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    22/11/2017

Alle origini della crisi idrica

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Il lago artificiale di ConzaAVELLINO – Quando un argomento polarizza l’attenzione dell’opinione pubblica tutti ritengono di poter proporre analisi e soluzioni. Queste ultime purtroppo troppo spesso sono del tutto estemporanee e superficiali a causa della scarsa conoscenza delle problematiche. Ciò avviene anche quando chi si presenta si spaccia per esperto o titolato a parlare. Per tale motivo è opportuno lasciare al lettore il giudizio sulla competenza dello scrittore invitandolo ad approfondire il curriculum vitae spesso reperibile anche in rete. È anche vero che molti curriculum sono prodotti con molta attività teorica e poche capacità reali ma non credo vi possano essere molte alternative.

Lasciamo perdere le grandi problematiche planetarie come l’effetto serra ed altre cause globali dei nostri problemi, sulle quali non possiamo certo agire localmente ed in tempi umanamente valutabili, e limitiamoci alle problematiche che un buon governo potrebbe affrontare nell’arco temporale dei 30-40 anni.

L’odierna crisi idrica affonda le sue radici nella seconda metà del secolo scorso ed è esplosa oggi proprio perché non vi sono stati sostanziali cambiamenti nell’atteggiamento culturale della gestione delle risorse da quel periodo ad oggi. Nel dopoguerra il Paese non aveva servizi diffusi ed efficienti e solo a partire dagli anni 50 si sono avute pianificazioni tese alla realizzazione delle infrastrutture idriche. Nel caso delle risorse idriche al Nord ci fu un intervento massiccio per la realizzazione di invasi montani ma finalizzati soprattutto alla produzione di energia elettrica di cui l’industria in fase di ricostruzione aveva estremo bisogno. Sostanzialmente fu la Puglia ad avviare il più importante piano di realizzazioni di infrastrutture idriche che andò dalle captazioni di sorgenti (vedi ad esempio Cassano Irpino) alla realizzazione di una serie di invasi ad usi multipli (Conza, Locone, Pietra del Pertusillo ecc).

La Campania era in forte ritardo anche perché aveva una situazione locale decisamente migliore della Puglia e come tale avvertiva meno il problema. Solo qualche mente illuminata riuscì a capire l’importanza di tali infrastrutture come l’on. Sullo che riservò all’Irpinia 600 lt/sec delle sorgenti di Cassano, una quantità di acqua che all’epoca sembrava smisurata ed oggi è diventata esigua. L’impegno della Cassa per il Mezzogiorno poi portò alla realizzazione di schemi idrici che furono capaci di portare fin dentro le case quel bene che fino ad allora era limitato alla fontanella del paese ove si doveva andare a prelevare le acque necessarie alla casa con i più disparati contenitori. Naturalmente tutto ciò comportò da una parte un miglioramento notevole delle condizioni di vita, soprattutto dal punto di vista igienico-sanitario, ma produsse anche un aumento smisurato della richiesta idrica con la realizzazione di reti di distribuzione sempre più diffuse e capillari.

Altro aspetto dell’intervento era la sua straordinarietà e cioè dopo aver realizzato le strutture la Casmez le trasferiva agli enti locali generalmente assolutamente impreparati alla loro gestione. Ad un certo punto è cessato anche l’intervento straordinario che non è stato sostituito da un intervento ordinario realmente programmato. Ciò si è tramutato in una gestione priva di manutenzione seria ed assolutamente priva di un programma di rinnovo delle infrastrutture.

Negli anni Novanta preso atto di una situazione disastrosa che avrebbe richiesto l’investimento di risorse di cui non si disponeva (è notizia ancora dei giorni scorsi quando il governatore De Luca ha affermato che per le reti idriche i soldi non li ha lo Stato né la Regione) si tentò di riorganizzare il sistema idrico su basi industriali. Il principio era quello di accorpare tutti gli enti preposti alla gestione in un territorio fino a raggiungere una dimensione ottimale (i famosi Ambiti territoriali ottimali) in modo da individuare un unico gestore con caratteristiche imprenditoriali che avrebbe potuto attrarre, oltre ai finanziamenti pubblici residui, anche capitali privati da remunerare con la tariffa. La tariffa, come avviene dovunque in Europa, sarebbe aumentata ma a fronte di un miglioramento del servizio. Nasce la legge n. 36 del 1994, cosiddetta legge Galli, mai attuata grazie soprattutto al solito atteggiamento italico di opposizione cieca a tutto ciò che può apparire un minimo di cambiamento.

Con posizioni ideologiche preconcette si è prodotto anche un referendum che non ha fatto altro che cristallizzare le posizioni esistenti portando ulteriori danni ad un sistema che oggi è al collasso e sul quale tutti blaterano parole vuote. Le conseguenze di quel referendum sono state disastrose ed oggi ne scontiamo le conseguenze. Ciò premesso sarebbe opportuno ipotizzare cosa si può fare per affrontare un futuro non facilmente prevedibile? Bisogna partire da alcune considerazioni di fatto. Al momento la crisi idrica non deriva da una scarsità assoluta di acqua ma dalla incapacità a gestire quello che si ha.

Analizziamo la provincia di Avellino. La disponibilità idrica ad uso civile è sostanzialmente quella del gestore Alto Calore Servizi che copre buona parte di Irpinia e Sannio. Oggi si parla di nuove disponibilità di circa 500 lt/sec derivanti da accordo con la Puglia ma anche trascurando queste nuove disponibilità l’Acs dispone di una portata media di 2182 lt/sec  pari a 188.525 mc/g.

Considerando in 200 lt/ab*g la dotazione idrica procapite gli abitanti serviti da tale dotazione potrebbero essere 942.624 cioè più del doppio di quelli attuali (che sono circa 430.000). In una situazione ottimale e parsimoniosa la dotazione idrica potrebbe scendere a 150 lt/ab*g senza alcun problema e la popolazione servita potrebbe diventare 1.256.832 che considerando un valore fisiologico di perdite (5-10%) diventerebbe 1.131.149.

In una situazione in cui si fosse intervenuti ad eliminare le perdite con il rifacimento delle reti idriche circa i 2/3 delle acque captate potrebbero essere rilasciati alimentando i nostri esausti fiumi. Tale intervento nel Piano d’ambito (di cui lo scrivente è stato uno dei redattori) prevedeva investimenti per almeno 400 milioni di euro (al 2005) da ripartire in almeno 20 anni di concessione al gestore unico.

Oggi potremmo dire di essere quanto meno nelle stesse condizioni. A valle poi occorreva investire altrettanto per i depuratori che avrebbero liberato una comparabile disponibilità con acque destinabili ad uso irriguo o a fini ambientali. Il rifacimento delle reti idriche libererebbe risorse, oltre a garantire la fornitura con disponibilità molto inferiori, che non andrebbero “perse” non solo perché avrebbero una funzione importantissima dal punto di vista ambientale per la salvaguardia degli ecosistemi fluviali ma anche perché sarebbe una risorsa prontamente disponibile in caso di necessità e potrebbe poi essere sfruttata nuovamente a valle tramite invasi. Gli invasi a fini multipli infine non solo aumenterebbero le disponibilità idriche ma favorirebbero anche la creazione di aree naturalisticamente pregiate e turisticamente fruibili.

Ma siamo convinti che sicuramente ci saranno le più varie opposizioni a qualunque progetto innovativo. Non erano pochi gli invasi previsti per l’Irpinia progettati, almeno in via di massima, e mai realizzati spesso per le opposizioni di cui sopra. Sul Calore si è parlato dell’invaso sull’Acera (poi abbandonato perché non realizzabile con dimensioni consistenti), dell’invaso a San  Francesco a Folloni e ad Apice (tutti dimenticati). Si è parlato di un invaso sul Fredane, di quello del Fiumarella ed anche di uno sul Sabato a Ribottoli: tutto lettera morta. Sull’invaso di Campolattaro, nel Beneventano, era prevista una derivazione di 400 lt/sec ad uso potabile per l’Alto Calore ed ancora tutto scomparso.

In compenso è stata attuata una serie di campi-pozzi che emungono da falde profonde con alti costi energetici e con rischi di depressione delle falde senza che la cosa sia un reale vantaggio per il fatto che si utilizzano acque sotterranee . Le falde attuali sono spesso a rischio e comunque richiedono trattamenti di potabilizzazione (vedi le falde del Titerno, della Valle telesina e del Montorese). Finalmente oggi, dopo ben tre anni da quando l’Ato ha elaborato il progetto, anche l’Alto Calore ha capito che occorrono i filtri a carbone attivo per poterli utilizzare recuperando almeno 60-70 lt/sec di acqua. Finora ha sostenuto, grazie ad alcuni “esperti” dell’ente, che poteva risolvere il tutto con qualche spurgo e qualche analisi, finalmente oggi ha capito che non era così! Meglio tardi che mai: i pozzi potranno essere utilizzati per la prossima estate.

Allora? Nel breve termine investimenti per il rifacimento delle reti e per il risparmio idrico accoppiati a quelli per i depuratori; a lungo-medio termine, invasi utili anche a regimare le piene il tutto con una gestione unica efficiente e su basi industriali.

Costerà? Sicuramente sì, ma il far nulla attuale ci costerà sicuramente di più e danneggerà l’ambiente, speriamo che si abbandonino inutili posizioni ideologiche e si ragioni introducendo un sano pragmatismo. È chiedere troppo agli italiani? Spero di no ma temo di sì!

 

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