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    15/12/2018

La battaglia e la caduta di Ariano al tempo della rivolta di Masaniello

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Ariano Irpino, la fontana di CamporealeARIANO IRPINO - Un protagonista di questi moti popolari antibaronali e antispagnoli estesisi nelle province e soprattutto nelle zone interne fu un tal Paolo di Napoli giunto, tra alterne vicende, anche ad impadronirsi del palazzo di Atripalda grazie alla complicità di alcuni servi del principe, a «insignorirsi» di quello di Avellino dopo averlo prima saccheggiato e aver recato danni ai giardini del rinomato parco, a mettere a ferro e a fuoco i feudi del principe di Montemiletto, Carlo di Tocco, in quel momento impegnato in Terra di Lavoro. Avrebbe voluto, il principe, ritornare nelle sue terre per tutelare i propri interessi ma ne fu impedito dal generale Tuttavilla che temeva, con l’eventuale partenza anche di altri capi militari, di rimanere troppo sguarnito in una piazza particolarmente ribelle quale si era rivelata quella di Aversa dove, peraltro, c’era da controllare il grosso dei vettovagliamenti regi. Fu soprattutto il castello di Montemiletto a essere preso di mira dai popolari tanto che la moglie del principe fu costretta a fuggire a Benevento mentre dalle sale del palazzo furono portati via, oltre le vettovaglie che vi si trovavano, tutti gli arredi ricchissimi, con gran quantità di vasellame d’argento, oro lavorato, gemme preziose: una vera e propria rappresaglia con cui s’intendeva vendicare la morte di uno dei capi dei popolari, compagno del de Blasio, e la carcerazione di quanti avevano partecipato al saccheggio della terra di Vallata. Seguirono, poi, altri scontri tra Avella e Mugnano con le truppe di Ferrante Caracciolo uscite da Nola e guidate da Giuseppe Mastrillo.

Ma il suo momento di gloria come capopopolo Paolo di Napoli lo ebbe nel tentativo di conquista di Ariano, piazza rimasta filospagnola e ritenuta per la sua posizione, là, nel mezzo della provincia, la «chiave di Puglia e di tre altre Provincie convicine»: un nodo viario, dunque, di primaria importanza per poter raggiungere – lungo la strada regia voluta a suo tempo da Carlo I d’Angiò e, successivamente, nella fase di rifacimento e ristrutturazione della viabilità interna, da Filippo II – Foggia e consentire il rifornimento di grano alla città di Napoli. Dalla dogana della città pugliese, infatti, e da altre località della Capitanata, partivano le vatiche, vale a dire le vetture che trasportavano le vettovaglie nella capitale del regno con cui, in pratica, si sostentava la ribellione. Nella città del Tricolle, peraltro, in quanto più sicura essendo cinta di mura, alla fine di ottobre di quel 1647 si era trasferita dalla abituale sede di Montefusco, «luogo in buona parte aperto e non atto a fare difesa alcuna», l’intera delegazione del tribunale della provincia con in testa il preside Giovan Vincenzo Strambone duca di Salza che fu ospite, con tutti gli onori, in casa dell’arciprete Persio Sebastiani e del fratello Scipione: quest’ultimo, grazie al contributo del clero e «de’ particolari cittadini», riuscì a raccoglier una somma di mille ducati per i bisogni di guerra che il duca provvide a far pervenire al quartier generale del Tuttavilla. Ben presto lo raggiunsero Geronimo Cavaniglia marchese di San Marco con il figlio Carlo e il fratello Luigi, con circa cento persone a cavallo; Pier Giovanni Spinelli marchese di Buonalbergo con il figlio Carlo e il suo segretario Pietro Venerosi – lo stesso che già era stato al servizio del principe Marino II Caracciolo – con altre cento persone a cavallo; Giovan Angelo Pisanelli marchese di Bonito con il fratello Giovan Battista detto fra Titta; Carlo Russo, uditore della provincia e cavaliere del seggio di Montagna. Successivamente si aggiunsero altri gentiluomini provenienti da Salerno, Lucera, Avellino, Sanseverino e Montefusco. Proprio da Montefusco, dove il popolo si era sollevato, dovette fuggire, trovando riparo a Benevento, Andrea Strambone figlio del duca di Salza, che si aggregherà poi al padre in quel di Ariano insieme con il fratello Camillo. Fallito il tentativo di Paolo di Napoli – che era giunto al punto di farsi nominare doganiere di Foggia e duca di Ariano e che, una volta ritornato a Napoli, prima di essere strozzato insieme con Giuseppe Fusco nella Vicaria, aveva avuto l’ardire di chiedere in cambio dei suoi servigi, quasi «avesse espugnato Acri o Gerusalemme oltre mare», la signoria di Avellino, l’ufficio di gran camerlengo, la dogana di Foggia, la terra di San Severino – il duca di Guisa, che dimorava allora nel palazzo del principe di Santobono a San Giovanni a Carbonara, mise a capo della spedizione per la presa di Ariano un uomo del suo seguito, Pierre-Louis Villepreux, dal popolino subito ribattezzato, alla napoletana, con il più veloce e comodo nomignolo di Vilprutz.

Costui, coadiuvato dal maestro di campo Orazio Vassallo, originario di Sanseverino, dal preside per i popolari Diego Ansalone, e da Giuseppe Marra, capo del tradimento che causerà la presa di Ariano e la morte del duca di Salsa, dopo aver fatto prima tappa ad Avellino e aver assoldato molta gente proveniente dalle terre di Lauro, Solofra e Sanseverino, poi a Grottaminarda e Mirabella dove furono riuniti tutti quegli uomini del circondario che fossero stati atti alle armi, con un esercito di ottomila «popolari», giovedì 5 marzo 1648 entrò nel territorio di Ariano saccheggiando in lungo e largo la campagna e le abitazioni incontrate lungo il percorso e incendiando «tutte le massarie, torri,  e casini di fabbrica della gente più ricca, con sfabricare le peschiere, tagliar le vigne, l’albori da fruttiferi, ma anco tutte le comodità, tine, e pagliare della gente più povera». Erano, intanto, state predisposte dal duca di Salsa e dagli altri capi le difese nei vari punti strategici  e, scelti otto capitani fra i gentiluomini della città, a ciascuno era stato assegnato un drappello di cinquanta soldati: così Lelio Galtieri fu posto alla difesa della porta di San Giacomo, Vincenzo Dentice a quella di San Nicola, Ascanio Corso al convento domenicano di Santa Croce – dove operava pure gente venuta da Avellino e Serino – Scipione Passaro a Valle e Sambuco, Tommaso Spaccamiglio alla porta della Guardia, Francesco Sica al castello, Federico Candido a San Giovanni e Giuseppe Di Rienzo all’Ospedale. A soprintendere le operazioni era il duca di Salza mentre a controllare i vari posti di difesa con l’incarico di soccorrere quelli in difficoltà furono il marchese di Buonalbergo e quello di Bonito nella zona di Valle, l’uditore Carlo Rosso in quella di Chianche, il marchese di San Marco al castello. Un lavoro, invece, di coordinamento fra le varie posizioni, coadiuvato dall’ex governatore della città Tommaso di Fuarlo, allora provveditore del popolo arianese, cercava di svolgere il fratello del marchese di San Marco, Luigi Cavaniglia, rimasto ferito ad un braccio, mentre il figliuolo Carlo, che aveva lasciato Ariano prima che venisse occupata Troia, raccolti una cinquantina di uomini, si era fermato a Manfredonia dove andavano radunandosi in molti del partito regio con l’intento di recuperare Foggia caduta in mano ai popolari.

Nella città ai piedi del Gargano fondata nel 1256 da re Manfredi – che le diede il suo nome in sostituzione dell’antica Siponto – il giovane Carlo ebbe modo di incontrarsi con i cugini Diego e Raimondo Cavaniglia, figliuoli del duca di San Giovanni, fratello del padre, colà convenuti insieme con il duca di Acquaro e i suoi fratelli, il principe di Castellaneta e suo figlio, il principe di Casalmaggiore, Rinaldo Miroballo. Gli scontri, che si svolsero il più delle volte sotto una fitta pioggia o in condizioni di tempo generalmente avverse con un vento fortissimo, durarono “quattro giorni e quattro notti” tra alterne fortune anche a causa del persistere nella zona di una fitta nebbia che non consentiva né agli assediati né agli assalitori di predisporre una strategia militare ben precisa. Si combatté accanitamente con morti e feriti dall’una e dall’altra parte. A dare una mano agli uomini del duca di Salza e degli altri baroni furono pure i rappresentanti del clero locale alcuni dei quali impugnarono anche le armi come nella difesa della chiesa suburbana di San Sebastiano che, comunque, fu totalmente incendiata. Un grosso problema fu quello della scarsezza di munizioni per cui fu necessario reperire del piombo per le palle degli archibugi: per questo furono smantellate le canne degli organi della cattedrale e della chiesa dei padri agostiniani. Né mancarono di dare il loro contributo, «con colpi di pietre, fiondi e gridi», le donne arianesi che facevano la spola tra le varie postazioni per somministrare un po’ di ristoro a chi stava dietro le fortificazioni. Per quanti sforzi facessero per vincere l’accanita resistenza degli assediati, i popolari, che già avevano lasciato sul campo più di duecento morti, non riuscirono mai a sfondare del tutto. Alla porta del Sambuco furono caricati e messi in fuga dagli uomini di Carlo Stefanello, figlio del capitano Ferrante. Ma ormai gli eventi erano destinati a precipitare.

La giornata di lunedì 9 marzo, infatti, segnò, per una serie di circostanze, la caduta di Ariano nelle mani dell’armata di Villepreux. Uno dei primi a morire fu, alla trincea del castello, il capitano Sica, ma fu alle Chianche, luogo poco protetto e malamente fortificato, che avvenne lo sfondamento decisivo da parte dei popolari. Due i fattori che lo determinarono: da una parte il tradimento di «quattro cittadini, indegni figli di Città così fedele» che, esperti conoscitori dei luoghi, guidarono le squadre dei ribelli a superare il pericolo dei grandi fossi particolarmente numerosi in quel punto; dall’altra, il persistere nella zona di una nebbia fittissima che non consentiva al drappello di difensori collocato in quel posto, guidato dall’uditore Carlo Russo, di rendersi conto delle manovre nemiche. A guidare la pattuglia di traditori fu Giuseppe Marra che, insieme coi fratelli Antonio, Carlo e Giuseppe Bifaro – quest’ultimo fuggito la mattina del sabato precedente dalle prigioni della città, dove era detenuto per avere, nelle prime sollevazioni di luglio, «trattato di far rivoltare la plebe contro i gentiluomini» – si erano abboccati con dei parenti di Sanseverino, che partecipavano all’assedio tra le file dei ribelli, indicando loro e agli altri la strada per entrare in Ariano. Nonostante l’eroica resistenza Carlo Russo fu ucciso insieme a Ottavio Di Rienzo, Bartolomeo Origlia, Giacomo Fiorello e agli altri pochi difensori che nulla poterono di fronte ai poco più di trecento popolari che si erano asserragliati in quel punto e che incominciarono a dilagare per le vie di Ariano. In una di queste, in prossimità della piazza, stava cavalcando il duca di Salza che, ignaro dell’accaduto, era uscito con uno dei suoi figli per controllare le postazioni e disporre dove c’era bisogno di maggiore sostegno.

Richiesto di dire chi fosse rispose: «Sono il duca». «Chi duca?» replicarono i ribelli. «Il duca di Salza». Partirono allora tre archibugiate che ferirono ad entrambi le mani il malcapitato che, comunque, riuscì a trovare riparo nell’abitazione dei fratelli Sebastiani subito circondata e presidiata, come le altre che avevano ospitato i vari cavalieri, dalle squadre di popolari che ormai avevano dato inizio al sacco della città. Della sorte del duca di Salza e dei suoi figli venne per primo a sapere il marchese di Buonalbergo che con un manipolo di venticinque archibugieri aveva abbandonato la sua postazione per recarsi in suo soccorso. Ma nei pressi di un monastero di monache fu circondato e, dopo uno scambio di battute con uno dei ribelli che si finse essere un tal Giulio Lancia che stava alla difesa della città, abbandonato dai suoi e rimasto solo con quattro fedelissimi, si arrese. Ad informare il marchese di San Marco, impegnato nella difesa del castello, dello stato di cose che ormai si andava delineando fu un prete del borgo. La situazione stava precipitando. Di fronte al dilagare ormai irrefrenabile dei popolari – che, con inaudita barbarie, saccheggiavano masserie, torri, vigne, peschiere, case, portando via tutto quel che trovavano, denaro, argenterie, armi, cavalli e bruciando, nel contempo, le scritture dell’archivio e degli uffici pubblici con danni ingenti sul piano economico – molti difensori cercarono la salvezza nella fuga tra cui il cavaliere spagnolo Tommaso Eugenio Santiago e il barone di Castelvetere Orsino Scoppa: quest’ultimo riuscì di notte a raggiungere Bovino dove trovò riparo presso l’abitazione di Bartolomeo Pisano. Il marchese di San Marco, invece, nel corso di un incontro presso uno dei fossi nelle vicinanze del castello, riuscì a trattare la sua resa e quella della sua gente, con la promessa di poter partire per Manfredonia, direttamente con Villepreux che aveva interesse ad accelerare i tempi e a portare a termine la presa completa della città prima dell’arrivo dei rinforzi guidati da Andrea d’Avalos principe di Montesarchio «che in effetto giunse poco dopo perduto Ariano».

Avuta assicurazione del rispetto di quanto concordato, chiese il San Marco di poter vedere gli altri prigionieri, il marchese di Buonalbergo e il duca di Salza, che più volte si era sentito mancare a causa delle ferite alle mani. Cosa che avvenne. Ma, durante l’assenza del Villepreux, recatosi a dare disposizioni alla sua soldataglia, presso l’abitazione-prigione si presentò, al grido di morano tutti, un gran numero di ribelli i quali, fattosi consegnare il duca di Salza e condottolo in piazza, prima lo uccisero a colpi di archibugio, poi gli tagliarono la testa, infine ne trascinarono il cadavere sul selciato.  Stessa sorte toccò al marchese di Bonito, a Ciccio Maurone di Benevento, al marchese di Buonalbergo e al suo segretario Pietro Venerosi, reo di aver scritto le relazioni contro il popolo ribelle ordinategli dal suo padrone e inviate al re di Spagna e al viceré di Napoli. L’inaudita barbarie di quella terribile giornata non impedì che ai morti, compreso l’uditore Carlo Russo caduto combattendo sulle barricate, venisse data sepoltura nel duomo ad opera di due cappuccini, fra Bernardo di Avellino e fra Marco di Napoli.

Il marchese di San Marco, che intanto aveva dovuto consegnare la sua spada al comandante di campo Orazio Vassallo, e gli altri diciassette prigionieri furono prima trattenuti dal Villepreux in Ariano fino al 15 marzo, poi, la mattina del giorno dopo, nonostante una forte nevicata, furono inviati a Napoli con una scorta di 150 soldati guidati dal Vassallo e da Diego Ansalone.

Nella capitale i prigionieri – tra i quali vi erano, oltre al marchese di San Marco Geronimo Cavaniglia e suo fratello Luigi, i due figliuoli del duca di Salza, Andrea e Camillo Strambone, il figlio del marchese di Buonalbergo, Carlo Spinelli, il fratello del marchese di Bonito, Giovan Battista Pisanelli, detto fra Titta (poi lasciato morire in Castel dell’Ovo), e, ancora, Ferrante, Domenico e Carlo Stefanelli, Orazio Cavaselice, Ascanio Aufiero, Matteo Spadafora – giunsero dopo quattro giorni di viaggio scomodo e durissimo avversati dalle cattive condizioni del tempo: qui furono accolti e bollati come «cani ribelli» da una folla ostile assiepata tra porta Capuana e San Giovanni a Carbonara dove c’era la dimora del Guisa che, dopo averli visti, diede ordine di trasferirli, a pleggiaria, presso le abitazioni dei loro parenti in Napoli. Alle porte di Ariano era intanto giunto, con trecento cavalieri, il principe di Montesarchio che, preso atto della caduta della città nelle mani dei popolari, se ne tornò a Lucera dove aveva il suo quartier generale. Qui, dopo aver chiesto invano l’aiuto di altri baroni tra cui il duca di Bovino, suo cognato, il duca di Montecalvo, quello di San Nicandro, tentò di organizzare la conquista di Foggia in balìa di ben duemila popolari. Ma ormai, di fronte all’incalzare delle bande ribelli, nessun luogo era più sicuro per cui il principe fu costretto, insieme col fratello Francesco d’Avalos e il conte di Conversano, a spostarsi continuamente nei territori pugliesi tra Orta Nova, Cerignola, Lucera e Troia. Ingenti i danni, calcolati in oltre 150 mila ducati, per la popolazione di Ariano dopo quel terribile saccheggio. La fedeltà, comunque, della città al governo spagnolo sarà ricompensata, dopo la fine della rivolta e l’insediamento del nuovo viceré, con la riconquista del demanio nonostante i nuovi tentativi del duca di Bovino, Antonio Guevara, di riottenere la vendita del feudo che gli era stato già alienato sul finire del 1639.

 

 

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