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    21/09/2017

Con un messaggio di pace il ritorno di Atoche

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Mostre2_atoche.jpgAVELLINO – Ora che si è celebrato il cinquantenario della realizzazione del “Murale della pace “di Ettore de Conciliis nella chiesa di San Francesco e che si sono spente sia le frasi  di circostanza per il Murale di Millo a Borgo Ferrovia e sia le polemiche intorno alla scandalo provocato dal murale di Charlos Atoche  al viale Platani di Avellino, la mostra personale di Atoche,  apertasi in questi giorni alla Casina del principe, potrebbe essere l’occasione giusta per compiere una valutazione serena della situazione generale dei murali  nella città capoluogo.

Ne potrebbero derivare spunti ed approfondimenti per comprendere meglio il significato, la portata, forse la rivoluzione, delle pitture  sui muri che stanno invadendo, ormai, tanti spazi pubblici non solo ad Avellino e nella provincia irpina ma nelle città di tutto il mondo. Certo, non s’è ancora cancellato il ricordo dello scandalo suscitato dalla raffigurazione di Charlos Atoche della “Madonna con Mandrillo” -- poi cancellata da mano anonima con una ” passata” di vernice bianca – su un muro diroccato  nel cuore della città di Avellino. L’intervento pittorico  produsse immediatamente due effetti: da una parte una vibrante protesta della popolazione locale per il degrado in cui versano ancora  vaste zone della città  e dall’altra  un vistoso  fenomeno di rigetto del dipinto ritenuto dissacratorio e blasfemo da parte della maggior parte della popolazione urbana.

Certo  Atoche, il noto autore della Street Art, s’era proposto proprio lo scopo, centrato in pieno, di  richiamare  lo stato di abbandono  in cui versa la città  e risvegliare  la comunità locale  dal lungo torpore a cui s’era abituata dal terremoto in poi (e da allora sono trascorsi ben trentasei anni).  Non entriamo di proposito nel merito dell’analisi estetica dell’opera eseguita da Atoche e della  sua artisticità (l’autore,  infatti, non offre ancora prove sicure che consentano di esprimerne un giudizio critico definitivo, presentando  egli invece una personalità per ora  eterogenea e diversificata nelle singole molte opere che  va dipingendo sui muri delle città e soprattutto di Roma, e che francamente non sempre ci piacciono).

Dobbiamo però dire che la peggiore disgrazia che  sarebbe potuta capitare all’artista della Street Art Atoche è quella di apparire pittore “ blasfemo”.  Non lo fu , blasfemo, neppure  Duchamp quando mise i baffi alla “Gioconda”, né quando issò su di un piedistallo in un museo pubblico una ruota di bicicletta. L’operazione – peraltro esplicitamente dichiarata dall’autore – era quella di decontestualizzare un’immagine per farle riacquistare valore e attualità.  Che ci fa una ruota di bicicletta in un museo? Cosa ci fa quella Madonna del Mandrillo di Atoche  su quel muro scalcinato di Avellino?

Man mano che l’osservatore, sorpreso, si rende conto che quella bicicletta e quella Madonna si trovano in un posto sbagliato, non proprio (per una Madonna è la chiesa la sede giusta), egli scopre la loro identità, il loro significato originario, la propria funzione: l’importanza dell’invenzione della bicicletta  e  il valore ispirativo dell’ immagine sacra, della Madonna in questo caso. Il murale di Atoche  non avrebbe dovuto fare scandalo perché rientra perfettamente nel filone di una consueta tradizione storica dell’iconografia artistica.

La sacralità è rispettata e presente nel murale di Atoche: nel cuore della città, lungo il famoso e frequentatissimo viale Platani di Avellino, quella pur  raccapricciante” Madonna con Mandrillo” dipinta su un muro di tufo cadente senza intonaco ci ricorda la triste scena (sacra) della natività ambientata in una misera capanna natalizia tra erbe, sterpaglie e cespugli cresciuti nell’abbandono e nel degrado più assoluti. Personalmente, perciò,  non gridiamo a nessuno scandalo. In una dimensione ideale  (per paradosso) quel murale seminascosto nello squallore di uno “spaccato” del degrado presente nel cuore della città avrebbe potuto essere inteso, se si fosse voluto, persino come un gioiello, inavvertitamente caduto o consapevolmente lasciato, abbandonato, come in una bottega  di “robe vecchie”,  in attesa di essere raccolto.

Piuttosto c’è da chiedersi se non sia stato più scandaloso che nessun amministratore locale o responsabile alla ricostruzione urbana abbia dato, in occasione della realizzazione del murale, un segnale di presa di coscienza, una parola di speranza o una promessa, non diciamo un impegno, per debellare il degrado della città. Si è gridato allo scandalo per le presunta dissacrazione dell’immagine ma non si è gridato allo scandalo per il ritardo, l’irresponsabilità, l’indifferenza degli uomini. Sia ben chiaro: la dissacrazione apparente del soggetto pittorico è stata per Atoche un mezzo e non un fine ( il fine era, ripetiamo, provocare la protesta e richiamare attenzione, denunciando una situazione d’indifferenza locale grave).

L’autore perciò ha ben ragione ( e bisogna credergli ) quando afferma che il suo è stato “ un messaggio di pace”. All’artista, però, bisogna chiedere se non sia piuttosto scandaloso dissacrare (come egli fa)  le immagini delle opere d’arte famose di illustri artisti del passato alle quali egli sicuramente  si rifà. Dopo Duchamp è divenuto ormai stucchevole, infatti, e non  più originale, questa ripetitività ossessiva con cui si distruggono immagini rispettabilissime dell’arte (non solo sacra ) non del passato ma della storia, che è sempre attuale, sempre contemporanea .

Atoche non è “ blasfemo” e noi gli crediamo. Giudicarlo blasfemo sarebbe un travisamento radicale, nell’orbita  del popolaresco, di quel che invece in  lui è istintivo e in un certo senso felice incoscienza: egli, forse non conoscendo il male, non vuole fare il male. Tuttavia il breve frammento del murale della “Madonna con in braccio il Mandrillo ” certo non rispecchia un sicuro buon gusto,  né ha la bellezza formale, esteriore, che invita a contemplare, tuttavia è efficace per indurre a pensare a riflettere: e ciò accredita la bontà  del messaggio volto a svolgere una funzione sociale, a fornire una testimonianza utile di solidarietà e di umana pietà verso il popolo afflitto.

Quel frammento pittorico che aveva realizzato  aveva la suggestione (e non la veemenza) di un primitivismo poetico che non richiama certo l’aristocratica bellezza della Madonna di Bellino a cui pur si era ispirato, ma, avvolto in un alone di sommessa, generale sfumatura di malinconia e di tristezza nell’espressione del volto della Vergine, riproponeva, riecheggiandola,  la tristezza del muro e del degrado di appartenenza nel tratto di case diroccate al viale Italia.

Ed ancora oggi quei tratti e quei colori scuri, terrosi, marcati del disegno  nella “Madonna con Mandrillo” avellinese, distillano al nostro olfatto una sorta di profumati veleni come provenienti da petali secchi di rose estinte,  in un’atmosfera da cimitero,  tra  polvere di demolizione - ahimè! - avvenuta. Nell’ambiente avellinese immagini di fantasia innocenti e di innocuità non devono essere equivocate subito come immagini di cattiveria e di dissacrazione per istintiva paura del nuovo e del diverso (cioè per gli stessi motivi per cui forse si disprezzano e si respingono oggi gli immigrati).

Le immagini sui muri di tutto il mondo ormai (Street Art)  a volte sono  immagini di angeli  notturni che vengono scambiati per angeli ribelli, diavoli, armati di  trombe di Apocalisse. Prevalga, insieme alla trasmissione, l’accoglimento del messaggio sincero ed umano di pace.

 

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