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    20/09/2017

Salviamo le Province, aboliamo le prefetture

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La Corte costituzionale boccia il decreto di riforma

La mappa di come sarebbero cambiate le ProvinceAVELLINO – Neppure il tempo di tirare il fiato per la corsa felicemente compiuta alla Corte costituzionale che ha stabilito quanto già si sapeva (le Province sono organi previsti dalla Costituzione e per abolirle occorre una legge costituzionale, cioè la doppia lettura da parte dei due rami del Parlamento; e, se non si raggiunge il quorum dei due terzi dei voti dei parlamentari, è possibile ricorrere ad un referendum) che già si annuncia un nuovo braccio di ferro. Un iter un po’ complicato che non scoraggia i presunti riformatori (all’insegna del risparmio) che, appunto, prese le botte alla Consulta, già preparano – in poche ore, annuncia qualcuno – per un urgente Consiglio dei ministri una proposta di legge di riforma costituzionale (c’è chi parla di “riordino”, micidiale ossimoro che sta per soppressione o fusione) per il definitivo seppellimento delle Province. Enti  ritenuti da governanti, politici di vario livello, studiosi di paralisi amministrative, giornalisti di grande e piccolo spessore (appoggiati da testate, anche autorevoli, per le quali scrivono) la fonte di tutti i guai del nostro Paese.

Con la cancellazione di questi cosiddetti enti intermedi si pensa di risparmiare tanto e di semplificare moltissimo l’iter di una qualsivoglia pratica in cammino nei meandri della burocrazia italiana. Niente di più falso. Il costo del personale – gente che non può sparire come se fosse entrata in un lager – può diminuire molto gradualmente insieme con il suo progressivo quanto lentissimo passaggio nel mondo della pensione. Dove, come si sa, stanno già festeggiando per il “ridimensionamento” industriale.

Quanto alla semplificazione burocratica, poi, viene da pensare ai tanti enti che partiti e lobby hanno ritenuto di salvare essendo, questi enti, il rifugio dei politici trombati o passati in secondo piano. A livello nazionale non si toccano il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro o il Senato che ha gli stessi poteri (e soldi) della Camera dei deputati a sua volta ingolfata da ben 630 parlamentari. A livello regionale – dove gli enti hanno spazi e ruoli da repubbliche autonome – non c’è un provvedimento che disciplini il sottopotere delle giunte e dei Consigli (consulenti, commissioni varie, società di gestione raramente in attivo). Sotto le Province, poi, c’è un mondo floridissimo di consorzi, istituti per gli alloggi popolari, consigli per l’amministrazione delle aree industriali, la formazione tecnica per l’assistenza ai bisognosi, la gestione del turismo, la difesa dell’ambiente, enti previdenziali e tante altre cose che fanno venire i brividi come gli Ato sulle risorse idriche, l’ambiente e lo smaltimento dei rifiuti.

Era così complicato riordinare questo sottobosco nella scelta degli amministratori, nei loro costi, nel loro essere di ostacolo e non di aiuto ai cittadini? Certo, schiodare dalle sedie centinaia (decine di migliaia se consideriamo tutto il Paese) di politici in disuso soltanto nella nostra provincia deve apparire affare complicato assai. Eppure tutti questi enti, appannaggio di questo o quel partito, o di questa o quella corrente, avrebbero loro sì bisogno di semplificazioni. Magari nominando al loro vertice un solo dirigente-manager e riconducendo il controllo su di loro e sui loro enti proprio a quei Consigli provinciali che si voglio assolutamente abolire eliminando, così, l’unico ente intermedio elettivo, peraltro felicemente articolato sul territorio. Ente intermedio che è l’unico a poter intervenire in caso di calamità naturali ed in grado di conoscere la varietà che monti, colline, vallate e corsi d’acqua fanno del nostro Paese una felice rarità.

La verità è che a questi enti si sovrappone l’antidiluviano istituto della prefettura, invenzione accentratrice napoleonica (assieme a questure, intendenze et similia) che serviva alla causa prima della rivoluzione, poi dell’impero francesi. Non a caso la conquista savoiarda del Sud ebbe nei prefetti uno strumento decisivo, come durante infelici periodi di fine Ottocento e di inizio Novecento, per non parlare dei prefetti-gerarchi durante il fascismo e la guerra.

Abolire prefetti e prefetture? E come si fa se quella che fu una bandiera della sinistra è stata da anni ammainata? E, soprattutto, come si fa se prefetti e prefetture - che trasferiscono negli anni il loro privilegiato personale dirigente al vertice di ministeri, aziende pubbliche, ambasciate, supercommissioni ecc. - sono oggi l’essenza dello Stato accentratore, essenza mantenuta in piedi da lobby intoccabili, massonerie, P3, P4 ecc. e consorterie che decidono il futuro del Paese?

 

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