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    21/09/2017

Province: autonomie, bugie e propaganda

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Palazzo Caracciolo, sede della Provincia di AvellinoAVELLINO – Dire che si rimane quanto meno perplessi rispetto a tutta la vicenda legata alla soppressione delle Province è dire poco, pochissimo. C’è da discutere nel merito nonché sul metodo. Così come c’è tanto da dire su come il ministro Delrio (degno continuatore, su questo piano, dell’infausto predecessore Patroni Griffi) e soprattutto il capo del governo Renzi hanno presentato all’opinione pubblica la svolta…epocale (?) nella vita pubblica italiana. Renzi, per colpire con efficacia il cervello dei cittadini, va ripetendo in tutte le tv e su tutti i giornali che con l’abolizione dell’ente nato con l’Unità d’Italia vanno a casa tremila politici che adesso dovranno trovarsi un impegno ed un lavoro.

Quante bugie, quante furberie e quante propagandistiche trovate politiche sono contenute in questa frase. Tranne che in provincia di Bolzano non è mai esistito un “appannaggio” per i consiglieri provinciali. Soltanto dei matti possono sostenere che ai consiglieri provinciali – in genere medici, avvocati, insegnanti, professionisti che un lavoro già ce l’hanno e non vivono di…politica –  spettava uno stipendio; qualcuno ha scambiato il gettone di presenza alle sedute con lo “stipendio” dei parlamentari e dei consiglieri regionali. L’indennità era prevista soltanto per i componenti delle giunte, una volta il venti per cento degli eletti. Di recente, con la nomina degli assessori “esterni”, non c’era neppure questa possibile opportunità.

E poi annunciare tutta questa stupida operazione come il disboscamento di un infimo livello politico è come dire che abolendo i parroci la Chiesa si avvierebbe verso un fulgido avvenire. Ma chi ricorda – tranne rari e lodevoli casi – i consiglieri provinciali di questo o quel collegio? Quanti di loro hanno fatto del proprio ambito elettorale un imprendibile gastaldato centro di corruzione e malaffare? Forse, in questi giorni, ci viene alla mente un caso. Quello del detenuto – in attesa di giudizio – Nicola Cosentino, espressione di un’area del tutto particolare: quella compresa tra Casal di Principe, Castel Volturno, Aversa. Con alle spalle bande armate dei clan camorristici di quella zona. zona ormai notissima, ben delineata e abbacinante per la sua gratuita violenza.

E poi? Andiamo a cercare qualcosa di simile in Calabria, in Sicilia ed anche in Puglia. Ma davvero sono gli ambiti provinciali i contenitori di tanta corruzione e di tanta sottocultura? Ma perché Renzi non dice che intanto nei piccoli e piccolissimi Comuni (chissà perché poi) il numero dei consiglieri e degli assessori viene aumentato? E tanto per essere espliciti perché non rilevare che è in ambito locale, soprattutto nella gestione del territorio, che le municipalità hanno fallito ed hanno anzi regalato al nostro Paese il triste record dell’oltraggio ai più belli tra i paesaggi del mondo?

Ed ancora, visto che si dice che si vogliono esaltare le potenzialità locali ma comprimere il basso cabotaggio della politica di questo primissimo livello, perché non disinfettare là dove il piccolo naviglio va a fare rifornimento e cioè nei consorzi, nelle Asi, negli enti per il turismo e per la formazione professionale? Di questi enti, di queste “riserve” parliamo da mesi, ma è raro cogliere un cenno di attenzione da parte delle forze politiche ultrariformatrici che non sanno andare oltre (sbagliando) l’abolizione delle Province. E che naturalmente si guardano bene dal parlare del quasi medievale istituto della prefettura. E tutto questo mentre la politica irpina tace o balbetta o, addirittura, plaude. Poveri noi.

Tutti, politici, autorevoli firme del giornalismo, studiosi veri o presunti, sono convinti che la madre di tutte le riforme sia l’abolizione delle Province. Nessuno di costoro – peraltro proponenti fantasmagoriche fusioni regionali o nuove realtà come la città metropolitane o consorzi di Comuni – spiega quale reale risparmio verrà da tante nuove idee e soprattutto in che modo il governo riuscirà ad essere presente in tante parti del Paese dove si gestiscono i servizi locali e dove, in particolare, si fronteggiano tante emergenze nel campo della Protezione civile. Né c’è chi dice in che modo, con la nascita delle mai ben definite città metropolitane, realtà come ad esempio le zone interne della Campania potranno sopravvivere di fronte allo strapotere di quella che si delinea – parliamo della provincia di Napoli – come una seconda regione.

*  *  *

Intorno a questa questione dell’autonomia di secondo livello (per ora in attesa delle legge costituzionale che le abolirà definitivamente) stanno nascendo discussioni, riflessioni e commenti che soprattutto nel nostro Sud stanno facendo emergere questioni nuove. Inoltre, è da sottolineare che gran parte dei rilievi contro le autonomie locali viene fatta proprio in funzione di quanto enti locali e Regioni meridionali hanno saputo o non saputo fare. Ed il bilancio, come sappiamo, è tutto negativo per noi. Sarebbe ripetitivo ed inutile, a questo punto, riandare ai tanti ragionamenti fatti dalla Svimez, da studiosi come Giuseppe Galasso, La Terza, Giannola ed altri che tentano di correggere l’impostazione sulle reali colpe del disastro del Mezzogiorno.

Sarebbe opera ripetitiva e forse dannosa. Ma leggere e sentire delle presunte e reali motivazioni di fondo che avrebbero mosso i secessionisti veneti e friulani – ragioni che , ci viene detto, vanno “comprese” – fa venire il voltastomaco e tantissima rabbia. Se i secessionisti veneti con la loro ridicola ruspa armata spingono tanti del Nord a comprendere – al di là del comico – le ragioni profonde del loro gesto, viene da chiedersi cosa avremmo dovuto fare dalle nostre parti quando non c’era da mangiare ed a centinaia di migliaia le persone partivano per le Americhe, il Nord Europa o il nostro Nord (che allora aveva bisogno di loro per fare boom in economia). Se avessero usato allora armi e bande in tutto il Sud contro lo Stato dove saremmo ora tutti? C’è chi ricorda il separatismo siciliano ed il sogno della cinquantesima stella sulla bandiera americana? Tutto fu giudicato come una farsesca e tragica trovata (si ricordi il bandito Giuliano e Portella delle Ginestre).

Un’ultima chicca: esce in questi giorni al cinema il film di un giovane regista, Alessandro Rossotto. Il film, che ha per titolo Piccola patria, racconta la storia di due ragazze del Nord-Est che vogliono uscire da quel pezzo d’Italia considerato la loro prigione. E pensare che quando il cinema si interessò alle vicende siciliane di anni prima, il titolo del film che a quelle vicende dedicò il grande regista napoletano Francesco Rosi fu Il bandito Guliano.

 

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