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    22/04/2018

Avellino, dopo la Caporetto annunciata sarà possibile risollevarsi?

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura_teatro_4.jpgAVELLINO – Eventi che sono stati capaci di segnare un’epoca, di creare un modo di dire o di comportarsi a volte si ripropongono in un altro contesto, meno impattanti dell’originario, storicamente irrilevanti ma che, come quelli, sono capaci di concludere un ciclo ed iniziarne un altro, proprio come capitò per quello cui si fa riferimento.

Cento anni fa le truppe austro-tedesche sfondavano il fronte italiano a Caporetto. Ebbene da allora il nome di questa cittadina per noi italiani è diventato sinonimo di una disfatta, di una capitolazione.  Da tempo ormai, la nostra comunità sta vivendo una vera Caporetto. Come quella disfatta, nata da un’operazione militare che il nemico chiamò “spedizione punitiva”, la nostra sembra sia iniziata dalla voglia del “nemico” di punirci per scelte di pochi pare non gradite e, come allora,  il “nemico” si è rivolto a specialisti, a veri maestri dell’utilizzo di nuove tecniche di guerra, approfittando anche dell’impreparazione, a voler esser buoni, dei nostri comandanti.

Ed ecco “la disfatta” come stanno a testimoniare le chiusure diffuse di luoghi di cultura come il teatro o librerie, la dismissione delle fabbriche, il declassamento amministrativo, la soppressione degli ospedali, i cumuli di rifiuti non raccolti, edifici non finiti che finiscono per assomigliare sempre più a dei ruderi. Le riprese cinematografiche dell’epoca ci mostrano schiere di soldati che, muovendosi tra fabbriche dismesse, uffici abbandonati, strade ingombre di rifiuti, si mischiano a migliaia di profughi in fuga dai loro luoghi d’origine, proprio come i richiedenti asilo (ed elemosina) che, vagando da un bar all’altro, da un supermercato all’altro si aggiungono allo stuolo  di studenti e professori (parliamo di 1200 persone) rimasti senza sede per la chiusura improvvisa, e difficilmente comprensibile, della loro scuola che una volta fu di eccellenza, addirittura la scuola più innovativa d’Italia. Allontanati dalla sede storica, queste “truppe scelte”, dirette da un comando dislocato in due stanzette lontane dai plessi destinati ad accogliere gli studenti nelle ore pomeridiane, si spostano demotivati proprio come capitò ai militari italiani dopo lo sfondamento delle linee da parte degli austro-tedeschi nel 1917.

E i “generali” del nostro esercito che fanno? Come quelli di allora si rimpallano le responsabilità, come quelli vagheggiano soluzioni che non porteranno a nulla perché più volte sperimentate (con fallimento) e sempre riproposte come innovative. Giocando sulla pelle della popolazione si presentano con vecchi leader stracotti da utilizzare come viatico per il loro futuro politico che anche se non sarà radioso potrà sempre servire, come già capitato ad altri, per sistemare qualche fatto loro. E il popolo? Silenziosa carne da macello. Ho letto con interesse la lettera inviata da un genitore di un alunno del liceo Mancini al prefetto di Avellino pubblicata interamente e opportunamente da questo giornale, e la condivido totalmente. Solo un consiglio. Alla fine, per la tutela del proprio figlio, il genitore che giustamente teme che tutto questo possa “nella giovane ed acerba generazione…alimentare disinteresse, sfiducia ed allontanamento dalle istituzioni stesse”, prospetta per la sua famiglia la possibilità di cambiare città. Non lo faccia, ingegnere. Farebbe un piacere al “nemico”, contribuendo,  per ulteriore diminuzione del numero dei residenti, in modo particolare di quelli che pensano, a risolvere la questione meridionale per eutanasia del Meridione.

Comunque non disperiamo. Dopo Caporetto, dopo Cadorna e Badoglio venne la linea del Piave e del Grappa e venne Diaz e il Paese non solo riuscì a resistere ma trovò la forza di risollevarsi, di compattarsi e, motivato, addirittura nel giro di un solo anno, ribaltare completamente la situazione e raggiungere la vittoria anche con il contributo importante di un avellinese, il generale Luca Montuori. Hai visto mai che a distanza di 100 anni  anche qui da noi si possa trovare un generale Diaz capace di portarci alla vittoria?

L’unica cosa certa che se c’è non si trova negli schieramenti tradizionali e, personalmente, non riesco a vederlo neanche tra quelli di nuova formazione con leader giovani e propositivi. L’unica cosa certa è che, sia che il ciclo negativo continui sia che finalmente si inverta la tendenza, per Avellino e gli avellinesi quelli che verranno non saranno tempi facili.

 

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