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    24/11/2017

Servizi e gestione del ciclo idrico integrato: occorre cambiare rotta

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita8_casc2.jpgAVELLINO – Gli italiani sono un popolo emblematico, sono l’emblema di chi non vuole cambiare. Gli psicologi od i sociologi potranno dilettarsi a spiegarne i motivi ma qui si vogliono esaminare  i dati di fatto. L’unico referendum propositivo ha visto vincere il No mentre nei referendum abrogativi vince generalmente sempre il , di fatto gli italiani sono sempre contrari. Questo atteggiamento mentale si conferma in tutte le leggi di riforma che sono indispensabili a far ripartire il Paese ma che alla fine o vengono svuotate di significato o non vengono applicate.

La prima legge di riordino della gestione dei rifiuti è del 1982 e nel 1994 scoppia l’emergenza rifiuti conclusa per decreto nel 2010 ma sempre presente. Nel 2017, dopo 35 anni, ancora non si vede l’attuazione e le emergenze sono ricorrenti, non ultima l’avvisaglia irpina dei giorni scorsi; le leggi, poi, sono state cambiate più volte, individuando una volta nei Comuni ed una volta nelle Province gli enti titolati, e solo nel 2016 si va a votare per l’attuazione degli Ato. Non parliamo della riforma della gestione del ciclo idrico integrato. La legge iniziale la 36 del 1994 che prevedeva l’attuazione della stessa nell’arco di un anno dalla entrata in vigore (6 mesi per gli Ato e sei mesi per le gare)  vede ben tre nuove formulazioni senza che sia mai entrata veramente in vigore.

Nei Paesi maturi si fa una legge, la si applica e se ci sono dei problemi la si modifica: in Italia no. Si fa una riforma e prima di ogni applicazione (unico modo per vedere se funziona) cominciano le critiche, le discussioni, fino a produrre varianti prima della stessa applicazione reale. Poi norme transitorie la svuotano per cui alla fine nulla cambia in un atteggiamento gattopardesco evidentemente connaturato con la natura degli italiani.

In Campania dopo oltre 30 anni e con ben due leggi regionali (la prima è del 1997) oggi si vota per l’Ente idrico campano e naturalmente molti soloni si presentano come i manager capaci di risolvere le problematiche della gestione idrica. Pochi giorni fa su di un quotidiano locale, ma a tiratura nazionale, in una intera pagina ci siamo visti spiegare come risolvere la crisi idrica conseguente anche alla neve ed al gelo. Si è sentito parlare di 1300 sorgenti attualmente non captate per integrare il sistema idrico.

Innanzitutto pensare di sottrarre al deflusso naturale le ultime sorgenti rimaste significa dare un duro colpo all’equilibrio ambientale in contrasto anche con quanto stabilito con il deflusso minimo vitale; in secondo luogo captare centinaia di piccole sorgenti sperdute in mille angoli della provincia avrebbe un costo enorme e va anche detto che nessuna di queste sorgenti ha i requisiti previsti dalla norma per la potabilità e l’uso scopo civile. Occorrerebbe procedere a potabilizzazione con costi elevatissimi e risultati non sempre garantiti.

Chi si occupa di sistemi idrici dovrebbe sapere che la carenza idrica, specie in Irpinia, non è legata a mancata disponibilità di risorse (si pensi che l’Alto Calore dispone di una quantità di acqua doppia rispetto alle necessità ma ne butta circa un 60%) ma dal pessimo stato delle strutture che disperdono acqua dalle reti obsolete. Invece di spendere somme esorbitanti per progetti assurdi sarebbe importante spendere i soldi che si hanno per ristrutturare e rifare le reti idriche, cosa che di fatto metterebbe a disposizione dei gestori una quantità di acqua ben superiore a quella ottenibile con nuove captazioni. Il risparmio idrico si tramuta immediatamente in un abbattimento dei costi energetici e quindi delle tariffe, visto che la maggior parte delle acque viene anche sollevata meccanicamente.

Ma come si fa a spiegare agli italiani che occorre cambiare. Meglio lasciare tutto come sta. La ristrutturazione del sistema idrico integrato fu valutata nel primo piano d’ambito pari ad oltre 400 milioni di euro per le reti dell’Ato Calore Irpino ed altrettanto per reti fognarie e depurative. Una quantità di risorse non facilmente reperibili ma unica strada per garantire il servizio idrico e la tutela ambientale.

Vi è poi un secondo punto. Una tale massa di risorse deve rientrare negli ammortamenti per proseguire man mano l’adeguamento del sistema (spesso le carenze idriche derivano da guasti nella centrale di Cassano Irpino che da oltre un decennio non ha visto investimenti significativi di ammodernamento) e ciò comporta un ulteriore passaggio, quello gestionale.

Chi deve gestire il sistema idrico? Se l’Università di Salerno o qualunque altra struttura pubblica deve comprare una matita deve fare una gara con mille procedure, se invece bisogna affidare una gestione per milioni di euro lo si può fare scegliendo a piacere la struttura che più piace a chi in quel momento decide senza doversi neanche preoccupare se tale struttura ha o meno i requisiti per la gestione. In Campania non esiste nessun affidamento avvenuto attraverso una procedura di evidenza pubblica né tantomeno si sono verificate le capacità delle struttura che gestisce. Il sindaco di Napoli poi (un magistrato) si è inventato una azienda speciale a cui affidare la gestione dell’acquedotto quanto il Testo unico sugli enti locali relega tale scelta alle attività prive di rilevanza economica. Se la gestione di un servizio idrico non ha rilevanza economica devo ammettere la mia ignoranza ma non riesco a comprendere quali siano i servizi a rilevanza economica.

Alla fine del discorso ci viene solo la necessità di ribadire che le soluzioni per un mutamento di rotta nella gestione dei sistemi di importanza sociale esistono e sono sotto gli occhi di tutti, non occorrono premi Nobel che inventino soluzioni tecnologiche di avanguardia, basta attuare quello che già è stato progettato. Occorre però che gli italiani si convincano che le leggi sono valide anche per loro e le amministrazioni decidano di decidere.

 

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