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    19/10/2018

Nicholas Ferrante, l’avanguardia del nuovo Pd in Irpinia?

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Nicholas FerranteAVELLINO – Ascoltavamo Nicholas Ferrante, l’irpino ventunenne che qualche giorno fa, intervenendo ad un’assemblea del Partito democratico a Roma, ha lanciato un durissimo attacco, al Pd nazionale e, soprattutto, al Pd irpino: un attacco senza mezzi termini che ha lasciato profondamente colpiti i dirigenti del partito e, ancor di più, gli organi di informazione che hanno riportato più volte la reprimenda del giovane democrat.

Ferrante, in sostanza, è partito dalla situazione del Pd irpino e campano, definito come il partito dei “signori delle tessere”, di coloro cioè che, in possesso di risorse economiche o appoggiati da imprenditori, stabiliscono il destino e le scelte politiche da tenere. Ha fatto cenno anche alla vicenda della candidatura De Mita sottolineando il grave disagio dei militanti, residenti in Alta Irpinia, alcuni dei quali hanno restituito, a detta di Ferrante, la tessera del partito prima di votare in massa i pentastellati.

E poi via anche con la disamina nazionale: un partito, il Pd, che ha ceduto ai “five stars” il monopolio della moralità, dell’onestà, della vicinanza alle classi deboli, della difesa del lavoro (bellissimo il cenno al lavoro gratuito, strumento per arricchire i curricula piuttosto che per guadagnarsi da vivere), delle concessioni pubbliche (l’acqua su tutte). E ancora il racconto degli studenti di un liceo che gli hanno chiesto come lavorare per il Pd e la sua risposta: “Non lo so!” (per non dir loro che sarebbe stato necessario rivolgersi ai suddetti “signori delle tessere”). E infine il colpo del ko: “Dobbiamo chiedere scusa ai militanti che hanno votato M5S, abbiamo detto loro che non ci avevano capito, invece erano più avanti di noi e il risultato lo dimostra”.

Questa la sintesi dell’intervento del giovane irpino Nicholas Ferrante, un intervento che merita più di una considerazione:

1) un’analisi così spietata e profonda probabilmente sarebbe stato giusto chiederla ai vertici del partito, in particolare al segretario uscente (?) Renzi che si è accomiatato dal grande pubblico facendo riferimento, come spesso è accaduto, alla mancata comprensione da parte dell’elettorato dell’azione di alto livello del governo a trazione Pd. Nessun cenno, da parte dell’ex sindaco di Firenze (che di anni non ne ha poi, molti più di Nicholas), in particolare, a quei temi sociali a cui il giovane irpino ha fatto riferimento deciso;

2) un’analisi altrettanto adeguata sarebbe probabilmente stata necessaria anche in casa democrat irpina, dove invece ci si prepara ad una cruenta resa dei conti congressuale, probabilmente destinata a giocarsi proprio sui pacchetti di tessere messi in luce da Ferrante, grazie ai quali si dovrà definire tanto il successore dell’“inutile” commissario Ermini quanto magari il nome del candidato sindaco della città capoluogo;

3) l’analisi di Ferrante conferma ancora una volta la necessità, espressa molto modestamente anche dalle colonne del nostro organo di informazione, per il Pd nazionale e quello irpino, di una lunga clausura, durante la quale andare a definire nuovamente una strategia che ritrovi le ragioni della stessa fondazione del partito, le ragioni che misero insieme, probabilmente in maniera forzata nei tempi ma non certamente nelle intenzioni, i cattolici democratici vicini alla dottrina sociale della Chiesa e gli uomini della sinistra moderata e riformista.

E dunque con tali premesse la lontananza dal ruolo di guida del Paese appare un passaggio obbligato onde favorire questa rigenerazione; proprio l’abbandono del potere potrebbe, del resto, invitare all’esodo quei personaggi che farebbero fatica a rimanere in un ambito in cui poco o nulla di personale avrebbero da guadagnare, recuperando, allo stesso tempo, alla causa proprio i militanti, o ex tali, definiti da Ferrante, il popolo a cui “chiedere scusa”. E magari, chissà che non possa fare bene analogo passaggio anche in terra irpina: quel rinnovamento delle classi dirigenti auspicato da anni e mai compiutosi, dopo tanti decenni di governo delle maggiori realtà amministrative, potrebbe essere finalmente favorito da un transito attraverso un’opposizione vissuta in modo costruttivo, nella preparazione del nuovo progetto Irpinia, preparandosi in sostanza al “prossimo giro”. Ovviamente una lontananza che potrà essere fruttuosa sempre che non venga vissuta con il rancore verso i vincitori o ancor peggio verso gli elettori “che non hanno capito”; e qui sta proprio il senso della necessità del  recupero del rapporto coi cittadini comuni, quelli “che non possono pagare le bollette per poter consentire ai figli di studiare”, la cosiddetta base troppo a lungo dimenticata a vantaggio delle amicizie potenti con Marchionne e Serra; lo stesso M5S andrebbe visto non come agente usurpatore, bensì come forza-contenitore di una massa che il Pd oggi ha tradito e che dovrà provare comunque a riconquistare; in tal modo il movimento ex grillino potrà diventare in futuro un importante controparte di un dialogo fruttuoso per il bene della Nazione e della stessa nostra terra.

Oggi però si aprono per lo stesso Nicholas Ferrante tre strade: quella di rimanere un “pasionario” senza sostanza, quella di approfittare della ricaduta mediatica per iniziare un “cursus honorum” che gli garantisca il futuro politico e magari qualcos’altro, ovvero (ed è il percorso che, con affetto,  gli auguriamo) di operare una progressiva maturazione, attraverso anche gli errori inevitabili, per diventare l’avanguardia di quella, finalmente nuova, classe dirigente, veramente democratica, attenta soprattutto ai diritti delle classi medie e basse, che in passato avevano scelto senza esitazioni il centrosinistra così come lo aveva immaginato Romano Prodi e come lo stesso ventunenne irpino, crediamo, auspichi.

La sua performance, agli osservatori di migliore memoria, ha ricordato analogo intervento (effettuato forse con toni più sbarazzini) svolto quasi dieci anni orsono da un altro giovanissimo talento della “cantera” democrat, Debora Serracchiani. Ella attaccò senza mezzi termini l’allora segretario Franceschini e le sue parole, come quelle di Ferrante, sollevarono commenti, quasi tutti entusiasti: poi Debora è passata di poltrona in poltrona, sia in Italia che in Europa, trasformandosi da coscienza critica in epigono dei potentati democrat di turno e molte delle sue parole hanno finito per scadere nell’irrilevanza e nel paradosso.

A Nicholas, da irpini, auguriamo invece un percorso più nobile, magari meno redditizio, ma inscritto in quello spirito di servizio a cui la Politica (quella “Alta”, ovviamente) dovrebbe sempre tendere.

 

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