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    24/11/2017

La finta unità delle larghe intese

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L'Alto CaloreAVELLINO – L’esigenza di avere finalmente rapporti meno cattivi (è meglio dire più civili) tra le forze politiche ed i leader che li guidano – vedi il caso De Mita-Mancino anche nel corso delle Amministrative di Avellino –  e la rissa dentro il Partito democratico durante lo stesso periodo giustificano questo moto di politici, amministratori pubblici, organi di informazione verso quelle che vengono chiamate le “larghe intese”? A noi non pare perché questa sciocca, puerile e  provinciale imitazione di un processo da tanti subito a livello nazionale (stiamo parlando del Parlamento, del governo e del presidente della Repubblica) non ha alcun motivo di essere riproposta – salvo poche eccezioni dettate da particolari e gravissime crisi di ambito locale come Taranto, il Sulcis Iglesiente, Casal di Principe et similia – in ogni dove.

E questo per un primo elementare e fondamentale motivo. Ad Avellino si è votato regolarmente. Gli elettori, anche quelli che sono andati al mare o in montagna, durante la campagna elettorale ed i due passaggi alle urne, hanno avuto tutto il tempo di decidere a chi dare il voto e quale maggioranza scegliere, per quale sindaco optare. Si dà il caso che il doppio turno – sistema efficacemente rilanciato in Francia dal generale De Gaulle quando quel Paese sembrò, alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso sull’orlo di una crisi insieme istituzionale, economica, politica e militare – sia un metodo che consente subito di dire chi ha vinto e chi ha perso, chi deve governare (amministrare) e chi deve fare l’opposizione. La stessa suddivisione dei seggi è – in ambito locale – funzionale soltanto a questa esigenza. Forse, se il varo di questa legge non fosse avvenuto mentre l’architrave della morente prima Repubblica, la Dc, aveva bisogno di piccoli puntelli, il sistema del doppio turno negli enti locali non conterrebbe le norme che consentono a tanti gruppuscoli – a quando un limite al non proprio correttissimo fenomeno delle liste civiche – di aggrapparsi alla balena di passaggio per evitare l’uccisione e addirittura di porre qualche condizione.

Ed ora, tornando ad Avellino, dobbiamo pensare che il processo delle larghe intese da noi non dovrà servire ad altro che a distribuire ricompense per gli apparentamenti non dichiarati, riequilibrare gli strani ed alterati rapporti (?) dentro il Partito democratico nonché i futuri equilibri che già si vanno delineando alla Regione (quella che conosciamo oggi e quella che nascerà con il voto del prossimo anno). Sembra evidente che la corsa per le larghe intese non sia altro che un modo per stemperare le armi (programmatiche) dei due blocchi che si contendono ad Avellino, come in tutto il Paese, il diritto di governare. Pessima scelta che fa dire a più d’uno: ma allora perché andiamo a votare? E fa riflettere anche sulle feroci contrapposizioni tra leader o presunti tali che finiscono appena conosciuti i risultati delle elezioni.

Infine, una considerazione sul mercanteggiamento di posti, poltrone ed ambizioni che il metodo delle larghe intese si trascina dietro: i patteggiamenti di questo tipo producono una sola cosa, la corruzione, che prima è politica, poi sconfina nella morale. Dovendo riconsiderare non tanto gli assessorati o l’istituzione teatro, ma le presenze nell’Asi, nell’Iacp, nel Consorzio per la depurazione delle acque proprio espulse dall’Asi, e poi l’Alto Calore e l’acqua pulita, e perché no l’Air e la Città ospedaliera, facciamo finta che un corteo di vergini è pronto a partire verso queste mete? Se anziché pensare ad abolire le Province si fosse messo ordine, riconoscendo al Consiglio provinciale, proprio questo mondo di enti (indiretti) e di servizio, si sarebbero risparmiati tanti soldi e si sarebbe chiusa la porta a clienti autorevoli, maneggioni o presunti «supertecnici».

Suvvia, un po’ di sincerità soprattutto nel Pd nonché nel Pdl e nell'Udc dove pare che abbondino orde di farisei a cominciare da chi ha abbandonato il quasi vincente Preziosi (con le liste) al primo turno per abbandonarlo al suo destino al ballottaggio. Ma questo è un altro capitolo che converrà trattare in una prossima occasione.

 

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