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    24/11/2017

Quale impegno per la città di Avellino?

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La torre dell'orologioAVELLINO – Scrivo ad appena una settimana di distanza dalle elezioni regionali. E mi chiedo a cosa siano servite. Dovrei aggiungere, a chi siano servite nel perimetro di osservazione di questa città.

Le elezioni, già così stracche, eppure urlate, senza i palchi dei comizi – archeologia della comunicazione politica –, avvitate sulle singole candidature più che sui programmi, clandestini per le liste di partito, figuriamoci per le in/civiche.  Sufficiente convogliare clienti ed amici in una sala, rivolgersi ai giornalisti presenti, assetati di parole da spalmare su carta o megafonare per l’aire, ed il gioco è fatto: l’evento politico è bello che scodellato.

Una macchina di parole degradate e prostituite per un lungo mese: una frase detta dal candidato tizio a Roccacannuccia, rintuzzata dal candidato caio che risponde dal podio di Piovarolo Superiore. Tutte parole ora morte, inutili e dimenticate, per la seconda fase di queste elezioni: chi entrerà in giunta, quando nascerà la giunta, con l’handicap della legge Severino da applicare a De Luca. Legge da interpretare prima, ed applicare con manzoniano giudizio.

Per un mese abbiamo subito il gioco concentrico di elementi che hanno scoraggiato i cittadini, allontanandoli dai seggi, e raggruppato i clienti imbrigliati dal dover votare. Pazienza per chi osserverà che anche i clienti sono cittadini e che forse alcuni cittadini, qualche candidato, persino qualche lista, erano nella massima buonafede, protesa al bene della comunità e per comprendere il contraddittorio territorio della nostra regione. L’abc di un minimo di analisi sociale consiste nel discriminare e mostrare le fratture di una struttura, in questo caso il nostro corpo elettorale avellinese. In buon italiano le parole dei candidati non hanno prodotto il movimento di bipedi in marcia verso le urne. In tutta la provincia ha votato il 46,59% degli iscritti nelle liste elettorali. Ad Avellino poco più della metà (55,07%, nella precedente elezione il 65,69% ): astensionismo galoppante senza l’alibi della corsa verso il primo bagno di stagione.

In città le elezioni sono state una strabica conta, un test per valutare la consistenza di personali riserve elettorali, in vista di future elezioni in Consiglio comunale. Inefficaci perché nessuno degli eletti, ora i perdenti non contano, ha focalizzato con precisione un suo impegno per questa nostra decaduta città. Il non detto, o il detto male, di questa campagna elettorale consiste nell’aver ancora ritenuto Avellino un problema circoscritto, espunto dal territorio più vasto dell’Irpinia e della Campania. Peggio, a ritenere che un conto siano i magnifici destini di Grottaminarda ed Ariano, con il totem della piattaforma logistica, ed un altro questa città che si illuderà di essere capitale/capoluogo dei Comuni contermini.

Ascolto sui marciapiedi del Corso le classifiche dei candidati locali e dei “velanzini” che hanno fornito i voti. Leggo analisi che incuneano come normale la constatazione che il candidato ha tot voti, non nel senso che tot avellinesi lo abbiano votato, ma che egli possiede il corpo, l’anima, il sangue, i liquidi/solidi organici ed il futuro di tot avellinesi. Compulso le vecchie carte dei meridionalisti d’inizio secolo e mi appare ancora così nuovo il paradosso che è il candidato a scegliersi i suoi votanti, non il contrario; passano i decenni e le guerre e i regimi, e siamo al punto di partenza. Poco per volta, guardandoci indietro, più deboli e rassegnati.

A cosa servono le migliaia di voti agglutinati ad un singolo personaggio? A perpetuare ciò che resta di un welfare nato altrove e per altro, perché qui i cittadini continuino a sguazzare  ed annegare nel familismo amorale. Nella dorsiana pozzanghera del centro, purché sia governativo e carburato da pubbliche risorse.

Chi non accetta la normalità è eretico e gli eretici, si sa, muoiono di fame o peggio. Per definizione, in minoranza.

 

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