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    15/08/2018

Barzaghi, la pittura al limite della fotografia

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Pio Barzaghi, SensualitàAVELLINO – Pio Barzaghi torna alla ribalta artistica dopo quasi un decennio dall'ultima sua personale tenuta alla Galleria Caracciolo ad Avellino. Questo pomeriggio, alle ore 17.00, al circolo della stampa del capoluogo, sarà inaugurata, infatti,  una mostra aggiornata, di carattere antologico,  delle  sue opere.

Il pittore e il fotografo. Potremmo definire così Pio Barzaghi, rubando il titolo (The Painter and the Photograph) di una mostra che nel 1964 diede inizio al movimento dell'"Iperrealismo" alla New Mexico University di Albuquerque. Egli discende, infatti, dall'antica e nobile tradizione di una famiglia di famosi fotografi (lo zio, don Ciccio Barzaghi, mecenate d'arte, teneva uno studio in via Matteotti - attualmente passato al pronipote Angelo - che era ritrovo, alla fine dell'Ottocento e per oltre la prima metà del nuovo secolo, di artisti irpini e napoletani di grido. In quello studio, fucina di idee e di fermenti culturali, si discuteva di arte e del suo rinnovamento a Napoli ed in Irpinia. Pio, che lo frequentò sin  da bambino, non avrebbe potuto, pertanto, dipingere con stile e tecnica diversi da quelli che attualmente le opere esposte sfoggiano: la pittura che gareggia con la fotografia per rendere la bellezza della natura  e del vero, in tutte le sue vibrazioni emotive, che rasserenano l'animo grazie all'immaginario pittorico creato. Lo stile è sicuramente "iperrealista" (più reale della fotografia) e la sua tecnica, come quella della fotografia, è fedele alla realtà.

Occorre subito precisare, tuttavia, che l'aggettivo "iperrealista" e le etichettature inerenti (l'Iperrealismo sbocciò negli anni sessanta, come derivazione dalla pop art, negli Stati Uniti) sono qui adoperati solo per opportunità di orientamento critico, o, se si vuole, di schematizzazione formale, accademica,  giacché lo stile e la tecnica impiegati da Pio sono solo, esclusivamente, il risultato delle proprie scoperte. Sono, cioè, inconfondibilmente originali. Lo scopo principale dei lavori di Barzaghi, infatti, a differenza dell'Iperrealismo, non è la provocazione, anche se i corpi raffigurati, per lo più femminili, sono forti e forse eroticamente sconvolgenti. La sua pittura non c'entra con il vecchio "fotorealismo" d'una volta, gretto ed oggettivo, freddo e consunto, ingloba, interiorizzandoli nelle sensuali e seducenti immagini muliebri a volte  conturbanti, profondi motivi tematici, emotivi, sociali, culturali e, perché no, politici. Di qui la ragione, anzi la necessità, di dare una lettura di ogni singola opera esposta che non si fermi alla superficie percettiva, all'epidermica sensazione visiva, ma penetri nella profondità dell'animo, oltre la carne, negli abissi della psiche umana, in quell'estensione dell'illusione visiva che l'artista cerca e trova ogni volta con inesauribile pazienza e  abilità.

La perfezione della tecnica (ripetiamolo,volutamente quasi fotografica) non arriva a riprodurre un'immagine impietosa del reale, come avrebbe fatto il californiano (di origine italiana) John De Andrea,uno dei più noti iperrealisti, che realizza calchi di nudi in cui si accontenta di usare vestiti veri e persino di capelli umani. Come De Amdrea, anche Pio  disegna le rughe della pelle. Ma, a differenza di lui, Barzaghi, pur prediligendo anch'egli i nudi femminili per scatenare nell'osservatore una naturale attrazione fisica per le forme sinuose dei suoi soggetti, si ferma immediatamente al limite della bellezza serena ed ottimistica, in cui la vita rimane vita e non si trasforma in un sentimento di sinistra irrequietudine: l'estremo realismo del soggetto, la sensualità delle sue forme e la sua immobilità non inducono mai a pensare, come avviene dinanzi alle opere di John De Andrea, di trovarci di fronte a un corpo esanime.

Se "l'iperrealismo" di De Andrea, in altre parole, sconfina in quel delicatissimo intrigo in cui desideri erotici e istinti vitali si scontrano con il mistero angoscioso della morte, l'iperrealismo di Pio Barzaghi rimane sereno, allegro, commosso, se mai piacevolmente turbato dal piacere, ma pur sempre nel confine della vita. Nella vita che non finisce mai. E' appena il caso di avvertire che, per eccezionale coerenza di analogia, il gusto per la piacevolezza sensuale della vita rifluisce gioiosamente anche nei "paesaggi"di Pio, poetici, autentici spettacoli della bellezza della natura. Di qui quei guizzi di luce, come  nelle vellutate velature di colore, nelle acque che scorrono trasparenti, gorgoglianti, nel letto dei fiumi, come nei cieli trasparenti che sfumano all'orizzonte in mille palpebrazioni tonali di leonardesca ascendenza rappresentativa del mistero e dell'infinito. La fotografia fatta dal "vero" si fa  sulla tela dipinta proiezione d'una visione d'incanto, al limite del sogno. E, se vogliamo, possiamo anche vedere le oniriche immagini innalzarsi nella sfera della loro poesia, per assumere il significato finale del simbolo. Ma si tratta del simbolo della vita, appunto. Al limite, mai superato, di un sotteso pensiero della morte, che non travalica mai quello della vita che è inestinguibile. Nella consapevolezza che, comunque, il pensiero della vita ed il pensiero della morte non si possono mai negare.

Nel visitare la mostra di Pio Barzaghi, perciò, si accolga l'invito suadente che l'autore ci rivolge, sussurrandolo al nostro orecchio: "La natura è vita, è forma e colore, noi siamo parte di essa, lei stessa ci appartiene. Amiamola,contempliamola e lasciamoci trascinare, con sguardo empatico, dal turbine di emozioni che essa ci trasmette in ogni attimo  della  nostra  esistenza e ci  aiuta a sognare”.

 

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