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    19/12/2018

L'urbanistica, il buon governo e l' «avellinesità»

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica-Editoriale_la_statua_di_carlo_ii_dasburgo_e_la_torre_dellorologio.jpgAVELLINO – Rileggendo gli interventi, i commenti e gli atti del terzo convegno dedicato a Tonino Di Nunno e l’etica dell’urbanistica, si capisce che Avellino e gli avellinesi non hanno un buon rapporto con la pianificazione  urbana. La cosa si evidenzia quando si cerca di sistemare uno spazio cittadino con interventi puntuali. E così le rotonde diventano la prova della casualità della rete stradale, il restringimento del marciapiede per la presenza del chiosco che non si riesce a delocalizzare annulla il giusto e corretto intervento, per tacere di incroci stradali distanti 100 metri l’uno da l’altro regolati da semafori non sincronizzati e delle piazze sistemate, sembrerebbe,  in funzione dei bagni pubblici.

D’altra parte, prescindendo dall’elenco di tante incongruenze, basta un semplice giro in città per rendersene conto. I risultati del mancato rispetto di quanto, seppur discutibile, programmato nel passato, nel presente e, ahimé, temo anche nel futuro, sono davanti agli occhi di tutti. Certo se ci trovassimo nel medioevo questa casualità potrebbe avere ancora un senso ma, purtroppo, viviamo nel XXI secolo e la mancanza di interrelazioni tra le parti di una città, tra la città stessa e i suoi abitanti compromette le scelte di carattere politico, amministrativo, culturale, sociale, legislativo e tecnico che oggi continuamente modificano la realtà di un territorio.

Il problema, e lo affermo a titolo strettamente personale, non può essere risolto ricorrendo ad una programmazione che venga dall’alto e, lo dico senza polemica, affidarsi ad un urbanista, anche di chiara fama, può essere  addirittura controproducente. Cosa fare per Avellino? Dove bisogna andare a cercare per esorcizzare finalmente quello che si presenta come un maleficio? Già altre volte ho scritto sull’argomento e so di ripetermi, ma sono convinto che tra i compiti di un indispensabile buon governo cittadino debba esserci l’obiettivo di (ri)costruire quell’avellinesità, quel senso di appartenenza che manca, e che non può assolutamente essere surrogato dalla passione verso le squadre cittadine.

La città va considerata come l’insieme di individui ed entità. Il giusto vantaggio (e non mi riferisco solo a quello economico) di un individuo  o di un’entità deve necessariamente portare beneficio agli altri che concorrono a formare l’insieme. Se manca questo, mancano i fondamentali per la riuscita di un corretto vivere e  di una giusta  pianificazione urbana. È stato sempre così, fin dall’antichità. Lo avevano capito bene i Greci (sempre loro) che, quando fondavano  una città lontano dalla madre patria, per avere la certezza che tutti contribuissero al benessere e alla difesa del nuovo insediamento, utilizzavano lo schema a scacchiera, quello del centro antico di Napoli, tanto per intenderci, per assegnare ad ogni colono la stessa quantità di terra, assicurandosi, così, che tutti avessero da difendere e conservare lo stesso identico interesse.

Ora, tornando al nostro caso, non potendo ovviamente distruggere quello che finora è stato realizzato, si deve cercare di qualificarlo e l’ottima idea di Di Nunno di ricorrere al verde non può bastare. Suggerisco, ove si decidesse di organizzare un quarto convegno, di puntualizzare il dibattito proprio su questo aspetto, sollecitando il parere dei cittadini ed invitando sociologi ed economisti da affiancare ad architetti ed urbanisti perché sono tanti gli studiosi,  anche di formazione e discipline  diverse, che hanno la città come oggetto delle loro ricerche, ed invitarli ad inventarsi qualcosa per Avellino.

Vito Mancuso nel suo ultimo libro Il bisogno di pensare, edito da Garzanti, ci ricorda una frase della storica e  filosofa tedesca Hannah Arendt: “Coloro che non sono innamorati della bellezza, della giustizia e della sapienza sono incapaci di pensiero”. Guardandoci intorno sembra proprio che, relativamente alla bellezza, alla giustizia e alla sapienza, qui si è pensato poco e certamente non tanto per una innata attitudine dell’avellinese a delinquere, ma perché, banalmente, ignorava dove potessero portare le  proprie azioni.

 

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