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    22/11/2017

Urbanistica, ragioni e torti dell’assessore Vanacore

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Roberto VanacoreAVELLINO –  È il susseguirsi dei fatti che attira l’attenzione e crea qualche sconcerto. L’assessore all’Urbanistica Vanacore che chiede al Consiglio comunale di Avellino di approvare – senza che l’apposita commissione ne abbia discusso – un documento che dà il via alla revisione del Piano Cagnardi perché sostanzialmente quel progetto sarebbe “improduttivo” e non sostenibile dalle casse del Comune. L’assessore spiega poi le sue ragioni (anche per sedare la quasi rissa che l’argomento ha prodotto in aula) in un’ampia intervista al Mattino procurandosi una risposta piuttosto piccata da parte dell’ex presidente del Consiglio comunale, Antonio Gengaro, all’epoca dell’approntamento del Prg vicesindaco. Poi, dulcis in fundo, controreplica di Vanacore ed un nuovo intervento della Procura della Repubblica sulla questione della classificazione e del rispetto della legge Galasso relativa alla non edificabilità a centocinquanta metri dalle sponde del torrente San Francesco.

Problema, questo, che rende ancora più inquieti gli uffici comunali preposti perché, sottolinea l’assessore, tante indagini sull’urbanistica stanno mettendo a dura prova la serenità dell’ufficio tecnico comunale. Fatto questo incontestabile anche perché chi davvero conosce “tutti gli uomini del sindaco” sa che non è possibile fare di tutte le erbe un fascio perché di galantuomini nei corridoi del Comune se ne incontrano non pochi.

Fatta questa premessa doverosa occorre però dire che da tutto questo gran parlare di urbanistica (e dei conseguenti intrecci politica-progettisti-imprese) viene fuori un dato, un’esigenza urgente: l’amministrazione Foti si scrolli subito di dosso il vestito che già dalla scorsa campagna elettorale aveva indossato (o gli avevano cucito addosso). Eviti cioè subito di continuare ad apparire come l’esecutivo che ha il compito di rimettere le cose a posto. Naturalmente nel senso che conviene a vecchi e nuovi padroni dell’edilizia avellinese. Fu proprio durante la campagna elettorale di un anno fa che Foti – designato dal gruppo che si stava impossessando del Pd, senza lo svolgimento delle primarie, candidato sindaco di Avellino – incominciò a parlare di non esplicite “innovazioni urbanistiche” che somigliavano tanto a quelle che il fronte di centrodestra faceva capire di gradire.

Davanti all’obiezione che Foti rischiava di allineare il centrosinistra – da tempo sulla sponda antispeculatori – il candidato sindaco rispose a chi gli contestava questo possibile “tradimento” in modo non molto garbato. Sostenuto da una montagna di voti che ha seppellito gli avversari e messo in vetta lui, Foti ha inteso subito chiarire che la sua attività di primo cittadino non avrebbe risentito della sua appena lasciata carica di direttore dell’associazione irpina dei costruttori. Anzi…

Ora non ce ne vorrà l’assessore all’Urbanistica Vanacore se, dopo questo fin troppo lungo preambolo, abbiamo qualche difficoltà a condividere tutto quanto da lui illustrato (dati, dubbi, riflessioni, speranze) nella relazione al Consiglio comunale a proposito dei nuovi indirizzi del Puc. Relazione dalla quale viene fuori un assessore – oltre tutto molto preparato – titubante ed ondivago su tanti punti tranne su quello che sta vedendo impegnati da mesi imprenditori ed uffici comunali: la sorte di quel che si vede ancora del torrente San Francesco sulle cui sponde c’è chi vuol costruire a meno dei centocinquanta metri previsti dalla legge.

Quel che manca nell’analisi di questo problema da parte di Vanacore è un doveroso excursus su quello che è stato fatto attorno al torrente duecento metri più giù dell’area oggi al centro di tante discussioni. Ci riferiamo all’ignobile blocco cementizio – palazzi e palazzoni posti uno sull’altro (anche sulle sponde del San Francesco ormai “intubato” con tanto di scarichi fognari nel torrente) – realizzato a ridosso del cosiddetto “ponte di Montevergine”. Il complesso del quale parliamo è sorto sotto l’occhio vigile del gruppo dirigente dell’allora Democrazia cristiana che sull’altra sponda del ponte aveva insediato la sede del partito (oggi è la sede del Partito democratico).

Sarebbe complicata e lunga la spiegazione di questo misfatto edilizio avviato proprio mentre il leader della Dc irpina, Fiorentino Sullo, impostava inutilmente una delle più avanzate riforme urbanistiche d’Europa (subito tradito dal suo partito, non aiutato dal Pci, combattuto fino alla sua fine dai suoi ex compagni di viaggio irpini). Inoltre Vanacore non spiega mai perché Avellino dovrebbe rinunciare ad un parco che, se prevale la tesi dei costruttori, al più sarà ridotto ad un giardinetto pubblico. Tutto questo nel pieno di una zona miracolosamente scampata alla devastazione edilizia. Così come non convince il suo pur giusto desiderio di instaurare un “quieto dialogo” con i privati – costruttori o proprietari dei terreni (che poi ormai sono la stessa cosa) per evitare contenziosi. Già, tanto su quello che è stato fatto negli ultimi trenta o quarant’anni mettiamo una pietra sopra. Ed il Comune, si sa, quando deve pagare, paga e basta.

I privati, invece, fanno i loro “sacrosanti” interessi. Gli stessi che – complici fin dal dopoguerra uffici comunali che arrivarono a seppellire sotto i bombardamenti un Piano regolatore (dell’architetto “fascista” Cesare Valle, archistar – diremmo oggi – del regime) pur di avere il campo libero, osarono di tutto. Sei o sette famiglie fecero allora tutto, sempre con la complicità di molte amministrazioni che hanno inteso così sostenere, a loro dire, l’economia cittadina. Ed infatti gli imprenditori dell’edilizia – fattisi borghesia – continuano a fare i loro interessi. Davvero c’è possibilità di dialogo con loro? E proprio sul Parco che deve nascere attorno al torrente San Francesco?

L’assessore all’Urbanistica forse non può sapere tutto del passato dell’edilizia nella nostra città. Ma che ci sia voluto un secolo per cambiate il regolamento edilizio scritto dopo l’Unità d’Italia (1870-1970) dovrebbe far riflettere. Così come il fatto che un Piano regolatore Avellino se lo sia dato soltanto un quarto di secolo dopo la fine della guerra. Ovvero a città ricostruita ed allargata.

Chi ha negato allora il futuro alla nostra città? E come si può rifiutare il discorso sul domani o sul futuribile della relazione dell’assessore all’Urbanistica? Anche se viene da chiedersi – e Vanacore non se lo chiede – perché dal varo del Piano Cagnardi (2002, adozione in Consiglio gennaio 2003, approvazione definitiva, con molte fuorvianti “interpretazioni” del Consiglio, tre anni dopo) non c’è mai stato un approccio al problema del Parco Fenestrelle, un parco che – come l’assessore sottolinea – cambierebbe con i suoi 65 ettari i connotati della città? E poi, quando Vanacore parla della mancata ricostruzione in punti della città, soprattutto nel centro antico, addossando la colpa di tutto al Piano Cagnardi, ricorda quello che c’è voluto per far decollare la rinascita del centro della città ed altre zone? Glielo diciamo noi: ai contributi concessi dalla legge 219 il Comune dovette aggiungere a tutti (ma proprio a tutti) tanta cubatura in più. Qualcuno ha dimenticato l’orrida soluzione per il piano uffici in più sul Corso?

Il Piano Cagnardi costa? Sì, ma non quanto il Piano Petrignani che era impostato per una città tra i settantamila ed i centoventimila abitanti (boom!). E poi oggi l'espansione urbanistica - insieme con la riqualificazione - viene prevalentemente pagata da chi edifica. E dai costi non può non essere detratta, per il Parco del Fenestrelle, l'acquisizione dei suoli prevista con la formula perequazione-compensazione.

L’assessore Vanacore ci perdonerà se abbiamo finto di averlo come unico interlocutore. In realtà il nostro dirimpettaio è il sindaco Foti che questi fatti li conosce in ogni loro aspetto. Non c’è un’indicazione sul futuro della relazione di Vanacore che ci sentiamo di scartare: clima, energia, bellezza dell’edificato, rifacimento delle periferie (e non solo), costi (53 mln). Ma sul come e perché fu scelto lo studio Gregotti-Cagnardi, sul lavoro di questo studio, sulle indicazioni dello studio e del Consiglio comunale (ma c’è chi ricorda le dieci “raccomandazioni” del Consiglio al progettista?) è necessario non banalizzare. Le imitazioni della giunta Scalpati (1964-1969) sono di altri.

P.S. - Ma  il Partito democratico – che ha cestinato un significativo, puntuale e non banale documento sull’urbanistica del circolo Foa di Avellino – su questa materia ha qualcosa da dire? È il primo partito anche in città.

 

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