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    22/11/2017

L’acqua irpina, da risorsa a problema

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La sede dell'Alto Calore in Corso EuropaAVELLINO – L’estate 2017 sta regalando all’Irpinia una nuova emergenza, assolutamente inedita ed inquietante: la carenza d’acqua. Intendiamoci, quello del Terminio-Cervialto resta uno dei bacini imbriferi più importanti dell’intera Italia Meridionale. E l’acqua irpina continua ad arrivare nelle abitazioni di buona parte della Puglia e della città di Napoli. Ma nei nostri paesi, più e meno grandi, l’erogazione dell’acqua procede a singhiozzo e spesso (e non solo nelle ore notturne) viene interrotta.

È una condizione certamente paradossale quella che sta vivendo un territorio che è ricco di un’unica ed essenziale risorsa (l’acqua appunto) che altrove, laddove è presente in consistenti quantità, non serve solo ad approvvigionare la popolazione, ma funge addirittura da volano di sviluppo e di ricchezza. Viene da chiedersi per l’ennesima volta perché solo in Irpinia questo meccanismo virtuoso di sfruttamento intelligente delle risorse idriche non è stato mai implementato. È certo che i problemi vengono da lontano, da una serie di scelte politiche scellerate e – soprattutto – dalla trasformazione di un ente pubblico di servizio (l’originario Alto Calore) in un carrozzone elefantiaco, ripiegato su sé stesso.

Per decenni il management (per usare un eufemismo, ovviamente) dell’Alto Calore ha investito ingenti risorse sul personale. Una scelta che ha mostrato tutta la sua evidente inadeguatezza allorquando, con la costituzione degli Ato e la predisposizione del Piano d’Ambito, è emersa una sostanziale discrasia, dal punto di vista della tipologia dei profili professionali, tra le scelte programmatiche per il futuro e le condizioni reali del presente. E nello stesso Piano d’Ambito dell’Ato Calore Irpino già si coglievano i primi segnali dell’emergenza che ci troviamo a vivere oggi. Le gravissime defaillances delle infrastrutture (reti di conduzione ed impianti di adduzione, soprattutto) già determinavano pesanti percentuali di perdite: già un decennio fa quasi il 40% dell’acqua prelevata dalle sorgenti di Cassano si disperdeva strada facendo. Nel frattempo, confidando nell’imponente patrimonio di risorse idriche che – nell’opinione di chi dirigeva la società – avrebbe garantito in ogni caso l’erogazione del servizio, il gestore del servizio idrico si è dedicato ad altro. Ad esempio, alla creazione ex novo di una inutile società a cui era stata attribuita la proprietà delle infrastrutture (l’Alto Calore Patrimonio), che nella sua breve vita non sembra aver avuto una funzione strategica nella gestione delle risorse idriche. E, ancora, alla stipula di sontuosi contratti di consulenza ed alla esternalizzazione di alcuni servizi di manutenzione, come se la società non avesse già in dotazione un elevato numero di dipendenti.

A dare una mano all’Alto Calore, a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica sui suoi problemi e sulla grave crisi che stava attraversando (e che è ben lontana dal concludersi) ci hanno pensato i movimenti di opinione nati in concomitanza con il referendum sulla “acqua pubblica”. In quell’occasione anche la parte dell’opinione pubblica più critica nei confronti dell’Alto Calore scoprì che “pubblico è bello” e che era necessario preservare l’acqua irpina dai tentativi di accaparramento di qualche speculatore privato senza scrupoli venuto da chissà dove.

Eppure i segni dell’inarrestabile declino della società di Corso Europa erano già ampiamente visibili. Si percepiva già chiaramente l’assenza di un progetto di sviluppo e di miglioramento delle reti, e di uno sforzo di risanamento del deficit di bilancio crescente. Anche dalle colonne di questo giornale in più occasioni mettemmo in guardia i paladini dell’acqua “pubblica”, quelli che, in nome di uno sbarramento aprioristico ai gestori privati del servizio idrico, preferirono chiudere entrambi gli occhi su una condizione di sfacelo imminente. Ovviamente la sbornia referendaria non ha risolto i problemi. Anzi, tornando ai giorni nostri al grave deficit di bilancio, che più volte ha fatto temere l’avvio di una procedura fallimentare a carico della società, si è aggiunto il problema del collasso delle reti e la conseguente necessità di erogare l’acqua a singhiozzo.

Proviamo, allora, a riavvolgere il nastro, e a riflettere su una possibile soluzione ai problemi della gestione del servizio idrico in Irpinia. Ormai è improcrastinabile la programmazione e l’avvio di una seria politica di investimenti nelle infrastrutture, per riparare – nell’immediato – quelle esistenti, per poi sostituirle in tempi ragionevolmente brevi. È fin troppo ovvio, però, che di investimenti non si potrà parlare fin quando le casse societarie saranno vuote. A tale condizione deve farsi fronte necessariamente con massicci apporti esterni. E a questo punto si aprono diversi scenari. Il primo è quello integralmente “pubblico”. I soci dell’Alto Calore Servizi (Comuni e Provincia) dovrebbero mettere mani alla tasca (quella del contribuente, però) per risanare le finanze della società, magari anche attraverso una ricapitalizzazione. È senz’altro lo scenario più utopistico, viste le evidenti difficoltà finanziarie in cui si stanno imbattendo quasi tutte le amministrazioni comunali della provincia che certamente non avrebbero a disposizione le risorse per intervenire con apporti tali da consentire nuovi investimenti nelle infrastrutture.

Altro scenario è quello dell’apertura della compagine societaria a nuovi soci. In questo caso l’Alto Calore Servizi dovrebbe cambiare pelle, in quanto l’attuale statuto la individua come società a partecipazione interamente pubblica. E, tuttavia, l’emergenza attuale giustificherebbe ampiamente il mutamento. Certo è che l’ingresso di gruppi societari di rilievo nazionale o persino internazionale (Acea, Suez, Hera, ecc.) potrebbe dare nuova linfa non solo alle casse, ma anche alle strategie industriali, fornendo apporti specifici non solo in ambito finanziario, ma anche in tema di know-how aziendale. E, al di là degli apporti diretti, l’ingresso di nuovi soci potrà favorire l’accesso al mercato creditizio, che certamente sarebbe attratto dall’affidabilità patrimoniale e finanziaria che oggi l’Alto Calore Servizi da sola non garantisce.

Il terzo ed ultimo scenario, rispetto ai primi due, sarebbe certamente meno traumatico. Potrebbe tradursi semplicemente in una o più partnership con altri gestori del servizio idrico, che siano interessati ad avviare progetti specifici comuni. In questa prospettiva partner privilegiato dovrebbe essere l’Acquedotto pugliese, che già gioca da decenni un ruolo importantissimo nella gestione delle acque irpine. La conclusione di nuovi accordi con la società pugliese potrebbe anche costituire un freno all’emorragia delle risorse idriche irpine che affluiscono verso la Puglia.

Certo è che, qualunque possa essere lo scenario dei prossimi mesi o dei prossimi anni, il superamento dell’emergenza dovrà necessariamente passare per l’adozione di una serie di interventi drastici e traumatici, a partire dall’aumento della tariffa (e in misura sensibile). Saranno altrettanto necessarie la razionalizzazione dell’impiego delle risorse umane e la lotta all’evasione che, sotto forma di crediti scaduti ed inesigibili, tanta parte ha nelle difficoltà finanziare dell’Alto Calore Servizi.

Serviranno un moto d’orgoglio ed un deciso cambiamento delle strategie industriali, così come l’acquisizione di competenze manageriali che siano assolutamente avulse da logiche da manuale Cencelli. Sarà necessario, insomma, tutto il coraggio di una classe dirigente politica che si assuma la responsabilità di mettere in campo ogni sforzo ed ogni risorsa per garantire che la nostra più grande risorsa non si trasformi nel nostro più grave disagio.

 

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