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    24/11/2017

Sviluppo, quale politica per l'Irpinia?

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Lanalisi-Politica_biogem.jpgAVELLINO – La recente campagna per le elezioni regionali ha mostrato ancora una volta, ove ce ne fosse mai stato bisogno, la povertà (se non, addirittura, la completa assenza) di idee sulle prospettive di sviluppo economico delle aree interne e dell’Irpinia in particolare. Il tempo della progettualità sembra essere ormai un lontano ricordo.

Nel secondo dopoguerra, e soprattutto dagli anni Sessanta in poi, le classi dirigenti di volta in volta puntarono su scelte di sviluppo diverse e, tuttavia, accomunate da obiettivi e disegni ambiziosi. Fu certamente questo il tratto caratterizzante del progetto dell’ “industria in montagna”, che avrebbe dovuto stravolgere in positivo le politiche e le condizioni economiche della provincia. Che sia stata improvvida o meno, la scelta di uno sviluppo industriale fu portata avanti con determinazione ed innegabilmente determinò la creazione di un tessuto produttivo nato pressoché dal nulla. E, ancora, dalla fine degli anni Cinquanta la progressiva valorizzazione di località turistiche (il Laceno, soprattutto) pressoché sconosciute al di fuori del ristretto ambito provinciale (e anche in questo, per certi versi) sembrò indicare un uovo percorso diretto all’affermazione di una nuova vocazione economica del territorio. Nel frattempo, almeno a parole, non si rinunciava nemmeno al terziario, il settore che tradizionalmente trainava l’economia di Avellino e del suo hinterland. Insomma una vivace progettualità politica coinvolgeva ogni settore economico, eccezion fatta per quello agricolo sempre più negletto e abbandonato a sé stesso.

Sarebbe assai difficile tracciare un bilancio di quelle esperienze, che, peraltro, non hanno ancora guadagnato il palcoscenico di un adeguato dibattito storico. E, tuttavia, prenderle in considerazione aiuta a meglio comprendere l’odierna assenza di una progettualità politica mirata allo sviluppo economico dell’Irpinia.

Attualmente tutte le iniziative e gli sforzi (e, soprattutto, una porzione di assoluto rilievo dei fondi pubblici) si dirigono verso la “nuova” frontiera del turismo enogastronomico. Da questo punto di vista, è estremamente significativo il tentativo compiuto dalle istituzioni locali diretto ad allestire il padiglione “Irpinia” alla Expo di Milano per dare risalto ai prodotti gastronomici in combinazione con le bellezze paesaggistiche e monumentali. Senonché, un progetto basato quasi esclusivamente sull’enogastronomia e sul turismo enogastronomico rischia di essere perdente o – quantomeno – di portata marginale rispetto ad un piano di sviluppo più ampio.

Il successo dell’opzione “enogastronomica”, infatti, si scontra con una complessa serie di limiti e vincoli. Il mercato dei prodotti, se pure “di nicchia” e di elevata qualità, è tutt’altro che vergine. Già da alcuni, ad esempio, i vini irpini subiscono la concorrenza spietata di quelli beneventani, che sono commercializzati con costi sensibilmente inferiori. Le caratteristiche del territorio, inoltre, non garantiscono ritmi produttivi adeguati rispetto alla conquista di una fetta significativa del mercato dei prodotti di elevata qualità. Basti considerare la modesta ampiezza degli areali di alcune produzioni (vini, formaggi, olio, ecc.) per distinguere agevolmente gli ostacoli che si frappongono alla loro commercializzazione. Ancora più evidenti i limiti di redditività del turismo enogastronomico, che presenta le caratteristiche tipiche del “turismo mordi-e-fuggi”.

Stupisce, invece, la sostanziale indifferenza nei confronti di altri modelli di sviluppo, che pure potrebbero essere congeniali ad esperienze che già vanno maturando sul territorio. Il riferimento più immediato è al terziario avanzato, settore che vede la presenza in Irpinia di alcune aziende leader a livello nazionale nella elaborazione e progettazione di software avanzati. E, ancora, il riferimento è a centri di ricerca (quale Biogem, ad esempio), che, se supportati da un adeguato indotto, potrebbero contribuire alla soluzione dell’annoso problema della disoccupazione “intellettuale”. Sempre nel settore dei servizi, sembra incomprensibile una strategia politica volta di fatto ad ostacolare la crescita dei servizi erogati dalla sanità privata, che allo stato è ferma a causa del blocco degli accreditamenti e dei ritardi nel pagamento dei crediti vantati nei confronti del servizio sanitario regionale. Sembra, insomma, incomprensibile, se non addirittura suicida, una politica economica che punti sostanzialmente su un unico settore, per di più di nicchia, rinunciando – nello stesso tempo – alla valorizzazione di altre attività che, se incentivate, potrebbero certamente garantire uno sviluppo futuro di ampio respiro.

 

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