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    18/08/2018

L'estetica del brutto

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica-IlCommento_s_franc.jpgAVELLINO – Questo giornale ha riproposto un articolo di Tonino Di Nunno - il sindaco giornalista scomparso tre anni fa e di cui ci accingiamo a ricordare la figura e l’opera con un convegno di urbanistica in programma venerdì prossimo presso il carcere borbonico - del 21 giugno 2014 firmato, allora,  con lo pseudonimo Angelo Del Bosco e riguardante lo scempio edilizio di Avelino. Lucidamente vengono analizzate le diverse cause e come, “un malinteso senso della modernità e di un ritrovato benessere” hanno determinato la tutt’altro che piacevole situazione attuale della città e si parla apertamente di “orrido insediamento”, invitando a riflettere su “quante brutture ci sarebbe da eliminare”. L’articolo si chiude con l’augurio che, nell’attesa serena dello sviluppo delle indagini in corso della Procura della Repubblica sulle questioni urbanistiche, si possa avverare la realizzazione di  un’utopia e, opportunamente e con un tempismo che evidenzia il giornalista di razza,  cita Renzo Piano che, in un articolo per il Sole 24 Ore del 14 gennaio 2014 trattava della fragilità delle città e del paesaggio e sulla necessità di recuperare le periferie, argomento talmente interessante ed attuale da essere utilizzato solo tre giorni prima dell’articolo di Di Nunno come tema di ordine generale per la prova d’italiano degli esami di maturità.

Tutto giusto ma, c’è un ma; non si tiene conto del danno indotto che, secondo me, è ben più grave del danno principale e che qui ad Avellino deve essere affrontato con determinazione anche a costo di farsi malvolere e rischiare il dissenso cosa che i politici locali, quelli che dovrebbero affrontare il problema, rifuggono come dalla peste. Nessuno spunto polemico e nemmeno un suggerimento ai futuri candidati a sindaco che, piano piano, incominciano a presentarsi, ma solo manifestare una vecchia idea che la lettura dell’articolo di Di Nunno ha richiamato in mente. Bisogna disabituare gli avellinesi alla bruttezza. Non è poco.

Chi accetta la sfida deve prepararsi ad una lotta titanica perché, a guardarsi intorno, sembra proprio che il brutto sia nato qui e in maniera spontanea, irrazionale, proprio come nasce il bello. I Greci raccontano che, dopo la creazione del mondo, il Dio buttò nell’Egeo la poca terra che gli era avanzata creando così le stupende isole di quel mare. Ebbene, qui ad Avellino sembra sia  accaduta una cosa simile. Agli inizi degli anni 60 quelli che Di Nunno chiama “pessimi imprenditori” e che io invece, per reggere il confronto chiamerò dei irpini, senza un disegno, senza un benché minimo progetto di città e senza possedere la leggerezza e l’eleganza innata degli dei greci, gettarono i materiali  avanzati dietro le brutte costruzioni che avevano realizzato ed ecco che, nel giro di pochi giorni vennero su in maniera caotica e incongruamente accostati gli uni agli altri garage, autorimesse officine, locali commerciali, residenze e così, una campagna talmente ben tenuta da sembrare un giardino si trasformò in un susseguirsi di piazzali sbilenchi e di allineamenti mancati, dove ancora resistevano brani delle vecchie colture.

Ebbene il punto più alto, dove la bruttezza si è esaltata, l’ “orrido insediamento”, a dirla con Di Nunno, esiste ancora. Si trova al centro di Avellino, nelle immediate adiacenze del Tribunale e sembra che la città non riesca a farne a meno visto che è frequentato giornalmente da migliaia di avellinesi che lo usano per parcheggiare, per andare a fare la spesa, per portare l’auto dal meccanico. Il disimpegno di questa massa di costruzioni informi dove si svolgono funzioni  le più disparate avviene attraverso il torrente San Francesco, opportunamente (sic!) coperto ma sarebbe più opportuno dire sepolto vivo che lo attraversa e che svolge la doppia funzione di strada carrabile, in superfice, e di fogna, in profondità. Qualche pioppo fa ancora da cornice al sarcofago di cemento che racchiude il corso d’acqua. Ironia della sorte la toponomastica individua la strada che lo attraversa con il vecchio evocativo toponimo di via delle Fontanelle.

Inconsapevolmente, in questo fondovalle è stata creata un’estetica del brutto e al brutto ci si abitua, proprio come ci si abitua al bello. E da qui il brutto, lo sporco, il cattivo (sto ovviamente pensando a Ettore Scola), in un clima di apatia generale, piano piano si è propagato a tutta la città, ha abituato gli avellinesi non solo ad accettarlo, ma ad adeguarsi e a crearne sempre di nuovo non solo nelle realizzazioni ma anche nel comportamento negli atteggiamenti e qualcuno, addirittura, ne è stato condizionato anche nel pensiero.

In queste ultime ore lungo la strada principale della città, gli elementi della pavimentazione di lava, rimossi per spostare i famosi gazebo sono stati sostituiti con allettamenti di cemento che ne scimmiottano forma, grana e colore. Da anni tutto quello che si fa dà il senso del provvisorio, del casuale. Sto pensando alle rotonde stradali non in asse con gli incroci che debbono disimpegnare e qualche volta addirittura in pendenza e soffocate dalle erbacce che, facendola da padrone impediscono una visuale libera compromettendo la circolazione.  E si potrebbe continuare parlando degli attraversamenti pedonali che finiscono contro i muri, costringendo i pedoni a muoversi tra le auto parcheggiate per raggiungere finalmente il marciapiedi, e che dire poi sulle rampe per i disabili che quando piove si trasformano in luridi laghetti, dei monumenti costruiti dietro i cartelloni pubblicitari dei maldestri rattoppi della pavimentazione o delle riprese dell’asfalto e via dicendo. In una situazione del genere la cultura, i tanto vagheggiati palazzi di esposizione, i contenitori d’arte, le strisce rosa per le automobiliste avellinesi in dolce attesa, il buon cibo, appaiono come una coperta troppo corta per coprire tutto il brutto che sta in città e negli avellinesi. Bisogna attrezzarsi per rimuoverlo.

 

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