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    20/09/2017

La programmazione del futuro

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La sede dell'Alto CaloreAVELLINO – “Non bisogna prevedere il futuro; bisogna programmarlo”. Prendiamo in prestito uno dei leit-motiv delle politiche di programmazione pubblica degli anni Ottanta in Italia (peraltro, miseramente fallite) per sintetizzare in poche parole il fallimento di quella classe dirigente che non ha programmato (e, in verità, nemmeno previsto) il futuro del servizio idrico nell’Ato Calore Irpino e, quindi, anche quello dell’Alto Calore Servizi. Ora che quel futuro è arrivato, sarebbe esercizio utile e costruttivo tentare di ipotizzare gli scenari possibili per i prossimi tre anni, quelli, cioè, che mancano alla scadenza della concessione del servizio affidato alla società di Corso Europa. Ed è necessario partire proprio da qui, dalla scadenza della concessione, per meglio comprendere quale sarebbe il reale interesse di Gesesa a stringere alleanze con l’Alto Calore Servizi. La concessione della società beneventana ha una scadenza prossima e, in mancanza di un accordo con l’Acs, rischierebbe di dover dismettere il servizio. Viceversa, una volta creato un meccanismo (o, più propriamente, un nuovo soggetto) per la co-gestione del servizio idrico nell’intero Ato, la società controllata da Acea potrebbe continuare a detenere l’affidamento del servizio fino al 2019. Se questo è forse l’unico punto di debolezza della posizione di Ge.se.sa, di ben altre criticità soffre quella dell’Alto Calore.

Vediamone alcune. I conti, innanzitutto. Non è affatto chiaro quale sia l’effettiva situazione finanziaria della società, soprattutto in rapporto ai crediti vantati nei confronti dell’utenza e dei Comuni. Sembra ormai acclarato che una fetta significativa è composta da crediti inesigibili o, quantomeno, difficilmente esigibili. Di questa condizione si deve tenere necessariamente conto nel valutare le disponibilità finanziarie, a fronte di una esposizione debitoria che ha dimensioni rilevanti. Insomma, i rubinetti (quelli delle casse dell’Alto Calore) sono a secco, così che è semplice utopia immaginare che la società di Corso Europa possa attuare un serio programma di risanamento e di interventi strutturali per la manutenzione e per il potenziamento delle reti idriche. Di riflesso, l’impossibilità di assicurare un futuro di investimenti strutturali ed infrastrutturali comporta l’esclusione dell’Acs dalla partita per il futuro affidamento del servizio, sempre che – ovviamente – le attuali difficoltà si acuiscano al punto tale da minacciare la continuità aziendale e, quindi, la sopravvivenza stessa della società.

L’altra importante criticità, che, peraltro, è strettamente legata alla prima, è rappresentata dalla dotazione dell’organico aziendale. Al riguardo l’attenzione dovrebbe essere focalizzata non tanto sul numero complessivo dei dipendenti, ma sui loro profili professionali. Già il primo Piano d’Ambito approvato nel 2003 prevedeva che il futuro gestore unico del servizio idrico avrebbe avuto un numero di dipendenti pressoché identico a quello derivante dalla somma dei lavoratori impiegati presso i singoli gestori all’epoca operanti nel territorio (Acs, Gesesa, ed altri ancora).

E, tuttavia, prevedeva anche che la gran parte dei dipendenti appartenesse a profili professionali bassi e medio-bassi e che il numero dei dirigenti fosse particolarmente esiguo. Queste condizioni non appartengono alla struttura organizzativa dell’Alto Calore, che, a prescindere dalle previsioni del futuro Piano, sono obiettivamente elefantiache ed incompatibili con i principi più elementari in materia di efficienza ed efficacia nella gestione ed organizzazione del personale. Gesesa si farebbe carico di sostenere una struttura simile? La risposta a questa domanda dovrebbe rendere insonni le notti dei politici e – soprattutto – dei dirigenti delle organizzazioni sindacali.

Chi si illude che la cosiddetta “clausola sociale” (che consiste nella salvaguardia dei livelli occupazionali quando una ditta subentra all’altra nell’affidamento dei servizi pubblici) non fa i conti con i limiti che sono imposti dalla valutazione delle esigenze organizzative del nuovo affidatario in rapporto alle caratteristiche del servizio, soprattutto quando, come nel nostro caso, esse cambieranno.

Forse a rendere insonni le notti sarà un’altra criticità, quella relativa alla governance aziendale. In qualsiasi azienda (anche in quelle a capitale interamente o parzialmente pubblico), soprattutto se gestore di servizi pubblici di particolare rilievo anche dal punto di vista tecnico (e tale è il caso del servizio idrico), la scelta degli amministratori è strettamente legata a criteri di competenza tecnica ed aziendale specifica.

In definitiva, gli amministratori delle società che gestiscono il servizio idrico non sono scelti tra le file degli amministratori locali, o tra politici alla ricerca di un’adeguata collocazione. Stesso discorso per i dirigenti. E, soprattutto, nelle altre aziende si applica un turn-over accentuato, sia per evitare il consolidamento di piccole (o grandi) rendite di posizione, sia per attingere risorse sempre più competenti sul mercato del lavoro. D’altra parte, l’eventuale partnership con Gesesa certamente condizionerà le scelte anche in questo campo, ed è assolutamente probabile che le nomine saranno effettuate a Roma, e non ad Avellino o in qualche altro paese dell’Irpinia.

 

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