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    25/09/2017

Quel che resta di Foti

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Paolo FotiAVELLINO – Foti resta o va via? Questo è al momento il problema dominante. Potrebbe non esserlo più nel giro di qualche ora, superato quando questo pezzo sarà letto. Forse dovremmo esser costretti ad aggiornare e “storicizzare” lo schema di Foti candidato a sindaco per lo scopo recondito di tutelare un ceto tecnico-politico cittadino, eletto prima contro l’attuale Puc, poi a caccia palese di fondi pubblici, ovvero in sintonia con la proposta dei cento giorni coltivata da Dino Preziosi.

Un esercizio chissà quanto utile potrebbe essere il disancorare l’esperienza di Foti dall’immediato, dalle umane incertezze del personaggio e dai contraccolpi imprevedibili delle diverse posizioni assunte dagli attori politici locali, piccoli o presunti alti: onorevoli ex e nuovi, direttori inascoltati, fino ai singoli consiglieri comunali, ex o in carica, che si atteggiano a ministri degli Esteri di se stessi, impegnati tutti in faticose trattative bilaterali e multilaterali, a caccia di posticini, da quelli classici ed istituzionali a quelli che la fantasia politica gravida partorisce, come capo-staff di un assessore. Sarchiapone ha trovato un lavoro.

Cosa potrebbe restare dell’esperienza di un Foti sindaco, se nel giro di qualche giorno diventasse un ex? Se l’agire politico genera prassi, comportamenti reiterati e codificati; se l’esperienza locale risente del contesto generale; se la sostanza (leggi il potere concreto) si indebolisce e le forme prendono importanza, potremmo paragonare il tempo di Foti ai tempi che vive l’Italia e trovare concordanze e, forse, dissonanze.

Soffermiamoci per ora alle concordanze. La prima è l’uso del tempo emergenziale: chi si trova a governare, in grande o in piccolo, non programma per un futuro più o meno prossimo, ma deve agire nel presente, o almeno si atteggia in questo modo. Anzi il presente tende a sopraffare chi governa ed amministra con temi e problemi che richiedono soluzioni veloci, pena la caduta, la sconfitta, l’oblio politico. Ma l’Italia offre tante esperienze per poter affermare che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Quante emergenze di ieri lo sono ancora oggi? A cominciare dai dissesti dei terreni sui quali poggiano i nostri piedi, o sul cattivo uso che ne facciamo, sia dei terreni che dei piedi. E i nuovi, subentrati a quelli che hanno tentato ieri di porre rimedio, tornano alla caccia di soluzioni efficaci e durature.

La seconda concordanza riguarda più da vicino l’interpretazione dei ruoli. Prendete il Foti, oggi chiara e rivendicata espressione di una cultura politica democristiana; paragonatelo ai democristiani che governavano Avellino e l’Italia, quando il nostro sindaco era adolescente di belle speranze. I democristiani di allora non adoperavano mai la prima persona singolare, il noi rinviava a tempi per decidere e a modi per decidere, diversi da quelli attuali. Non cadiamo nella trappola dello stile  finanche più signorile, ricordiamoci della sostanza: l’esercizio del potere.

Ad un democristiano degli anni Sessanta, in doppio petto e cravatta scura, corrisponde oggi la camicia sbottonata dei presunti superman, immuni da artriti ed obesità, ovvero con la schiena dritta. Si obietterà ancora che ciò riguarda solo l’immaginario e la forma; certo, il successo, la fortuna politica è altro. Come il contrario. Come la considerazione che quel mondo democristiano così forte, sia oggi vivo e vissuto in forme carsiche, allusive, talvolta rimpiante. Ma nel presente di chi governa ed amministra è forte il decisionismo autoritario dell’io, suggestivo nella semplicità populista ed inefficace nel concreto.

È un paradosso del nostro tempo italiano, ma la suggestione e l’applicazione dell’uomo solo al comando, imbrigliano tanto chi governa (Renzi) quanto chi vi si oppone (Grillo). Se le parole sostanziano la cultura di un Paese, abbiamo ucciso la poesia del ciclismo e dopato Coppi e Bartali.

In politica non solo i vuoti vengono riempiti ma restano le forme dell’agire, le bottiglie ed i bicchieri dove siamo costretti a bere. Se Foti dovesse dimettersi, subentrerà un sindaco che continuerà ad indossare il decisionismo autoritario, anche in alternativa con quel mondo che impose Foti. Così ad Avellino, come nel caso di sconfitta di Renzi il 4 dicembre, alla faccia di una città o di un intero Paese.

 

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