AVELLINO – Nelle terre governate dal Vesuvio il tempo è un treno che ci gira intorno. Ora piena, ora vuota, la Circumvesuviana, con la luce o col buio, scandisce le andate e i ritorni di chi ci vive, di chi le visita, di chi se ne scappa. Fra la prima e l’ultima inquadratura del documentario di Gianfranco Rosi, Sotto le nuvole, premio speciale della giuria all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il treno, nel suo incedere circolare, passa dal caos al kosmos, in una Napoli mai vista prima così uggiosa, perennemente sotto le nuvole, se dobbiamo credere alla citazione che apre il film, da una lettera alla madre di Jean Cocteau: “Il Vesuvio fabbrica tutte le nuvole del mondo”.
In attesa della pioggia, che alla fine arriverà, il regista ci invita a guardare una Napoli in bianco e nero che, dalla sirena Partenope alla Madonna dell’Arco, tutto accoglie e fa suo, dall’eruzione di Pompei alle équipes di scavo giapponesi, dai marinai siriani imbarcati sulle navi ucraine che trasportano grano da scaricare negli immensi silos del porto al maestro di strada che, senza smettere di leggere, aiuta con il doposcuola i ragazzi del quartiere, dai vigili del fuoco che ascoltano le telefonate dei cittadini spaventati dallo sciame sismico e cercano di rassicurarli anche con l’ironia, alla curatrice dei depositi del Museo Nazionale che, con il suo maternage, fa sentire meno discriminati tutti quei reperti archeologici scartati dai piani nobili aperti alle visite, dai tombaroli che con perverso ingegno vandalizzano i siti ai carabinieri e al Procuratore che non smettono di indagare.
Neanche il mare è quello da cartolina a cui ci ha abituati un’iconografia secolare: qui spaventevoli onde sbattono contro i frangiflutti, mentre onirici cavalli scuri tirano sulla sabbia bagnata due calessi usciti dall’ippodromo.
La giustapposizione delle tessere non impedisce al mosaico di comporsi in una visione unitaria del paesaggio naturale ed umano che il regista vuole proporci: è come se il passato e il presente di queste terre non si fossero mai veramente separati, come se le facce sconvolte dei penitenti che strisciano e piangono sul pavimento della chiesa riproducessero i lineamenti scomparsi dei morti sotto l’eruzione del 79 d. C., come se quei cavalli fossero i fratelli di quelli che ancora cercano di fuggire dai calchi di Ercolano e Pompei, come se le statue sotto il mare ci invitassero a considerare la fragilità del tutto, condizionati come siamo da quei quattro elementi che già i Greci avevano eletto a forme costitutive dell’universo: dal fuoco del vulcano, dalla terra che ci sostiene e ci fa vacillare, dall’acqua che ci nutre e ci sommerge, dall’aria che ci fa respirare e ci minaccia gravandoci di nuvole.




