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    24/11/2017

Un'inarrestabile decadenza

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica-Editoriale_la_statua_di_carlo_ii_dasburgo_e_la_torre_dellorologio.jpgAVELLINO – Avellino si mostra per quello che è: in progressiva, inarrestabile decadenza. Dovremmo chiederci come si è giunti alla china ed uno sguardo lungo è utile. Uno sguardo che abbracci molta parte del passato,  inglobi e spieghi il presente.

L’Avellino degli anni Cinquanta è una piccola città, silenziosa sul trauma della coda di guerra,  amaramente conosciuta ed aiutata a dimenticarla dall’immagine della ripresa italiana, reale nel Centro-Nord. Il reddito pro-capite degli irpini è l’ultimo nella classifica per province. Avellino è un paese in cui tutti si conoscono e le domande che si rivolgono a chi è ancora sconosciuto sono  “e chi si? A chi appartieni?”; mica “che fai? A ro vieni?”.

A chi appartieni, di chi sei proprietà, chi decide cosa puoi fare, quali limiti non devi superare muovendo nell’ambito di famiglie allargate a parentati, in cui interessi e opportunità vengono governati contro altri gruppi parentali. Oggi leggiamo e sentiamo parlare di clan e tribù nel Mediterraneo orientale o nella crisi libica, ad esempio. L’Avellino di due tre generazioni trascorse non ne era dissimile, escluso l’esercizio plateale della forza. E “a chi appartieni?” è la domanda cadenzata, rivolta all’Io viaggiatore di Vinicio Capossela ne Il paese dei coppoloni, viaggio onirico nei nostri territori, un libro diventato per noi irpini giustamente cult.

Sulla città preesistente del dopoguerra si sovrappongono quanti vi accorrono per sostanziare la crescita burocratico-amministrativa che tante altre realtà italiane conobbero. Nel paese che si definiva città giunsero altri nuclei familiari dai paesi della provincia: le logiche che avevano governato sino ad allora il vivere quotidiano non subirono cambiamenti. Avellino e, per meglio dire, gli avellinesi vecchi e nuovi si illusero che la città crescesse sulla base della soddisfazione dei bisogni elementari di un tetto, del vestire e del mangiare. La città cresceva, ma non mutava. Quantità, non qualità.

La nostra Democrazia cristiana governò il territorio e chi vi viveva con l’assecondare il familismo amorale, anche con innegabili successi. L’accenno iniziale al reddito pro-capite del dopoguerra, confrontato a quello odierno ne è un plastico indicatore. Non spiega il tutto ma lo illumina, compreso l’azione di governo attraverso il post-sisma e non per il post-sisma. La nostra Democrazia cristiana: perché, come ebbero a dire molti, e per citarne uno solo Franco Cassano, fu una confederazione di interessi sociali e territoriali, dunque coesistettero, al plurale, più Democrazie cristiane. Ciriaco De Mita e Nicola Mancino seppero essere mediatori e valvole d’arresto tra soddisfazione degli interessi locali e richieste di fondi governativi o europei.

A molti stava bene, respiravano Democrazia cristiana come si respira l’aria, con naturale scioltezza. Altri tentarono di opporsi ed incapparono in quello che chiamavano “il partito nostro”. Alcuni non furono democristiani perché i posti erano già occupati e si accomodarono nei surrogati collaterali.

Ora il giocattolo è rotto, Avellino è un’automobilina con le rotelline malmesse e le pile esaurite. La città può illudersi che i cantieri pubblici stancamente finiscano, per scoprire che ripavimentare una piazza non produce in automatico né un’agorà né il portico della mercatura. E comprendere che scrivere “Area vasta” non basta ad influenzare i territori, oppure illudersi che un uomo solo al comando (di chi?), un generale di Archiloco la salvi. Buon Anno.

 

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