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    19/12/2018

#Elezioni 2018: dall’analisi del voto il futuro di Avellino e dell’Irpinia

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L'aula del SenatoAVELLINO – E dunque tanto tuonò che piovve! Il 4 marzo è arrivato e il responso delle urne è stato netto ed inequivocabile, al termine di una campagna elettorale, già in precedenza da noi definita modestissima, vissuta su gesti e parole carichi di emotività, ma poveri di contenuto. Il risultato però è di quelli epocali tanto da far parlare finanche dell’avvio di una Terza Repubblica.

La prima constatazione è quella di una vittoria dei partiti che poggiano su una base di popolo che si è mobilitato, partiti “populisti” per qualcuno; in ogni caso entità che si sono mosse trascinando e a loro volta trascinate da gente che ha lavorato duramente, inondando i social, ma anche riscoprendo l’arte della politica da strada, dei manifesti incollati, per esempio. Vincono pentastellati e leghisti di Salvini, prevedibilmente i primi, un po' meno i secondi, i quali ultimi compiono il delitto di lesa maestà di superare il proprio “sdoganatore”, l’ex Cavalier Berlusconi da Arcore.

Un risultato che, soprattutto da queste parti, si percepiva fortemente da qualche settimana: disagio sociale, insofferenza ad una vecchia classe politica, ormai sempre più scollegata dalle nuove generazioni; una capacità di distribuzione di lavoro ridotta ogni giorno di più, perché sempre più il lavoro si riduce e si precarizza, con l’effetto paradossale di creare ancora più malcontento da parte  di chi è rimasto escluso dall’assegnazione di qualche “posto” magari anche precario.

Un voto, quello della scorsa domenica, che ci consegna un quadro inedito per la politica italiana, un quadro che non può non interrogare, se si osserva l’Italia colorata sulla scorta dei seggi assegnati: un Nord totalmente in mano al centrodestra, un Centro Sud saldamente guidato dagli ex grillini, il tutto con una piccola fascia di un rosso sempre più sbiadito, a delineare le antiche regioni ex comuniste che ancora a fatica restano nelle mani del Pd.

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Queste elezioni hanno sancito, se ancora qualcuno lo avesse auspicato, la fine definitiva del “fu” Patto del Nazareno, con gli attori protagonisti Renzi e Berlusconi ridotti al ruolo di mere comparse. Al di là delle parole di circostanza, si appanna decisamente l’azzurro del padrone di Mediaset che espone il proprio sorriso “forzoso”, ma rumina per il fatto di guardare  da dietro le camicie verdi,  ex padane, oggi “patrimonio”  dell’Italia intera. Sono finiti  ahi lui!, i tempi  del 25-30  % (e a volte oltre), quelli in cui la sua sola presenza consentiva di guadagnare consensi corposi; costretto dalla propria condanna per frode fiscale a fare il padre, più o meno, nobile, Berlusconi ha ceduto i collegi del Nord ai leghisti puntando tutto sui collegi del Sud, una volta sua terra di conquista, oggi appannaggio dei “five stars”, con un risultato finale, in termini di seggi, che lo mette ancor più distante dai “Salvini boys” di quanto non dica il numero assoluto dei voti. Tramonta per Silvio la speranza di essere ancora “il cartaro” (o il “regista”, secondo la propria definizione di gergo calcistico) del centrodestra; gli resta comunque la soddisfazione di riportare (forse!) i suoi “azzurri” all’interno dei posti che contano e in fondo gli va meglio del Matteo fiorentino, travolto dalla disfatta del Pd.

Già, il Pd. Il partito esce da questa consultazione elettorale massacrato, pagando colpe proprie (che proveremo ad analizzare) ma anche la tendenza tutta europea, da tempo ormai ostile alle anime della “gauche”. Un risultato, quello dei “democrat”, che va oltre ogni più nera previsione, con circa il 30 % in meno di consensi rispetto alla già deludente performance di Bersani nel 2013 (e senza riferirsi, per carità di patria, al meno 55% rispetto alle trionfali Europee del 2014). Cosa ha sbagliato Renzi ? Nessuna controprova, per carità, ma provvedimenti come la “Buona Scuola” o il “Jobs Act” (con allegata abolizione dell’art. 18), sono apparsi a insegnanti e lavoratori dipendenti (tradizionali elettori del centrosinistra) come autentici atti terroristici a cui necessariamente ribellarsi; per non parlare della ben nota vicenda delle banche (con annesso salvataggio della “Boschi family”) che ha creato diverse sofferenze nei piccoli risparmiatori. In sostanza il leader di Rignano sull’Arno, preoccupato di catturare il consenso delle classi imprenditoriali e finanziarie (vedi amicizie coi Davide Serra o i Sergio Marchionne), probabilmente senza successo (a giudicare dal risultato nel Nord), è andato via via perdendo le classi sociali medio-basse (leggi crollo nel Mezzogiorno). E, dulcis in fundo, il flop del referendum, tutto giocato sul proprio nome, in un singolare duello rusticano contro “professoroni e oppositori della modernità” (ipse dixit!) cosa che ha contribuito ad occultare le cose buone che pure la riforma presentava.

E adesso il “rottamatore” cosa fa? Resta al suo posto, no si dimette, anzi si dimetterà (forse), ma più in là: perché vuol respingere l’abbraccio coi pentastellati? O per utilizzare come “distrattore” questo presunto timore, appellandosi all’orgoglio Pd, aspettando in realtà che la bufera passi  (“calati iuncu ca passa la chiena !” per dirla alla fiorentina)? O cercherà di raccattare ciò che resta del Pd per ripartire con un nuovo soggetto (stile “Macron all’amatriciana”)? Non si sa. Stavolta però il suo destino parrebbe segnato, a differenza del post referendum (a proposito, anche in quel caso si votò il giorno 4, nell’occasione a dicembre: un numero evidentemente non favorevole a Firenze). Oltre ai (pochi) dissidenti storici tipo Michele Emiliano, si stanno muovendo anche alcuni ex alleati, i quali spingono perché “don Matteo” lasci la panca di segretario: di queste ore è anche la sortita del neo rieletto governatore del Lazio Zingaretti, che propone un nuovo Ulivo!

In ogni caso, alleanze con gli uni o gli altri dei vincitori, in uno stato inevitabile di subordinazione potrebbero condannare i democrat a un destino all’Angelino Alfano, con progressiva scomparsa del partito sul piano elettorale. Per il Pd potrebbe allora cominciare (a nostro avviso in maniera auspicabile) la “traversata del deserto”, un cammino “quaresimale” per ricostruirsi sul piano dei valori, delle idee e infine degli uomini: tutte cose smarrite negli ultimi anni per inseguire il centro dx sul suo terreno; un cammino, da intraprendere magari sotto la guida iniziale di uno (probabilmente il principale) dei suoi fondatori, quel Romano Prodi, che gli stessi pentastellati riconobbero all’origine della propria avventura in Parlamento come un personaggio rispettabile e, in definitiva, addirittura candidabile alla presidenza della Repubblica.

Resta in ogni caso la questione governo: si farà e con chi ? Ovvero ci si deve già preparare ad una nuova campagna elettorale?

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Intanto un ringraziamento va agli strateghi della legge elettorale - il Rosatellum - che sono riusciti a fare ancora peggio (e sembrava impossibile) di quanti elaborarono il sistema precedente - il Porcellum - ottenendo due grandi risultati in uno: espropriare ancora una volta gli elettori del proprio diritto a scegliere gli eletti e ricostruire pienamente le condizioni di ingovernabilità. E qui il capo dello Stato dovrà usare tutta l’arte della mediazione, di cui peraltro appare pienamente padrone, per muoversi nel marasma creatosi domenica scorsa.

Primo quesito: l’incarico di formare il governo andrà al primo partito (come affermano i pentastellati) o alla prima coalizione (come sostengono invece quelli del centro destra)? E se, come appare probabile, nessuno riuscisse nell’intento di ottenere il consenso necessario per un esecutivo duraturo, il ritorno alle urne sarà inevitabile o Mattarella proverà soluzioni, magari transitorie, che consentano l’approvazione della legge di stabilità e, soprattutto, di una legge elettorale finalmente decente e non pasticciata come le ultime sopra citate?

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E in Irpinia? Buriana a Cinque Stelle anche qui, buriana storica, che ha rovesciato in una giornata una storia lunga decenni. Unico reduce di questa storia, che ritroveremo in Parlamento, Cosimo Sibilia che si sposta da Palazzo Madama a Montecitorio e si affianca al suo omonimo Carlo, riconfermato fra i Cinque Stelle. Poi a casa il duo “piddino” Famiglietti-Paris, il neoacquisto ex montiano D’Agostino, e, soprattutto, Giuseppe De Mita, la cui eliminazione coinvolge inevitabilmente la figura dell’ex presidente del Consiglio e zio del non riconfermato parlamentare. Dentro, invece, una raffica di M5S, da Ugo Grassi a Michele Gubitosa a Gigi Maraia, alla sorprendente Maria Pallini.

Ovviamente questo risultato avrà una ricaduta inevitabile sulla prossima e ormai imminente consultazione amministrativa che avrà come piatto forte il Comune di Avellino. Fioccano i nomi di arrembanti sindaci, tra auto-candidature e proposte del genere più diverso, il tutto in attesa di un progetto-città di cui non si vede traccia. Nessuna parola sulle opere incompiute e inutilizzate; nulla su un commercio ridotto ai minimi termini; nulla su periferie e quartieri sempre più abbandonati a loro stessi.

Difficile capire quali posizioni possano assumere centrodestra e soprattutto centrosinistra, che da anni regge le sorti del Comune capoluogo. Anche ad Avellino l’eventualità di un sindaco pentastellato è concreta, in presenza di chiare contestazioni verso l’operato amministrativo degli ultimi tempi, tanto che c’è chi ha addirittura postulato l’ipotesi di un accordo fra i nemici storici in chiave anti Cinque Stelle: ipotesi possibile? Certamente ipotesi rischiosa, che verosimilmente verrebbe letta come l’estremo atto di autodifesa della propria rendita di posizione che probabilmente decreterebbe il tracollo, in particolare del Pd.

Il punto, a nostro avviso non sarà quello di costruire il baluardo anti M5S che, come disse anni orsono lo stesso Grillo, “non è il problema, ma la spia di un problema”. Il discorso sarà evidentemente quello di concretizzare le problematiche sulle quali concentrarsi, progettarne le soluzioni in maniera concreta, costruire una squadra coesa, non certo l’Armata Brancaleone (tanto per rimanere in casa Pd) che ha contribuito a far lavorare e a far apparire Paolo Foti come peggio non avrebbe potuto accadere.

A nostro parere modesto, i pentastellati possono essere più che un pericolo, la vera opportunità per rimettere al centro dell’attenzione la politica vera, da chi, soprattutto negli ultimi anni, ha badato alla gestione di piccoli affari e grandi miserie.

 

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