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    21/09/2017

Le scelte elettorali e gli errori dei due blocchi, «…eppure»

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica-Editoriale_la_statua_di_carlo_ii_dasburgo_e_la_torre_dellorologio.jpgAVELLINO – È più pesante dal punto di vista elettorale lo scontro De Mita-Sibilia, quindi Pdl-Udc, o la minaccia di un pezzo del Pd di portare il resto del partito di via Tagliamento in tribunale? Non c’è dubbio. La spaccatura in seno al partito di Bersani, con tanto di minaccia di strascico giudiziario, è un “fatto” elettoralmente più pericoloso e grave dello scontro tra i “comandanti” di due degli eserciti in campo. Rimane il fatto che ci sono questioni tutt’altro che irrilevanti all’origine dei due momenti di scontro registrati – guarda caso alla vigilia della presentazione delle candidature – con vicende, scelte e storie che risalgono ad alcuni anni fa.

In sintesi: chi ha finito con l’accettare la segretaria Caterina Lengua al vertice del Partito democratico (la Lengua si è dimostrata persona di grande equilibrio ed educazione – esagerati? – ma assolutamente ferma, immobile e silenziosa di fronte ad episodi e scontri registrati nel suo partito e soprattutto nel Comune di Avellino) ha finito con l’essere corresponsabile di quanto accaduto. E negli uffici, in Consiglio, in giunta al Comune capoluogo è accaduto di tutto e tutto è stato ampiamente riportato dagli organi di informazione anche perché ad ogni occasione non è mancato chi si sia fatta scappare l’opportunità di mettersi in mostra, di mettere a segno un colpo.

Cosa abbiano comportato al partito tante operazioni sottobanco, tanti colpi bassi e soprattutto tanta ostentata capacità di aggressione verso i “confratelli” è tutto ancora da analizzare. La divisione, poi, in parrocchie sulla falsariga delle affiliazioni romane – bersaniani, franceschiniani, lettiani, mariniani (quelli di Ignazio) – è stata forse una delle cose più stupide ed arroganti insieme che si siano registrate nella politica irpina.

Quando da noi la politica era un prodotto locale era più che logico che la Dc si dividesse in sulliani e demitiani (tutti della sinistra Dc) o che quel non certo piccolo mondo che fu il partito comunista si dividesse partendo da un notevole dibattito interno che ruotava attorno ai temi dell’emigrazione, della riforma agraria o del notabilato. Ma che senso aveva dividersi in maniera così pedissequa nel neonato Partito democratico che aveva bisogno di fondere le anime dei Dc, dei comunisti e dei socialisti? E darsi subito battaglia? Inoltre, come è stato possibile che oltre che sulle risse interne comunali il Pd non abbia mai ritenuto di dire qualcosa sull’urbanistica, sul verde pubblico, sui desideri (legittimi) di carriera del sindaco, sulla retrocessione da capoluogo di Avellino?

È chiaro che venendo al pettine molti di questi nodi le scelte sulle candidature sono diventate difficili o addirittura più facili sapendo fin d’ora quale candidato dovesse ad ogni costo essere escluso, quale invece imporre, quale alleato tenere in vita, quale invece emarginare subito. Ora tutti i giochi sono fatti e tutto è “coraggiosamente” rinviato al ballottaggio.

E qui veniamo al secondo fronte dello scontro elettorale, quello della destra che dovrà chiarire (agli elettori) la funzione di alcune candidature e di alcune liste di appoggio, un fenomeno, quest’ultimo, che sta degradando e non arricchendo la vita civile in Avellino. D’altra parte, se in vetta c’è quella sorta di scontro ad alto livello (si fa per dire!), come può la destra arrivare ad esprimere quella classe dirigente cittadina moderata che la città fin dall’avvento della Repubblica ha puntualmente scartato?

Del resto, come si fa a superare quella “stranezza” al vertice del blocco moderato dove c’è un leader, Ciriaco De Mita, che si è seduto nel posto sbagliato; di suo e di originale in quel posto De Mita senior porta (talvolta, per esplosione caratteriale, usandola poco) la sua intelligenza, ma anche il suo irrefrenabile “manovrare” che gli consente di inventare candidature, portare un nipote a Montecitorio, tenere una mano (pesante) sulla Regione; ma mai di indicare proprio alla città di Avellino percorsi decorosi, senza agganci imprenditoriali. Come fece invece nel 1970 quando contemporaneamente mente rinnovò giunta e Consiglio comunale e collocò Avellino in un processo politico di lungo periodo purtroppo poi proprio per le involuzioni demitiane andato a male.

Che differenza tra ieri ed oggi. Certo, tra lo scontro con il partito delle gru - definizione lanciata a ragione dallo stesso De Mita in via Mettoetti - che lo vedeva battagliare anche con Antonio Sibilia ed il “patto tradito” di Cosimo Sibilia – con tutto il rispetto per il senatore-presidente – c’è una bella differenza. Ma tant’è. Ciriaco De Mita, con un pugno di voti Udc e il Pdl oltre una vasta clientela tra le mani, non riusciva a vedere niente di meglio per dare l’assalto al Comune di Avellino. Ma il suo “meglio trovare un candidato terzo” sembra più che altro un’ammissione di sconfitta annunciata con il candidato Pdl Nicola Battista, ritenuto troppo debole, come non trascurabile ma problematica appare l’ipotesi Dino Preziosi.

Eppure stavolta De Mita senior ha voluto annunciare che è pronto a parlare di programmi e di fatti al servizio della città. Sì, è vero, con Cosimo Sibilia ho litigato, ci siamo scambiati insulti, ma di fronte ad una città ferma e vuota bisogna provare qualcosa. Il cammino lo bloccò proprio lui. Oggi vuol parlare di futuro e lascia cadere, a chiusura del suo riflettere sullo scontro con Sibilia, un  candido …eppure. E pensare che il candidato Pdl, Nicola Battista, è stato l’unico ad avere il coraggio di ritenere il decennio di Galasso altamente produttivo. Diciamo la verità, di fronte a tanta sfrontatezza “civica” De Mita proprio non poteva accettare un tale candidato Pdl.

 

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