisici in patria e fuori, nella sua veste di documentario attraverso cinque anni, dal 2019 al 2023, conferisce ai fatti rappresentati la forza della verità, spogliata da ogni retorica propagandistica e da ogni manipolazione unilaterale, perché dà voce e autorità di testimoni alle popolazioni di una serie di villaggi, Masafer Yatta, situati nel governatorato di Hebron in Cisgiordania, oggetto di continue vessazioni da parte dei coloni e dall’esercito israeliani.

Attraverso immagini amatoriali, mosse, spesso sporcate da fughe, assalti e sassate, in visibilità notturna illuminata dalle poche luci rimediate dopo ogni demolizione, Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal rendono testimonianza visiva e orale dei violenti soprusi a cui sono sottoposti gli abitanti di minuscoli villaggi, a cui vengono sottratte le terre perché dichiarate necessarie alle forze di difesa israeliane (Idf) per le sue esercitazioni militari.

Annunciati dai lampeggianti delle carovane di camion e auto, come mostruose creature affamate, enormi ruspe e carri armati strappano gli abitanti dalle loro case, le dilaniano e le distruggono, compresi ovili e pollai, in un fuggi fuggi di pennuti, pecore e capre, mentre i pozzi vengono riempiti dal cemento, le scuole elementari abbattute, gli uliveti travolti. Dei fogli timbrati dalle autorità israeliane, attaccati ai pali e ai muri, attestano la documentazione legale dell’impresa. Allo stesso modo, cinquecento anni fa, i conquistadores, depredando i legittimi proprietari delle terre del Nuovo Mondo, con grande solennità leggevano loro, in una lingua sconosciuta, il regolare mandato del re spagnolo.

Come scriveva ieri su Repubblica Luigi Manconi, piuttosto che ai rimpalli di responsabilità nelle accuse sui continui massacri che insanguinano i vari scenari di guerra, nelle analisi e nei discorsi politici bisognerebbe dare la centralità alle vittime, alla loro sofferenza, da cui dovrebbe discendere ogni strategia: “È il dolore umano e il suo manifestarsi nel presente e sotto i nostri occhi che devono orientare ogni scelta morale e ogni opzione politica”.

Anziché soppesare sulla bilancia dei propri tornaconti il numero e le modalità di uccisione delle vittime, costrette a sentirsi straniere in patria, è proprio quello “stare sotto i nostri occhi” che fa di questo documentario non solo un potente atto d’accusa contro la violenza e la sopraffazione di un popolo su un altro, ma anche la dimostrazione che un'altra realtà è possibile, come l’amicizia e il lavoro in comune fra i due protagonisti di etnie diverse sta a confermare.

Anche questa proiezione ha fatto parte del programma della rassegna Visioni del Centro Donna, in collaborazione con Quaderni di Cinema Sud, quest’anno dedicata alla memoria di Franca Troisi.

 

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