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    21/11/2017

I bisogni gridati ed il degrado della città

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita_rione_san_tommaso.jpgAVELLINO – Siamo abituati a misurare fenomeni fisici in modo preciso ed immediato. Non metteremmo in dubbio il termometro della farmacia nella calura del Corso, o quella del nostro corpo febbricitante, quando superiamo la temperatura dei 36°. Con i fenomeni sociali che ci circondano la cosa è più complicata. Pensavamo di stare bene, ma non sapevamo, non conoscevamo, non avevamo compreso, non davamo attenzione ai segni attorno a noi; miopi,  non leggevamo l’uso del territorio che ci circonda; sordi, non ascoltavamo. Poi un bel giorno non possiamo più far finta di niente di fronte all’evidenza e giunge il momento di misurare la temperatura alla città. Allora avremmo bisogno di una scala graduata per segnare il punto di degrado, di caduta materiale ed immateriale, verso il basso.

Da sabato 10 ottobre, se le date servono per la storia, Avellino è caduta più in basso di molti gradi. Da anni, di sindaco in sindaco, con andamento carsico, affiorava e spariva la questione degli alloggi pubblici occupati. Come in tante città italiane, anche ad Avellino singoli e famiglie entravano in case popolari senza seguire la graduatoria, con la violenza contro una serratura o un aiutino. I si dice rimbalzavano di orecchio in orecchio, si mormorava, si obiettava che non siamo mica in una grande città, qui ci conosciamo tutti. E poi non esistono comitati come a Roma, a Milano o a Madrid per le occupazioni in gruppo di immobili societari, forse la scala della città non lo consente. Ma la realtà è che ci conosciamo tutti e basta saper prima chiedere e poi mostrare omertosa gratitudine, secondo metodi e relazioni simili a quelle di Napoli.

L’inchiesta della Procura avrà i suoi tempi, ma a noi bastano le parole pronunciate e riportate dalla stampa di almeno due occupanti, in momenti diversi e alla presenza di altre persone consenzienti.  È  una favola che detective improvvisati si aggirino per i quartieri a scrutare tapparelle abbassate o balconi che non si aprono mai e, nottetempo, buttino giù la porta dell’alloggio.  Esistono referenti di quartiere che conoscono le mappe sociali ed i buchi, smistano gente in cambio di soldi e forse di gratitudine elettorale; esistono dipendenti comunali, o presunti tali, che in cambio di soldi danno l’indirizzo giusto ed anche le chiavi. Non per opera di carità che, in modo distorto, dia una risposta rapida ed efficace.

Dalle parole di uno dei due testimoni sembra di guardare sui canali partenopei quel film che circola di continuo, vale a dire “Totò truffa” con il principe De Curtis e Nino Taranto, abbronzati e con l’anello al naso, abusivi (è proprio il caso) in un ufficio ministeriale romano alla ricerca di una bustarella per agevolare un commerciante, grazie ad un usciere compiacente. Se qualcuno di noi si presenta in Comune e deve andare da un funzionario,  dichiara dove va, lascia un documento e appunta al petto il cartellino di visitatore. Come funzionava in questi casi? Come si varcava la soglia e poi ci si aggirava per gli uffici? Siamo in presenza di poche mele marce nel Comune o di una macchina organizzativa che non funziona?

È forte l’impressione di vivere in una città in cui tutti i diritti, le richiese codificate, sono mercanteggiabili. Una città in cui tutto si riduce in domande individuali e in offerte personalizzate, nel senso che in Comune  basta conoscere la persona giusta al posto giusto. Se mettiamo insieme le vicende urbanistiche (livello alto) attuali e degli ultimi anni, con il disvelamento del mercato degli alloggi occupati (livello basso), constatiamo che metodi e logiche non si discostano: solo questione di prezzo. Cambiano le persone e le ditte politiche, più o meno di centro governativo, ma il modus operandi non muta; e non bastano i comportamenti onesti dei singoli, come pure è accaduto per gli alloggi occupati. Non è bastata la parentesi dinunniana, ormai estirpata e considerata nei comportamenti come un incidente della storia.

Comprendiamo Marco Cillo di fronte al dilemma dell’applicazione di una norma e la richiesta di soccorso, ma la struttura di un Comune non è solo assistenza sociale e, forse, i bisogni gridati e la finta carità nascondono la generale sordità di un apparato autoreferenziale, con sindacati di comodo, dirigenti astratti e dipendenti ammuinati. Un apparato marcio, come è degradata la città.

Non possiamo neppure illuderci che interverrà la politica, nei panni della giunta, del Consiglio o dei partiti; che soluzioni siano allo studio. Li conosciamo, attenderanno gesuiticamente l’esito delle indagini in Procura.

Se qualcuno dovesse sentirsi offeso, molti di noi pagano ancora le tasse.

 

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