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    22/11/2017

Urbanistica/Di Nunno e la città di appartenenza

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Lanalisi-Politica_dn_prg.jpgAVELLINO – “Dal Piano urbanistico all'Area vasta. Avellino disegna il futuro” è il tema del convegno che il nostro giornale, con il patrocinio della Provincia, del Comune di Avellino e del Centro di ricerca Guido Dorso, ha organizzato per il giorno 13 gennaio, alle ore 17.00, nella sala blu del carcere borbonico in via Alfredo De Marsico. Il programma dei lavori prevede gli interventi di Francesco Barra, ordinario di storia moderna presso l’Università degli studi di Salerno, e Antonio Gengaro, ex vicesindaco della giunta Di Nunno e collaboratore del nostro giornale. Seguirà una intervista di Generoso Picone, responsabile della redazione avellinese del Mattino, ad Augusto Cagnardi, urbanista e redattore del Piano regolatore di Avellino, Ugo Tomasone, assessore all’Urbanistica del Comune di Avellino, e Domenico De Maio, assessore all’Urbanistica del Comune di Salerno. Al termine verrà assegnato il premio “Franco D’Onofrio” agli architetti Lello Troncone, Massimo Russo e all’ingegnere Michela Candela.

Sul tema dell’urbanistica, in particolare sulle scelte da portare avanti per l’Avellino del futuro, ospitiamo un primo intervento di Ugo Santinelli.

*  *  *

Ad Avellino, leggi la parola urbanistica e traduci in “dove posso costruire”. Hai voglia di spiegare che l’urbanistica non è una scienza esatta ma l’incrocio e il sovrapporsi di tante discipline e metodologie sociali. Che l’urbanista, in quanto tale, non è solo architetto o ingegnere, ma demografo, storico, misuratore ed interprete del presente concreto come del futuro immaginato. Purtroppo ad Avellino, e in tante altre realtà italiane, l’urbanista è stato il punto finale e visibile di un tunnel sotterraneo, dove confluiscono e si mescolano interessi e desideri di chi possiede terreni da rendere edificabili, dunque urbanizzabili, con quelli di chi intraprende la costruzione degli abitati. Le strade, i servizi, le opere pubbliche, le connessioni del tessuto urbano, considerate come contorno del piatto forte. Alla fine del tunnel dei desideri, si colloca l’opera dell’urbanista, più o meno bravo, più o meno autorevole, che solidifica ed elabora il tutto sulle tavole del Piano regolatore, ora denominato Piano urbanistico urbano. Gli anni di Di Nunno costituirono la temporanea eccezione alla regola,  per l’innesto di due novità: la discussione preventiva, pubblica e larga, sulle scelte di fondo e l’affido della redazione a maestri internazionali dell’urbanistica come Gregotti (più architetto che urbanista) e Cagnardi (più urbanista che architetto).

Negli anni successivi, quelli di Galasso e di Foti per intenderci, ho più volte constatato la sorda avversione verso il Puc attuale, in due modi. Con tentativi di interpretazione delle norme attuative, che somigliavano negli esiti a vere e proprie demolizioni; e con mugugni continui di esponenti degli ordini professionali (intendo ingegneri ed architetti). Spesso la demolizione puntuale del Puc ha interessato la Procura della Repubblica per i tentativi di eccedere oltre i limiti consentiti del costruito, tanto da giungere all’ipotesi di reati con rilevanza penale, per adoperare il linguaggio giuridico. Ma il dato politico interessante è costituito non dai singoli reati contestati, ma dalla persistente e diffusa volontà di reinterpretare a proprio vantaggio il Puc. Gli ordini professionali, mai nella forma chiara e responsabile di un documento, piuttosto a mezza bocca ed informalmente,  hanno rimproverato a Di Nunno di essersi affidato a persone estranee all’ambiente, dunque lontane dal nostro consolidato modo di fare, e che tanti capolavori aveva prodotto dal dopoguerra. Mai un contributo sensato al dibattito, l’indicazione degli eventuali nodi da tagliare, dove e come intervenire con proposte di soluzione. Con buona pace dei venti dell’innovazione che soffiano altrove.

Superflua ridiventa la necessità di discutere tra più attori sociali, tra i cittadini  tutti, la forma della città, la visione complessiva che questa deve trasfondersi in ognuno degli avellinesi. Tra gli interessi particolari da comporre, la discussione deve e dovrà ridiventare solo comunicazione pubblica finale degli accordi già presi. Eppure il criterio della perequazione, su cui poggia per Cagnardi la realizzazione del Puc, era il tentativo di spostare su un piano più alto, più palese e democratico, quella composizione di interessi, per costruire una città dove fosse forte il sentimento dell’appartenenza.

Il nodo della perequazione deve essere posto non come pura e semplice constatazione di un fallimento, ma come punto interrogativo: come e perché la perequazione non è stata attuata, come e perché altrove è stata attuata. Se non confrontiamo la nostra con l’altrui esperienza, se non ne distinguiamo le componenti, non possiamo ridiscutere il Puc: gli attori politici e i rappresentanti degli ordini che la stanno evitando, commettono un delitto politico.

Quanto sordido ed avvelenato sia il clima attuale, lo dimostra un episodio spia. Martedì 3 gennaio è apparsa un’intervista ad Angelo D’Agostino, deputato locale della Repubblica ed imprenditore. L’intervista prende spunto dai ritardi per la realizzazione del famigerato tunnel, appalto affidato all’impresa D’Agostino, la sequenza delle argomentazioni  appare, quasi identica, su il Mattino e sul sito on-line orticalab. In questa ultima versione, vi è in più una frase finale, virgolettata “Pure tirato in ballo, non amo rispondere alle provocazioni. Ma, le garantisco [al giornalista intervistatore] che potrei parlare anche io, e tanto.” Alle oscure minacce del deputato non seguono smentite, neppure reazioni della parte politica e pubblica, tranne un fondo sul giornale on-line, preoccupato di non apparire solo un distaccato registratore delle minacce. Non chiede spiegazioni Foti che preferisce atteggiarsi al Totò che riceveva i ceffoni indirizzati ad un non meglio identificato Pasquale; nessuno dei consiglieri di opposizione scrive un’interrogazione urgente. E noi cittadini rimaniamo ammutoliti lettori. Quei cittadini che in teoria dovrebbero esser chiamati ad esprimersi sui destini della città. Cosa nostra, o cosa loro?

Siamo nelle condizioni di discutere civilmente di urbanistica ad Avellino? Dobbiamo arrenderci all’omertà? Forse un esercizio di resistenza civile consiste esattamente nel chiedersi di cosa abbia  bisogno Avellino. Certamente di un Puc che riconfermi le scelte fondamentali operate con l’ausilio di Cagnardi e di Gregotti, come il parco urbano centrale, per dirne una sola. Ma il Puc non è l’elemento centrale per una rinnovata ipotesi di città. Perdurante la crisi e la stagnazione economica, non ancora completata la ricostruzione post-sisma, Avellino ha bisogno di ricostruire innanzitutto le mappe mentali, di rendere la città patrimonio dei piedi e delle menti degli avellinesi e di quanti la frequentano. I pieni delle costruzioni sussistono e, per una parte consistente, sono interni vuoti; dunque, un’offerta abitativa da dover, al massimo, rigenerare. Né basta invocare le norme e gli adeguamenti antisismici, per illudersi di creare una ripresa dell’edilizia, ovvero una consistente domanda di mercato.

L’azione politica  dovrebbe governare piuttosto i flussi tra ciò che già esiste, il movimento concreto, in entrate ed in uscita dentro lo spazio urbano. In modo da fluidificare gli spostamenti tra le funzioni pubbliche e private: quello che si traduce in una mappa interiore di percorsi. Un piano generale dei trasporti pubblici oggi diventa più importante del Puc, nella previsione di una città che attragga persone e le motivi nel vivere Avellino. Con le scelte conseguenti per l’uso dello spazio pubblico tra i vari modi. Tanto più urgente porvi mano, se le soglie accettabili delle polveri sottili continuano ad esser superate.

 

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