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    21/11/2017

Tele inedite del Seicento e Settecento in mostra al palazzo vescovile

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita6_palazzodelvescovo.jpgAVELLINO – Da circa un anno ormai, nell’atrio del palazzo vescovile di Avellino, sono esposte alcune tele “inedite” del Seicento e Settecento, opere di riporto e di recupero da altre chiese locali. Le loro dimensioni, piccole e medie, sono proprie di quelle opere pittoriche che, eseguite su committenza, pubblica o privata, sono generalmente destinate ad oratori e confraternite, per lo più francescane e benedettine. In merito a sei dei dipinti esposti abbiamo pubblicato recentemente articoli su “Nuovo Meridionalismo” e su “Il Mattino”, grazie ai quali sono stati redatti, oltre il profilo critico, la schedatura ed il catalogo delle opere.

Questi dipinti, insieme ad altri, compongono oggi, nel capoluogo irpino, presso la rinnovata sede del palazzo vescovile in Piazza Libertà, una piccola “galleria d’arte”, una sobria e dignitosa “pinacoteca” che consigliamo agli avellinesi di visitare con attenzione durante  queste vacanze estive.

Avemmo la fortuna di vedere, già nel 1974, e quindi di conoscere, almeno tre di queste pregevoli tele, precisamente Il Transito di S. Giuseppe, La Madonna della Porziuncola e La Natività di Maria, nella Congrega delle Suore Stigmatine di Avellino (ovvero nella chiesa di Monserrato), quando provvedemmo a redigere, su incarico di Mons. Pasquale Venezia, vescovo di Avellino, una “relazione tecnica” in merito alle ventuno opere pittoriche allora esistenti in quella congrega. Nella Collegiata di Monserrato rinvenimmo le ventuno tele riverse generalmente in pessime condizioni fisiche, abbisognevoli di urgente restauro.

La relazione tecnica (datata 20 settembre 1974) su quei 21 dipinti una volta nella “Congrega delle Suore Stigmatine” di Avellino (di cui conserviamo copia, unitamente alle foto dei dipinti) fu acclusa alla richiesta di restauro urgente inoltrata da Mons. Venezia alla Sovrintendenza alle Belle Arti di Napoli. Circa sei anni dopo, all’indomani del terremoto del 23 novembre 1980, le tele, che avevano atteso invano l’implorata opera di restauro, furono rinvenute, come si può immaginare, in ancor più disastrose condizioni. Da allora fino a circa un anno fa si era completamente persa ogni traccia o notizia delle ventuno tele, nonostante i ripetuti gridi di allarme da noi lanciati in articoli sparsi su giornali e riviste varie. Improvvisamente – staremmo per dire miracolosamente – abbiamo avuto la sorpresa di rivedere, circa un anno fa, sei di quelle opere, spuntate come funghi dopo la pioggia, restaurate, in bella mostra  di sé  nell’atrio delle sede vescovile di Avellino, in piazza Libertà.  Le opere ritrovate erano ritornate - così inaspettatamente - al pubblico godimento estetico!

Il deterioramento dei dipinti su tela era stato prodotto dall'interazione di cause chimico-fisiche e biologiche e da una complessa serie di fattori esterni principalmente legati all'ambiente. Fra le cause fisiche il fattore termoigrometrico ne aveva compromesso fortemente la conservazione. Ne erano stati danneggiati sia il legno (telaio) che il tessuto (tela), che evidentemente avevano assorbito l'umidità dell'aria, modificando il proprio volume con le tipiche conseguenze di degrado: formazioni di pieghe, accentuati avvallamenti della tela tendente ad appoggiarsi alle estremità sul telaio, deperimento quasi totale dei telai attaccati da insetti xilofagi favoriti dall'umidità.

Si consideri che i ventuno dipinti presenti nella Congrega erano stati abbandonati - con tutta evidenza per un tempo imprecisato ma sicuramente lungo - nelle peggiori condizioni di conservazione, in ambiente ad altissimo tasso di umidità, provocando danni devastanti, i cui segni sono ancora oggi visibili sui dipinti restaurati. Si aggiungano il deposito della polvere, l’alterazione delle vernici, la caduta di buona parte della crosta pittorica, l’afflosciamento e le craquelure delle tele, gli attacchi dei microrganismi e si avrà un quadro pressoché completo dello stato di completo e disastroso abbandono in cui versavano i dipinti nel 1974. Si deve essere grati, perciò, alla Sovrintendenza alle Belle Arti di Avellino, Napoli e Salerno se s’è potuto procedere ad un intervento di tipo non solo conservativo ma anche estetico se non di tutte almeno di una parte delle opere in questione.

L’unico rammarico è che una certa patina scura attualmente ricopra, a seguito di restauro, in più punti la vivacità dei colori originari: probabilmente quella patina fumosa serve ad ovviare all’eventuale  disturbo visivo che sarebbe potuto provenire dal conseguente  stridente contrasto tra le zone di colore integrate ex novo e quelle lasciate intatte com’erano all’origine, per consentire, insomma, una più uniforme e generale  contemplabilità delle opere.

Alla luce di appositi studi, abbiamo potuto attribuire i dipinti tuttora esposti. Il  San Francesco e il Crocifisso, il Transito di S. Giuseppe, La Madonna della Porziuncola, La Vergine, S. Giuseppe e Santa Chiara, Santi vescovi, La Madonna, S. Giuseppe e S. Chiara ad Angelo Solimena in un periodo (gli ultimi due decenni del Seicento) di suo passaggio dal “naturalismo” di Francesco Guarino a soluzioni ormai decisamente barocche. La Natività di Maria (bozzetto) a Nicola Malinconico collaborato da Teresa Palomba sua allieva (che guarda molto da vicino l’analoga omonima lunetta del maestro  che è nella chiesa di Santa Maria delle Grazie ad Avellino e quella di Ludovico Mazzanti nell’area di pertinenza di Montevergine): alla Palomba, spetterebbero, a nostro avviso, in particolare  le figure del “paggetto” a destra nel quadro e il Santo canuto a sinistra, figure del resto già rappresentate dalla pittrice in altre sue opere. A Nicola Malinconico attribuiamo anche la  imponente figura allungata di Santa Lucia. I lineamenti eccessivamente marcati, specie nei volti, nel disegno del naso, della bocca e degli occhi, che si riscontrano quali tratti distintivi in questi due ultimi dipinti citati, furono dovuti quasi sicuramente all’opera di restauro apportata da Domenico Guarino nella seconda metà del Settecento.

Il Guarino fu noto, infatti, oltre che come pittore, come restauratore dalla mano piuttosto pesante nel rimarcare tratti di contorni piuttosto forzati. Nella S. Lucia l’autore  evidenzia, accanto alla maniera devozionale che fu propria di Paolo De Matteis e alla luce dorata di impronta giordanesca, la componente solimenesca, incentrata sui forti contrasti di luce-ombra che esaltano gli effetti di un saldo modellato plastico della figura, sugli svolazzanti panneggi ricchi di pieghe e pieguzze, sul flessuoso movimento del personaggio bene impostato, sulla tavolozza a volte fiammeggiante, e, soprattutto, sulla rapidità della pennellata densa e mossa. Il rinvenimento della presenza del Guarino in alcuni dipinti presenti nell’atrio del Palazzo della Curia vescovile di Avellino è occasione preziosa per riscoprire e rivalorizzare una personalità, quella di Domenico Guarino appunto, rimasta per oltre due secoli nell’ombra della conoscenza scientifica; e ciò perché la sua attività si svolse principalmente in provincia, per esempio nel convento di Sant'Antonio e nella chiesa di Santa Maria dei Greci a Caggiano e nel Salernitano dove si osservano tele datate non oltre il 1727. Ma fu la Basilicata la sua patria di adozione, dove figurano le tele per la chiesa madre e quelle per il convento di Santa Maria delle Grazie, del 1747, a Pisticci, eseguite insieme con Andrea Vaccaro e Francesco Solimena. Tuttavia l’artista fu molto attivo anche in Irpinia, ad Avellino principalmente, dove abbiamo scoperto recentemente alcuni suoi dipinti di cui pubblicherò al più presto gli studi compiuti.

 

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