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    22/11/2017

Buio a Mezzogiorno

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Nella foto: Manlio Rossi Doria e Gabriele Pescatore. Sotto, Pasquale Saraceno, poi Saraceno con Donato MenichellaBuio a Mezzogiorno (Darkness at Noon) è, com’è noto, il titolo di un drammatico e coinvolgente romanzo di Arthur Koestler, che ha conquistato un posto di rilievo nella storia non solo della letteratura anglosassone, ma di quella politica mondiale. Pubblicato nel 1940, ebbe un grande successo in Occidente (nella Russia di Stalin, anzi nell’Urss, dove la storia narrata nel libro si svolgeva, non venne mai pubblicato). Com’era facilmente prevedibile, suscitò elogi sperticati da parte degli anticomunisti e stroncature  feroci da parte dei comunisti. Il romanzo inventava ben poco, anzi nulla, dal momento che raccontava la vicenda kafkiana e tragica di un alto dirigente sovietico, prima carnefice e poi vittima delle purghe staliniane, culminate nel Grande Terrore del 1939. Per me, man mano che guardavo con oggettività e disincanto al significato dell’esperienza terribile e fallimentare del comunismo nel XX secolo, Buio a Mezzogiorno si è posto come l’insuperabile, paradigmatica rappresentazione dell’inaccettabile indegnità umana e della ferocia bestiale di ogni dittatura, comunista o fascista o nazista.

Non esiste una dittatura buona; l’uomo è, per natura sua propria, un essere razionale e libero. Sicché l’unico sistema politico  a misura d’uomo, imperfetto e pur sempre perfettibile, è quello democratico, fondato sulla sovranità popolare, sulla distinzione e la complementarietà dei tre poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario) in quanto stato di diritto, sul governo della maggioranza dei cittadini, che non coarta i diritti della minoranza, sulla libertà di ogni cittadino e, con essa, sulla sacralità e la dignità di ogni essere umano, quale che sia il colore della sua pelle, la lingua, la  cultura, il  credo religioso e politico.

Com’è evidente, l’espressione Buio a Mezzogiorno voleva alludere al fatto che il comunismo si era rivelato un “Dio ingannatore”, non avendo mantenuto, anzi avendo convertito nel suo opposto, la promessa palingenetica del Sole dell’avvenire, la promessa delle sorti “progressive e magnifiche” che avrebbero portato alla “società dei liberi e degli uguali”, in cui ad ogni uomo sarebbe stato anche consentito di ritagliarsi “una fetta di cielo”, ossia di essere felice avendo trovato il Paradiso in terra. A nostra volta, riprendiamo il titolo del romanzo di Koestler perché ci sembra quanto mai calzante al fine di dare l’immagine della tristissima situazione meridionale attuale da un duplice punto di vista, non lontano dal senso del discorso di Koestler.

Infatti non intendiamo solo dire che sul Mezzogiorno italiano è calato il buio della notte fonda di una crisi socio-economica e di una recessione che, da dieci anni ormai, sembra non dover avere mai fine. Intendiamo anche riferirci al fatto che l’infelicità, il buio, la notte della società nostra, in forma poco più che apparentemente diversa quella di una dittatura, dipende dall’oppressione spesso sanguinaria, sempre subdolamente presente, anche se non istituzionalizzata, dei poteri criminali (mafia, n’drangheta, Sacra Corona Unita), di un ceto affarista e sanguisuga e da un ceto politico di potere che, lucrando e accrescendo il suo potere, consente, avalla, copre, promuove un simile ormai plurisecolare andazzo. Come nei regimi dittatoriali, al Sud, non è arrivato ancora lo Stato diritto; anzi a governare è una sorta di antistato criminale  che la Dc, con i suoi alleati di pentapartito, creò ai tempi di Andreotti, di Gava e dei dorotei e che, nonostante Tangentopoli, dura tuttora.

Le facce di questi sordidi personaggi, con i loro denti da vampiri, il loro sorrisetto petresco e i loro modi onanistico-sodomitici, la loro natura di professionisti del furto con destrezza, i loro portafogli a mantice  e i loro conti in banca a 6 zero, sono sempre le stesse o, come per sortilegio da incubo, si sono clonate.  Nel Meridione, in Campania, formano larga parte del ceto politico dominante, a cominciare dal Partito democratico: la loro qualità morale è quanto mai scadente, superata in basso solo dalla loro mediocrità, ignoranza, incultura. Essi, che comandano al Sud, ancora più delle varie mafie,  sono veri  i nemici del Sud, del suo riscatto, della sua ripresa, della sua rinascita. L’imperativo categorico di porre termine a una siffatta situazione di degrado e di decadenza economica, sociale, morale, politica, civile e anche culturale del Mezzogiorno per rilanciare le ragioni della speranza del suo riscatto del Sud e del protagonismo della sua società migliore, più colta, preparata, coraggiosa, innanzitutto giovane si lega alla condizione imprescindibile che essi siano liquidati, abbattuti, eliminati dal circolo sociale e politico.

Altrimenti, per il Sud è la fine. Non c’è prospettiva, non c’è speranza, non c’è avvenire. Per convincersene, basta non chiudere gli occhi  davanti alle immagini amare del cosmo umano meridionale che ci mostrano i dati, contenuti nel rapporto Svimez 2015 e nell’ultimo rapporto Istat, unitamente al loro analitico esame.

A fronte di un’Italia, ma è corretto ed esatto dire del Centro-Nord,  che comincia ad uscire dal tunnel della crisi e dà segni di una performance economica che alla fine dell’anno gli consentirà di superaree l’1% di incremento del prodotto lordo e che già comincia a vedere ridotta la disoccupazione giovanile, c’è il Sud stretto nelle pesanti catene della miseria, della fame, della mancanza di lavoro, del deserto industriale, del regresso delle attività terziarie e dell’agricoltura e dell’emorragia continua delle migliori energie umane che vanno via dalle nostre terre. Peraltro,  la “scienza triste” dei dati Istat e Svimez non fa che confermare, e rendere ancora più inoppugnabile semmai ampliandone il raggio, quello che la nostra esperienza quotidiana ci dice.

Cominciamo da quelli che sono socialmente gli ultimi, che sono tante parte della società meridionale, la cui condizione, peraltro, non dista molto da quella del resto della società, tranne il caso di  pochi ceti privilegiati, che se la passano ancora meglio di come se la passassero prima. In Italia, su una popolazione  60.795.612.000 unità, 7 milioni di persone sono povere. Di questi, 4 milioni e 102.000, pari a 1 milione e 47 mila famiglie, versano in condizioni di povertà  assoluta. Il che vuol dire che mancano del minimo indispensabile per vivere, anzi sopravvivere. In media, i poveri sono il 6,8% della popolazione nazionale. Ma da che deriva questa percentuale? Presto detto. Se al Nord la percentuale dei poveri assoluti è del 4,2, al Centro del 4,8, nel Sud si raddoppia: 8,6. Qui da noi il numero dei poveri cresce con proporzione geometrica: nel giro di un anno, la povertà assoluta ha fatto un balzo in avanti di 725 mila unità. Inoltre la povertà relativa è passata dal 21,4 al 23,5%, pari a circa 5 milioni di persone. Insomma, il 40% dei meridionali è povero.

Manco a dirsi, il rischio povertà  per chi abita al Nord  è aleatorio: lo corre un abitante su 10; al Sud la musica drammaticamente cambia: un meridionale su tre rischia di diventare povero. Se poi guardiamo questo dato in rapporto alle Regioni, possiamo toccare con mano che noi campani siamo i più esposti al rischio povertà. Se in Trentino Alto Adige questo rischio è pressoché nullo, in Calabria riguarda il 41% della popolazione, seguita a ruota dalla Campania con il 37%.

D’altronde, come potrebbe diventare povero un cittadino del Trentino se il suo reddito pro capite  è il più alto di Italia e ammonta a 37.000 euro l’anno, mentre in Calabria, fanalino di coda della graduatoria regionale del reddito, è meno di 16.000? Ma per capire fino in fondo come e in quali proporzioni la vita grama e la povertà si concentrino qui da noi, basta aggiungere che  mentre nel Centro-Nord meno del 28% dei residenti vive con 12.000 euro di reddito annuo, al Sud la percentuale tocca il picco del 62%. Insomma, il benessere, la ricchezza o almeno la possibilità di una vita decente si concentrano, come è confermato anche dai dati del  reddito individuale.  Il quale, a livello nazionale, ammonta a 26.585 euro, nel Meridione degrada a 16976, pari al 53,7% di quello nazionale, per impennarsi al Nord, raggiungendo la cifra di 32.386.

È stata una sorpresa, ma è proprio così. L’economia meridionale va peggio di quella greca che pure è il fanalino di coda dell’Unione europea. Mentre il Pil greco è cresciuto  dal 2000 e al 2013 del 24 per cento, quello meridionale si è fermato al 13. Si capisce allora perché nel rapporto Svimez si legge: “Il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza  che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all’area di agganciare la ripresa e trasformare la crisi ciclica in sottosviluppo permanente”. La Svimez parla anche di “un Sud a rischio desertificazione umana e industriale dove si continua ad emigrare (116.000 abitanti nel solo 2013), non fare figli e l’industria continua a soffrire  di più (-53% in 5 anni di crisi, -20% gli addetti)”. Persino la nostra agricoltura che pure reggeva alla men peggio in periodi crisi, è calata in questi anni del 6,7%.

In questo guinness dei primati negativi meridionali spicca sopratutto quello degli occupati appena 8 milioni e 200 mila, la stessa cifra del 1977. Il che, in termini percentuali, vuol dire che il tasso di occupazione, nel Meridione, è sceso al 42% a fronte del 64% del Settentrione e del 59,9% del Centro.

Mai come oggi la storia delle due Italie, della nostra disunità economica, sociale e civile, è inconfutabilmente quanto  tristemente vera. È questa una storia che viene da lontano, affonda le radici negli anni del secondo dopoguerra o, più esattamente, nella forma degenerata in cui una politica di sviluppo meridionale fu man mano pervertita in altro, anzi nel suo opposto. Per dire in breve di cosa si tratta, diciamo subito che l’opera della Cassa dal 1950, per più di un ventennio, fu di segno positivo. In un primo momento portò servizi sociali essenziali e civiltà nei nostri paesi e campagne. All’opera della Cassa si accompagnò la riforma agraria, che inferse un duro colpo al latifondo e diede la terra ai contadini: merito, questo, delle lotte promosse dai comunisti nelle campagne italiane contro il latifondo, e di Alcide di De Gasperi, il leader democristiano che era a capo di un governo centrista Dc-Psdi-Pri-Pli. Sull’argomento rinvio alle illuminanti e documentate pagine di Andata e ritorno di Federico  Biondi.

Ma nonostante i suoi indubbi benefici e la sua forte positività, il riformismo degasperiano non fermò l’emigrazione dal Sud, che, anzi, assunse proporzioni di esodo biblico. Ecco perché, per creare sviluppo, lavoro e occupazione, agli inizi degli anni Sessanta, con il convegno di San Pellegrino, voluto da Moro e che ebbe come protagonista economico Pasquale Saraceno, e con la formazione dei governi di centrosinistra (di cui furono protagonisti Moro e Nenni), l’intervento della Cassa, in quanto intervento straordinario, fu rivolto all’industrializzazione del Mezzogiorno. Ma essa, dopo il felice inizio del processo industriale, dalla seconda metà degli anni Settanta in poi, ebbe un gravissimo e devastante limite: non tanto quello di non aver dotato quest’area del Paese di un forte, autonomo apparato della potenza materiale, così da svincolarne l’economia dalla dipendenza da quella settentrionale.

A questo si sarebbe potuto ovviare soprattutto se si fossero tenute in debito conto le critiche e le proposte che, dalla fine degli anni Quaranta, avanzarono Amendola, Sereni, Napolitano, Grifone, Rossi Doria ed altri noti meridionalisti ed economisti. Il limite devastante e gravissimo fu un altro e s’identificò con il modo del tutto negativo in cui il processo di industrializzazione meridionale venne (si fa per dire) realizzato dalla nuova rampante classe dirigente della Democrazia cristiana e dai suoi soci politici e in affari. La ‘nouvelle vague’ Dc non ebbe esitazione alcuna a fare due cose di assoluta negatività per conquistare uno smisurato e incontrollabile potere economico-politico: 1) impadronirsi della direzione della Cassa e della pubblica amministrazione a tutti i livelli, eliminando tecnici e professionisti onesti e competenti, al fine di fare sparire qualsivoglia traccia di certezza del diritto e di rispetto delle leggi e di gestire i soldi per il Mezzogiorno come una proprietà privata o meglio di una consorteria corrotta e spregiudicata.

È verità storica che la stragrande maggioranza degli insediamenti industriali e produttivi, degli appalti, delle consulenze, dei concorsi, dell’affidamento di incarichi, delle assunzioni è stata fatta, in quei tristi decenni, per via paralegale, illegale, favoristica e clientelare, in totale e squallido spregio a titoli, capacità e meriti. In breve, non vince la gara chi presenta la migliore offerta e non vince il concorso il meritevole, ma vince sempre e tutto il raccomandato o il galoppino o il famulo o il familiare o il famiglio del padrino politico o chi gli sgancia tangenti; 2) allearsi in modo più o meno diretto, scambiando denaro, voti, assunzioni, appalti, potere con le varie mafie.  Alla mafia era così possibile - per dirla con Carlo Marino (Storia della mafia) - inserire i gestori dei suoi capitali e i suoi affari “nelle pieghe di un’economia resa legale da una consociativa protezione dei partiti politici”. I quali, innanzitutto i ras Dc, non mancavano  neppure, con ‘immacolato’ e ‘purissimo’ senso dello Stato e dell’etica privata e pubblica, di assicurare «latitanze in casa» ai vari boss camorristici e mafiosi ‘ingiustamente’ perseguitati dalla magistratura. Il nuovo blocco storico democristian-mafioso, cui è succeduto, dagli anni Novanta in poi, quello berlusconian-mafioso, si cementò soprattutto allorquando, chiamiamoli così, i suoi soggetti costituenti, da professionisti del furto con destrezza, misero le mani, ormai del tutto indisturbati, sulle migliaia di miliardi della Cassa. Che, invece di promuovere civiltà, sviluppo e occupazione, divenne, sempre e comunque, strumento di arricchimento di poteri criminali e politico-criminali e di oppressione feudale della società meridionale: niente per diritto o per merito, ma solo  per favore e per denaro. Dal canto suo, il Pci, la Cgil e lo stesso Psi, la cui base sociale era stata falcidiata dall’emigrazione, non poté andare al di là di una generosa e quasi disperata denuncia di quanto stava accadendo. Una denuncia che, però, qualcosa produsse, tant’è che, agli inizi degli anni Novanta, a furor di popolo, cioè con un referendum, la Cassa del Mezzogiorno fu abolita. Il resto, poi, contro il Mezzogiorno l’hanno fatto governi berlusconian-leghisti.

Oggi il Mezzogiorno, come mi è già capitato di dire, somiglia a un Sisifo infelice, ammesso che, con Camus, si possa e si debba “imaginer Sisiphe heureux” (immaginare Sisifo felice). Certo le nuove generazioni si sono impegnate nella battaglia per il riscatto del Sud, ma sono uscite  soccombenti nella impari lotta contro i suoi nemici interni (le varie mafie, un ceto politico mediocre e  spesso vampiro, una burocrazia corrotta e infingarda, affaristi vari) ed esterni (gli effetti devastanti della darwinistica competizione del mercato globale, l’integrazione in Eurolandia  che antepone il rigore allo sviluppo).

Quel che è certo è che occorre una nuova politica per il Sud e una nuova classe dirigente, seria intelligente, onesta, capace, che punti su un progetto di sviluppo che abbia al centro il  Mediterraneo. D’altronde, come insegnano i grandi meridionalisti da Dorso a Sturzo e Gramsci, l’Italia non cresce e progredisce se il Sud resta indietro. E infatti l’Italia del “miracolo economico” fu quella degli anni Sessanta del secolo scorso in cui, dopo aver varato la riforma agraria e aver istituito la Cassa per il Mezzogiorno, si procedette a un’ampia industrializzazione del Sud,  realizzando parte delle necessarie infrastrutture.

Poiché anche Renzi e il Pd riscoprono la questione meridionale c’è da augurarsi che intendano che, se non si individuano alcuni grandi progetti infrastrutturali, industriali, agro-industriali e di tecnologia avanzata, il Sud non riparte. I grandi investimenti, però, possono essere gestiti onestamente e proficuamente solo da un soggetto che veda insieme Stato e Regioni e abbia alla sua testa persone di intemerata moralità e di grande capacità, nominate dal governo centrale.

La proposta di avviare un processo che superi finalmente il dislivello tra le due Italie  non è utopica, ma, se lo fosse, può diventare  “un’utopia saggia”, direbbe Garin, una “docta spes”, direbbe Bloch, se, combattendo i nemici del Sud, spende bene il denaro pubblico e promuove anche lo sviluppo dal basso, autocentrato, sinergico, attraverso una molteplicità di patti territoriali.

Solo così, il Sud non sarà sconfitto, ma potrà tornare ad essere un Sisifo felice, anzi un invincibile Anteo, ricevendo forza da quella Matria, da quella Terra Madre di cui parla Picone, invitando anche a scongiurare il pericolo che divenga, suo malgrado, matrigna o “noverca”. Detto altrimenti e usando una metafora di Michel Serres, bisogna far perno su quel “sole nero” di sogni e progetti, di tensioni e idee, di controstoria e utopia, di rivolta e rivoluzione, che descrive e attraversa il paesaggio e il tempo dell’anima dei meridionali, un punto invisibile del solstizio della loro vita e un loro proprio modo di essere, di quanto è più tipico della civiltà e della storia che hanno costruito. Facendo proprie le ragioni e le speranze dei giovani e delle donne, dei poveri e  degli esclusi, del popolo che lavora.

 

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