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    24/11/2017

La tomba del Mercatone elogio dell'indifferenza

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita8_mercat1.jpgAVELLINO - Morire all'interno del Mercatone di Avellino, di freddo, di stenti, non è purtroppo una realtà nuova: era accaduto anni orsono e da lì nacque l'idea della recinzione della struttura. Nel giorno dell'Epifania è toccato a un giovane della provincia di Napoli, per cause che verranno chiarite dagli opportuni esami, ma che, certamente, hanno un riferimento nel totale stato di povertà di quest'uomo.

Fa impressione ricevere questa notizia nel giorno in cui vanno in archivio queste festività natalizie, feste che hanno visto, come al solito, il contrasto stridente fra lo sfolgorìo di luci, l'abbondanza e, talora, lo spreco di denaro in doni e spese voluttuarie e la miseria che, proprio in queste giornate, appare in tutta la sua crudezza. Ma su questo aspetto ritorneremo più avanti.

Oggi questo terribile evento rappresenta, purtroppo tristemente, l'opportunità per parlare della nostra città e di opere incompiute o inutilizzate e abbandonate. Il Mercatone, in un certo senso, si erge a simbolo di questa realtà di spreco ed inefficienza. Inaugurato verso la fine degli anni '80, nacque con l'ambizione di raggruppare numerose attività commerciali, del genere più vario, un po' a rappresentare l'evoluzione dell'antico mercato di Piazza del Popolo, con  una miriade di locali di grandezza variabile, da affittare secondo il volume di affari o secondo la specie merceologica.

In realtà, fin dall'inizio, parve chiaro a tutti come la sua concezione non corrispondesse all'obiettivo (ammesso che ci fosse), perseguito dagli ideatori: una struttura sovradimensionata, che difficilmente avrebbe potuto essere occupata in tutti i suoi spazi, un'accessibilità non particolarmente agevole, una percorribilità interna, per la clientela, molto problematica, con la presenza, al centro della struttura di una vasta area non coperta, un obbrobrio per una città nota a tutti come particolarmente piovosa; gli stessi costi di fitto, da quel che si seppe all'epoca, erano troppo onerosi per i negozianti. Sta di fatto che la vita operativa della struttura ebbe una durata molto breve, pochi mesi o giù di lì. Da allora la struttura si è progressivamente incuneata in un tunnel di degrado e distruzione, fra sporcizia e devastazione di ambienti che via via sono divenuti il luogo di amori clandestini, di spaccio e consumo di droghe, di rifugio di sbandati e di “clochard”, prima di nazionalità straniera e poi anche nostrana, di raccolta e spesso di morte di animali dalle dimensioni più varie. A poco sono serviti i lavori, fatti alcuni anni fa, di recinzione dell'edificio, tesi proprio a rallentarne, se non a fermarne il degrado ulteriore.

La vicenda dell'Epifania 2017 svela in tutta la sua evidenza lo stato reale del Mercatone, e anche i rischi che al suo interno (ma probabilmente anche per chi vive nei dintorni) si nascondono. E se si può e si deve prendere atto dei lavori di riqualificazione delle aree circostanti l'edificio (vie di accesso, etc.), rimane ancora oggi inevaso il quesito: a cosa può servire il Mercatone e cosa farne? Ogni tanto si affacciano voci di possibili soggetti interessati ad acquisire la struttura per trasformarla di volta in volta in centro commerciale o in centro direzionale (uffici), fino alla recente proposta di affidamento alla Caritas: quale che sia la scelta, è essenziale che in tempi brevi si proceda ad atti incisivi ed operativi che risolvano quella che è prossima ad essere la “piaga” del Mercatone. E in assenza di una proposta concreta e attuabile in maniera seria, di fronte alla prospettiva unica di assistere passivamente allo svilupparsi di una “bomba” anche di carattere sanitario, andrebbe proprio scartata l'ipotesi di una demolizione dell'edificio, destinando l'area a progetti più compatibili con i bisogni della città?

Ma ritornando alla tragedia del giovane napoletano, essa rappresenta il dito puntato alla coscienza della città, delle sue istituzioni civili e religiose, della sua popolazione, il più grande atto di accusa verso l'indifferenza rispetto a un disagio sociale crescente. Tutti ci siamo lamentati (per carità anche a ragione, sotto certi aspetti) del ritardo con cui è stato avviato il piano di abbellimento natalizio delle strade, ma nessuno ha voluto o saputo segnalare queste sacche di dolore morale, prima ancora che economico. E il dato più allarmante è che queste realtà così sofferenti cominciano a riguardare strati sociali sempre più ampi, cominciano a lambire frange di popolazione che fino a pochi anni orsono vivevano una condizione piuttosto tranquilla: in tanti si rivolgono ad enti lodevolmente impegnati in questo lavoro di sostegno dei più deboli (la Caritas, la Mensa dei poveri, etc.), tanti altri ne fanno a meno per un senso profondo del pudore. Quanti anziani ormai saltano almeno un pasto, quanti fanno a meno di curarsi perché l'assegno mensile risulta sempre più insufficiente a garantire i diritti elementari; e quante persone ancora giovani, che hanno perduto il lavoro, vivono la disperazione di non riuscire a garantire il soddisfacimento minimo dei bisogni delle proprie famiglie (soprattutto ai figli, in termini di

studio). E di fronte alla crisi della famiglia stessa come non ricordare la tragedia economica che spesso si abbatte su uomini e donne separate che, soprattutto in caso di lavori “instabili”, vedono le proprie risorse insufficienti a provvedere a tutta la ricaduta che un divorzio comporta (la Caritas recentemente ha segnalato come proprio i padri divorziati siano coloro che in maggioranza richiedano aiuto alle proprie strutture).

Di fronte a questo panorama, che vede nella tragedia del Mercatone la punta dell'iceberg, tutti noi siamo chiamati a scoprire l'indifferenza che ci avvolge nel nostro quotidiano, il ripiegarci sul nostro proprio “particulare”, la visione anche ristretta che non ci fa comprendere come una povertà e una sofferenza sociale che divenissero un giorno incontrollabili (e questo rischia di accadere in tempi non necessariamente lunghi, se andiamo ad assommare anche le tristi realtà dell'immigrazione), metterebbero a rischio la stessa convivenza civile .

È certamente compito della politica operare le scelte strategiche più adeguate, ma è dovere della coscienza di ogni essere umano e sociale evitare di voltarsi dall'altra parte (magari anche solo per fare una segnalazione) di fronte al dolore e al bisogno di chi è prossimo a noi. Diceva Hemingway  in un suo famosissimo libro, parlando della morte: “Non chiedere mai per chi suona la campana, essa suona per te”. Oggi la campana del “Mercatone” ha suonato per Avellino!

 

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